to be a mom

Una settimana difficile

dicembre 7, 2013

Caro diario,

quella che si sta per concludere è stata davvero una settimana difficile.

E’ cominciata in sordina, con un lunedì dedicato alle faccende di casa, che non sembrano mai abbastanza, come lo spazio del resto, che è dimezzato nel giro di due anni, riducendo quella casa che mi sembrava così grande ad una custodia per le micro e macro inutilità che la colonizzano e sembrano moltiplicarsi alla velocità dei Gremlins a contatto con l’acqua.

Fra l’altro è con enorme frustrazione che prendo atto sempre di più della vacuità del mio sforzo di preservare quel preciso lay-out delle librerie, dei vani della credenza e del mobile frigo: cose che io vivo come dei tableaux compositi dai delicati equilibri di forme, nuance di colore e trasparenze di materiali, mentre per tutti gli altri non sono che MENSOLE PORTAOGGETTI, nell’accezione più didascalica possibile.
Mi rendo conto che sia assai più comodo avere le scatole delle medicine a portata di mano, ma non riesco ad arrendermi e ad abituarmi a quella sequela disordinata di colori e di volumi rappresentata dalle loro scatole che inevitabilmente capeggeranno lì per tutto l’inverno.

E poi Cecetta non sta bene da lunedì, mi ha fatto passare due notti semi-insonni, mentre la Dodo si è preoccupata di rendermi difficoltose le mattine con i consueti esercizi oppositivi che devono essere la sua personale versione dello Yoga mattutino.

(Sto diventando più brava sai? Non ho ancora trovato il punto esatto di equilibrio tra fermezza e condiscendenza, quello no, ma probabilmente sono più convincente quando mi oppongo alle sue opposizioni, infatti riesco persino ad ottenere qualcosa. Intanto però conto nuovi capelli bianchi ogni sera. Che ci sia una relazione fra le due cose?)

Martedì pomeriggio mi hanno chiamata dall’asilo perchè Cece era molto mogia, molto noiosa e alla fine le è pure salita la febbre e respirava male. Così sono andata a prenderla prima del solito, insieme alla Dodo, la quale si è addormentata in macchina e quando si è svegliata ha sfoderato uno dei suoi peggiori umori ed un’insolita tenacia nel pretendere una cosa assurda quale: “Riporta Cecetta dentro l’asilo, voglio entrare a prenderla con te”.
Tutto perchè suo padre, al rientro da un viaggio di lavoro, stanco morto ma armato delle migliori intenzioni, ci era venuto incontro davanti al Nido e così era rimasto insieme a lei che dormiva, mentre io prelevavo la piccoletta.
Dormiva per i primi 2 minuti, dopo-di-che: delirio.

Inutile dirti che non ho riportato dentro Cece, ma la Dodo sì: che salutasse le maestre e che giocasse per il tempo necessario per perdere il filo di quel capriccio insulso.
Intanto io ho chiamato la pediatra (o ho pensato di farlo) la quale non ha risposto, così ho deciso di portare Cecetta al Pronto Soccorso Pediatrico.

Io non sono mai stata una mamma ansiosa, mai.
Ho ninnato Angelica malata per notti intere senza andare in panico, me la sono infilata nel letto per tenerla sotto stretto controllo ma mai, mai l’ho portata al PS, col rischio di farcela restare per ore prima di vedere un medico da lontano.
E invece ora, sarà l’età (vedi voce “capelli bianchi”, qui sopra), sarà la mancanza di sonno (vedi voce “notti in bianco”, sempre qui sopra), ma ci sono finita due volte in un mese: la prima con Dodo che lamentava mal di testa e mal di collo ed io con il fanstasma della meningite che mi tirava i piedi, la seconda martedì sera.
E ti giuro che questa sarà anche l’ultima per molto, moltissimo tempo.

Al PS, a meno che tu ci vada in ambulanza, è meglio se non ci vai: ci guadagni in salute.

Sono entrata alle 18:20, sono uscita alle 21:30, dopo 4 minuti di visita (no non è un’iperbole, sta scritto sul foglio di dimissione) e 3 ore e 6 minuti di attesa. Ho visto passare tutti i bambini che erano arrivati prima di noi, ho visto passare quelli che erano arrivati insieme a noi, ho visto passare quelli arrivati dopo di noi e che evidentemente stavano peggio di noi e alla fine eravamo soltanto io, Cece che mi dormiva addosso, bollente di febbre, una coppia che parlava spagnolo con un bimbo che continuava a vomitare e una coppia con una bambina di due anni con la congiuntivite.
La CONGIUNTIVITE: e io che mi faccio esami di coscienza perchè penso di essere ansiosa.

Non avevo mangiato, non potevo andare in bagno ed avevo una notte in bianco alle spalle; chiedevo che codice mi avessero assegnato e mi rispondevano che non me lo potevano dire perchè avrebbero dovuto entrare nel computer, neanche avessero dovuto hackerare il sito della CIA.

La stanchezza si faceva sentire, prepotente, gli occhi mi si riempivano di lacrime di rabbia e le gambe non stavano ferme, costringendomi a muovermi per ribellarmi a quella prigionia: e non un cane che venisse a chiederti come stavi, se avevi bisogno di qualcosa lì da sola con una bambina così piccola.

Ad un certo punto mi hanno chiamata e lì ho sperato che quella pipì che mi tenevo da due ore sarei riuscita a farla a casa. E invece no, perchè appena entrata nella SALA VISITA 3, è entrata una ragazzina dietro di me, scortata da un’infermiera che, con l’empatia di un comodino, mi ha detto: “Scusi Signora, c’è stato un errore. L’ho chiamata io ma mi sono sbagliata, c’è prima questa ragazza. Dovrebbe accomodarsi fuori. Mi spiace.”

A quel punto protesto, mi arrabbio, dico che non si può lasciare lì una persona così, senza notizie, senza assistenza, per 3 ore, che non è giusto, e il medico mi rinfaccia che lui quel pomeriggio ha quasi perso un paziente e che ha avuto quindi cose più importati (di noi – ndr) a cui pensare, ed io, investita da quella vigliaccata del tutto gratuita, me ne sono uscita con una frase tanto idiota quanto: “Bhè insomma, ognuno ha i suoi problemi però!”

(Ho menzionato il fatto che avevo in mano, oltre alla bambina, cappotto, cappelli, sciarpe e borsa? L’inverno è complicato se hai un piccolino. Complicatissimo.)

A quel punto mi sono arresa all’evidenza che non ce l’avrei più fatta e così sono andata in bagno, con Cecetta in braccio, sbraitando, inveendo e piangendo di rabbia.

(Devo aver anche dato un cazzotto alla porta, bello forte, perchè mi sono procurata una lesione al polso della cui portata mi sono resa conto soltanto il giorno dopo. Sono un’idiota, me lo dico da sola.)

E come poteva concludersi la serata se non così: nei 3 minuti che ho impiegato per fare quella pipì che tenevo da 3 ore, finalmente mi chiamano, io non rispondo e mentre una sconosciuta e premurosa avventrice mi viene a bussare alla porta per avvisarmi, la CONGIUNTIVITE mi frega il posto.

(O merde)

E sai qual è la cosa più assurda e frustrante di tutta questa faccenda?
Che a un certo punto, durante quell’attesa aggrappata a Whattsapp, mi ha attraversato il cervello un flash sconfortante: non avevo fatto il numero della pediatra, avevo fatto il numero del medico di base e quella non risponde mai!
La pediatra, ho appreso il giorno seguente, era in studio, fino alle 19.

Io ho proprio bisogno di dormire, caro Diario. Di dormire per 7 ore di fila, tutte le notti, da qui all’eternità.

Con stasera però la settimana è finita, evviva.

Io e la Dodo abbiamo tirato tardi sul divano (cioè abbiam fatto le 21:10), abbiamo guardato Moster University e ogni volta che appariva l’acerrimo Rettore della MU lei mi saltava in braccio perchè le faceva paura.
Abbiamo ballato con le braccia mentre i mostriciattoli ballavano alla festa delle Spaventiadi e ci siamo dette un sacco di volte che ci vogliamo bene.

E allora anche chissenefrega di tutto il resto, no?
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