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La famiglia del Mulino

ottobre 8, 2013

C’è stato un gran fracasso recentemente attorno alle esternazioni di Guido Barilla a proposito della sua idea di famiglia e di comunicazione.
Si sono scandalizzate le associazioni gay, e le femministe subito dietro: “Perché deve essere sempre la donna ad essere rappresentata nell’atto di servire a tavola?”.

Le parole di Guido Barilla, hanno fatto saltare la valvola di una pentola a pressione che è perennemente oltre il limite, e di parecchie atmosfere.

famiglia del mulino

E’ vero, quell’immagine lì patinata di Stepford Wife che serve pirofile stracolme di bavette o penne al sugo ad una tavola di allegri marmocchi e sorridente papà ancora incravattato è irrealistica e stereotipata. Cionondimeno continua a svilire noi “mamme di oggi”, con lo smartphone, il tablet e i “grilli per la testa”, quanto sviliva le nostre indaffaratissime mamme anni ’70, che ancora non avevano i codici per sbugiardare la pubblicità coi suoi meccanismi sibillini. E non avevano i social, soprattutto.

Se vi devo dire la mia, non trovo ci sia nulla di male nel servire, anzi.
Servire un pasto alla propria famiglia, ai propri amici, o ai vostri clienti, se siete dei ristoratori, vi mette su un piedistallo: fa di voi lo chef, che, ricordiamocelo, vuol dire “capo”. E mettiamoci anche che, insieme alla capacità di portare prole in grembo, Madre Natura, che non fa le cose a caso, ha dotato noi donne di maggiore abilità nell’arte dell’accudimento e maggiore propensione ad esercitarla.

Quello che risulta svilente, semmai, è l’iniquità dello sforzo non ricambiato. Il fatto di essere inchiodate in quel ruolo a vita, senza mai godere del piacere di essere servite da chi amiamo con identica cura e perizia.

I mariti di voi che leggete, come il mio del resto, probabilmente si prodigano in cucina e altrove in casa, quindi la questione ci fa infervorare nella misura in cui non ci rappresenta.
Altrove fa danni assai peggiori.

Sappiamo bene che esistono luoghi non troppo lontani, dove gli uomini pretendono ancora di essere serviti e riveriti, e non si degnano di togliere un piatto dal tavolo, quando hanno finito. A quegli uomini lì, la pubblicità della Barilla fornisce un alibi. Ma i pubblicitari non sono mica fessi: loro lo sanno.
Vi dirò di più, loro lo fanno apposta!
In fondo, ricodiamolo, la pubblicità non serve a veicolare istanze etiche. La pubblicità serve a vendere, e quanti più soggetti si raggiungono, tanti più pacchi di pasta si vendono.

Evidentemente, qui in Italia, il mondo è ancora quello lì. E’ una sorpresa?

Noi che viviamo nelle grandi città abbiamo una rete di sostegno culturale che in certe sperdute provincie della Basilicata o della Sardegna, per esempio, non hanno.In certe provincie sperdute non c’è neanche la connessione ad internet (30000 comuni, ho appreso ieri sera da Report): a loro se va bene arriva il digitale terrestre, e se va male arrivano solo le 6 reti principali.

Quelle donne lì, tra il pranzo e la cena, si industriano nei mille lavori domestici (quelli che noi lasciamo indietro, o che facciamo fare alle filippine -sante subito- perché siamo troppo impegnate ad essere multitasking altrove), oppure si rilassano per un’ora mentre Uomini e Donne passa alla tv.
A quelle donne lì, l’immagine di donne diverse da quelle degli spot Barilla non arriva.
Quelle donne lì non hanno letto i libri di Nonsolomamma o di Machedavvero.

Quelle donne lì sono ancora la maggioranza delle italiane.

Quando mai si vedono mamme di successo sui canali main stream?
Ci sono le mamme vip, che con le loro bugie affossano ancora di più quel pubblico, sprovvisto della malizia che serve per smascherarle.
Ci sono donne aggressive che, almeno in pubblico, hanno abdicato al loro loro ruolo di mamma per tenere testa agli uomini con cui si misurano ogni giorno.

Dove si rifugiano, allora, le mamme che fanno della conciliazione famiglia/lavoro il loro credo, che sanno servire e farsi servire, che si sbattono come palline in un flipper per tutta la settimana consapevoli del sacrificio, felici di farlo e capaci di farlo presente all’occorrenza?
Dove sono le mamme che, esiliate dal “mondo del lavoro”, si riescono comunque a ritagliare il loro posto nel mondo, e a non lasciare che il grembiule da cucina si trasformi nella loro camicia di forza?

Nella rete. Nei blog. In tutto quel mondo che non passa per i canali main stream ma che ribolle sottocoperta.

I pubblicitari se ne stanno accorgendo. Non quelli di Guido Barilla, a quanto pare, ma se ne stanno accorgendo. Improvvisamente ci si imbatte in spot dai toni diversi: spot in cui la mamma fa la spola, casa, scuola, judo, danza, nuoto, si perde il ciuccio, e spensierata si mangia un Kinder Cereali sorridente. E non importa se il tempo di mangiarti il Kinder Cereali nella realtà non ce l’hai, e mentre fai la spola nel traffico sotto la pioggia stramaledici la scuola di danza, quella di judo e il maestro di nuoto che ogni volta che tuo figlio arriva in ritardo fa il culo a te.
Il punto è che qualcosa si muove, che un altro genere di mamma sta emergendo nella comunicazione che arriverà anche in Barbagia, e nei paesini sperduti sulle montagne della Basilicata, scacciando a pedate la Mamma del Mulino Bianco, Teresanna e Tina Cipollari.

E vi potete stringere la mano perché avete fatto tutto da sole.
Avete lasciato il lavoro e cercato la vostra strada alternativa ad un mondo di uomini e per gli uomini, e ora quel mondo si sta accorgendo di voi e vi cerca.

Ora bisogna vendere cara la pelle, non farsi imbrigliare negli stereotipi al contrario e tenere il timone.

E sapete anche chi dovremmo ringraziare? Benedetta Parodi.
Potete dirne quello che vi pare: cucina salato, con troppo olio, con il dado, fa la spesa solo all’Esselunga e propone i centritavola più brutti che si siano mai visti nel globo terraqueo. Però cucinava in tv con la pancia di 7 mesi, porta i bambini in trasmissione, ne parla, racconta aneddoti su di loro, e intanto si afferma in un mondo di uomini e fa milioni a suon di copie vendute.
Un successo clamoroso, e non credo sia un caso.
E’ reale ma anche aspirazionale, direbbero i pubblicitari.
Certo i dietrologi avranno da obiettare che sicuramente è tutta finta, che avrà sei tate e un maggiordomo, ma se anche fosse -e credo proprio che non sia, perché nessun personaggio vince se è fasullo- non sarebbe importante.

L’importante è che fornisce all’immaginario collettivo, un’idea di mamma di cui abbiamo disperatamente bisogno tutti, da Milano alla Barbagia, dagli Appennini alle pendici dell’Etna: una che ha conciliato la famiglia con il successo personale.

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  • cescar76 ottobre 8, 2013 at 8:37 pm

    chapeau. 😉

    • Silvia A. ottobre 9, 2013 at 1:09 am

      Chapeau alle mamme della rete!
      :-*
      (Bello averti qui)

      <3

  • Rossana ottobre 9, 2013 at 10:37 am

    D’accordo su tutto. Ma ti posso chiedere una cortesia? Puoi sostituire la parola “filippina” con “colf” o qualunque altro sinonimo? Sarà che sto adottando dalle Filippine, ma trovo la cosa sempre un po’ imbarazzante. Grazie!

    • Silvia A. ottobre 9, 2013 at 1:30 pm

      Cara Rossana,
      certamente ho usato un termine riduttivo e semplicistico, infatti le collaboratrici domestiche non sono solo filippine e anzi, le donne e gli uomini di questa nazionalità non rappresentano neanche la maggioranza, in quella categoria professionale, almeno non oggi, almeno non qui. Di fatto il termine “filippina” è entrato nell’uso come sinonimo del termine “colf”, probabilmente in un momento in cui le filippine costituivano la maggioranza di queste lavoratrici.
      Così come “marocchino” è diventato sinonimo di “venditore ambulante”: e nemmeno gli ambulanti sono tutti marocchini, non tutte le persone dalla carnagione scura/olivastra sono marocchini.

      Ciò detto, non vedo il perché dell’imbarazzo.

      Noto che c’è sempre una certa difficoltà a parlare delle colf, le proprie e le altrui, che influisce persino sulla scelta dell’appellativo con cui riferirsi a loro. Io stesso quando devo parlare di Ana, la ragazza che Viene a casa mia 3 ore la settimana, uso l’eufemistica e poco pratica locuzione “la ragazza che viene ad aiutarmi in casa”. Che poi: ma quale “aiuto” se la pago 10 euro l’ora?
      Forse ci sentiamo in colpa a farci “servire” (ecco di nuovo questo verbo problematico), o forse siamo in imbarazzo perché noi non lo faremmo mai. Ci siamo imborghesiti al punto da trovare riprovevole l’essere una “cameriera”, come si diceva una volta.

      Scusa la lungaggine, ma sono temi interessanti, non trovi?

      Dobbiamo ricordarci che è lavoro e che il lavoro nobilita; qualsiasi lavoro, fintanto che è onesto.
      Ma dobbiamo ricordarlo più a noi stessi per noi stessi, in questi tempi di crisi, più che per evitare l’imbarazzo di non sapere come chiamare la “colf”.

      Io la chiamo Ana, per non sbagliare.

      Un abbraccio e grazie dello spunto.

  • veroveromamma novembre 9, 2015 at 5:51 pm

    io sono una mamma felice del mulino bianco a cui piace servire …… ….. non ho la “colf” e mio maritonomette la cravatta…ma mipiace l’idea dellafamiglia così..non sto sperduta ho la connessione internet e faccio unmiliardodi cose ….. ma comete sono consapevole che il mondo sta cambiando…che la donna fa unmiliardodi cose inpiù ed è giustocosì….quindi ènormale che se lui arriva primaa casa faccia la cena..( a volte quandotornotardi dall’università fa lui da cena…..) …. però mi piace accudire lo ripeto e …. forse stiamo perdendo quello che c”è di bello nall’accudire chi si ama….facendoci travolgere dal tempo che corre -……
    veronica

    • Silvia A. novembre 16, 2015 at 11:23 am

      Ciao Veronica, scusa se il tuo commento è rimasto a lungo nel limbo. Sono d’accordo con te sul fatto che si dovrebbe dare il giusto valore alle cose, anche alla nostra innegabile capacità di accudimento.
      🙂