to be me

Storia di un TC

gennaio 28, 2013

Stanotte è nata la figlia della mia migliore amica. 32 ore di travaglio, ma alla fine è saltata fuori. Ho passato la notte un po’ in ansia, sapendola in travaglio già dalla sera prima: aspettavo un messaggio che non arrivava e intanto rimuginavo sul mio recente parto: Cecetta, due mesi fa.
Alla fine il sonno ha avuto la meglio ma stamattina alle 5, durante uno dei miei risvegli per allattare la pupa, mi ha salutato dal display del telefono la notizia che la bimba era nata. Evviva! Parto naturale, molto lungo ma tutto bene, anzi benissimo!

Io non ho avuto un parto naturale, nessuno dei due. La seconda volta ci ho provato, ma la mia piccolina non ha collaborato e non per colpa sua. Il tracciato è diventato brutto e allora zac! …secondo taglio. Secondo “sorriso sulla pancia”, come lo chiamano certe magliette che ho visto sul web. Benchè io non sia una fanatica, un’oltranzista del VBAC, una convinta che i medici e la medicina non siano altro che un’associazione a delinquere votata alla negazione del diritto di ogni donna di avere il SUO parto (lungo, difficile, stramaledetto eppure così desiderato), mi sono resa conto stanotte di quanto non mi sia ancora passata. Ancora mi rode di non avere avuto la possibilità di gestirmi da sola la nascita delle mie figlie, di avere la soddisfazione di averla partorita io. Credetemi, ho bazzicato in gruppi su FB dove il desiderio di partorire naturalmente sconfinava nell’ossessione, anche a discapito, a mio avviso, del buon senso e dell’autoconservazione e dal canto mio ringrazio di essere nata in questa parte di mondo ed in quest’epoca, perchè fossi stata semplicemente in Africa, ai giorni nostri, sarei già morta insieme alla mia prima figlia tre anni fa: podalica e contorta com’era, non sarebbe MAI uscita.
Perchè allora quel costante rammarico? In fondo le mie figlie sono qui, stanno bene, le ho allatate io, mi alzo io ogni notte ad asciugare le loro lacrime e a rimboccar loro le coperte a discapito del mio sonno, della mia schiena che ormai non è che un groviglio di nervi a causa delle posizioni che assumo svariate volte al giorno per nutrire il mio piccolo vampirello di due mesi.

Sono forse meno mamma di chi ha partorito naturalmente?
Suppongo di no.

Tristemente temo tutto ciò abbia a che fare con il mio desiderio di espletare “la performance perfetta” in ogni circostanza: una prerogativa che sono certa di condividere con una moltitudine di donne. Non ci bastiamo mai, non basta mai quello che facciamo, perchè il nostro congenito senso di colpa non ci dà mai tregua.
“Non sono stata abbastanza brava. Non ce l’ho fatta da sola”.

Come se poi un taglio cesareo fosse una specie di passeggiata di salute! Io ci ho messo un mese a riprendermi. E per riprendermi intendo a deambulare senza zoppicare, per non parlare della difficoltà nell’effettuare tutti quei movimenti in cui uno o tutti i muscoli addominali fossero coinvolti. Una specie di supplizio di Tantalo che si rinnova ad ogni risveglio notturno del neonato. Ogni due ore, come prescritto dall’ostetrica, perchè un allattamento durevole e di successo sia garantito.
E allora ho pensato: perchè questo intero mese di sofferenze fisiche e psichiche non riesce a compensare il mancato parto, il mancato (nella migliore delle ipotesi) travaglio, placando così quel desiderio irrazionare ed incontenibile?

Io proprio non lo so, ma esiste un fatto che probabilmente non contribuisce a facilitare il processo di mimesi dei due percorsi, egualmente espianti le femminili colpe bibliche.
Durante il travaglio, non importa quanto urliamo, quanto siamo scostanti, quanto li malediciamo o li trattiamo male: agli occhi dei padri due punto zero (che per loro natura in sala parto CI VANNO), noi diventiamo delle specie di eroine, delle martiri coraggiose e caparbie, in grado di compiere un miracolo con la sola forza delle nostre gambe, del nostro ventre e con tutta la disperazione di un dolore tanto grande che loro stessi, attoniti, ammettono fra sè e sè che non saprebbero mai sopportare così a lungo.
Durante i postumi di un cesareo invece, quando l’handicap ci rende dipendenti, gli ormoni lunatiche ed i dolori isteriche, a quegli stessi occhi non siamo altro che delle colossali rompi coglioni, incapaci di gioire per il miracolo che abbiamo accanto dormiente (si spera) nella culla e votate a rovinare loro la vita nel momenento in cui dovrebbe essere meravigliosa.

E senza dubbio nemmeno tutto questo giova al nostro atavico senso di colpa. No, no.

 

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  • Penna&Caramelle maggio 30, 2013 at 3:37 pm

    Come mi è vicina la tua esperienza…anche se io sono solo alla prima…
    Io ho avuto anche il travaglio ma ho comunque impiegato del tempo ad integrare ed elaborare l’esperienza
    Ora non mi fa più così male
    È stato il mio parto per tanti motivi ed accettarlo è un passo difficile e importante che sto ancora compiendo per alcuni aspetti.
    Un abbraccio

    • mammaduepuntozero maggio 30, 2013 at 7:26 pm

      È strano come solo noi che abbiamo vissuto l’esperienza capiamo cosa vuol dire….
      Un abbraccio
      🙂

  • Blog Story: quando ero depressa | meduepuntozero luglio 14, 2014 at 9:33 pm

    […] blog è nato un anno e mezzo fa: avevo avuto Cecetta da due mesi esatti, la mia migliore amica partoriva quel giorno e io, che ci pensavo già da un po’, mi sono iscritta a WordPress e ho iniziato a […]

  • Non mi hanno mai copiata (uffa) |meduepuntozero gennaio 25, 2016 at 10:10 pm

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