to be a citizen

Vivere con lentezza

dicembre 16, 2013

E’ passata più di una settimana dall’ultima volta che vi ho dato notizie su di me.

Potrei annoiarvi con i dettagli sull’ultima decina di giorni, iniziati, lo ricorderete, con un’attesa interminabile in un Pronto Soccorso pediatrico, ma sono sicura che vi annoierebbero e non vi racconterebbero nulla che non possiate immaginare da soli: specie se siete madri o padri. Ma anche se siete zie, zii o vicini di casa: i bambini piccoli malati, si sa, paralizzano le agende familiari e, come è giusto che sia, assorbono energie, sforzi, impegni e pensieri.

Comunque Cecetta sta bene, casomai ve lo foste chiesti e, se la fortuna ci assiste, da oggi sarà all’asilo a scorazzare insieme ai suoi amichetti in miniatura.

In questi giorni di agende saltate per aria, mi sono ritrovata a disperarmi da un lato per tutte le cose che avrei voluto e dovuto fare e che non sono riuscita nemmeno a cominciare e dall’altro per la stanchezza primordiale che mi ha assalita, procurandomi persino degli episodi di insonnia, di quella che ti viene per la troppa stanchezza accumulata che ti impedisce persino di spegnerti.

E poi mi sono ritrovata ad analizzare le mie aspettative frustrate, ciò che pretendo di fare, l’elenco infinito del non fatto o fatto a metà e ho pensato: ma com’era una volta? Com’era prima?

E non sto parlando, per una volta, del “prima dei figli”, sto parlando dell’epoca pre-smartphone, pre adsl, pre fibra ottica, pre facebook-twitter e compagnia cantante.
Dell’epoca precedente alla presente: iperconnessa e che si consuma alla rapidità di un ghiacciolo al sole.

No, state tranquilli, questo non è il preambolo a considerazioni tipo Si Stava Meglio Quando Si Stava Peggio: questo tipo di esternazioni me le riservo per dopo i 60.
Stavo riflettendo invece su come, ad un certo punto, sia necessario prendere atto dell’impossibilità di vivere alla velocità che ci viene suggerita o addirittura imposta e di come arrivi un momento in cui è indispensabile stilare scale di valori e fare scelte ragionate su cosa e quanto fare.

Non mi fraintendete: io adoro questa iperconnessione e non potrei più vivere senza uno smartphone, al punto che, quando scendo velocemente dalla macchina per prendere la Dodo all’asilo, la borsa la lascio sul sedile ma il telefono no, lo porto con me.
Come dire che una borsa rubata è sostituibile, sacrificabile, ma lo smarphone no, sarebbe una perdita troppo grave.

(Lo so: alcuni di voi ora stanno pensando che io sia un caso clinico e forse avete persino ragione – pensa i documenti, le carte, i ricordi nel portafoglio, per non parlare della borsa stessa! – ma molti altri, ne sono certa, condividono la mia stessa follia)

Tuttavia esiste un fatto oggettivo ed incontrovertibile: non si può avere una vita normale, con tutti gli impegni che implica, e riuscire anche a tenere il passo con i social network, con uno o più blog (perchè come sapete io, oltre a scrivere qui, scrivo anche per le Instamamme), con la passione per la fotografia da espletare in doppia risoluzione (cioè dal telefono, a beneficio di Instagram, e dalla macchina fotografica, a beneficio di futura memoria mia e di tutta la mia famiglia) e magari anche con aspirazioni letterarie che ti spingerebbero a produrre inutili pagine di pseudoletteratura.

(Per non parlare del progetto di realizzare video, come facevo una volta, e di aprirmi un canale You Tube)

Una volta era tutto diverso e non solo per il fatto che tutte queste cose non esistevano o esistevano solo in parte: una volta ero circondata quotidianamente da persone della mia età, per fini di studio, di lavoro o di cazzeggio. Lo scambio era, per la natura delle nostre frequentazioni e per la nostra giovane età, altissimo e prolifico. Non ci sarebbe stato bisogno, probabilmente, di reiterare i rapporti a distanza, una volta congedatici: tutto si concentrava in quelle ore di convivio, godendo del 100% delle nostre energie psichiche ed intellettive, poi si passava ad altro.

Al giorno d’oggi (potete crederci?…ho usato questa espressione!) un certo isolamento affligge noi mamme di figli piccoli, strappate dai contesti tradizionali che ci vedevano parte di una rete di relazioni e di aiuti fatta di parenti, vicine di casa, nipoti e sorelle (tutte donne, ça va sans dire).
Attualmente siamo sole e, anche laddove siamo ben fornite di servizi, permane una solitudine data dall’assenza della parte più calda e accogliente di quell’antica rete: quella determinata dall’affetto, dall’amicizia, dall’amore.
A causa di quell’isolamento, anche quando siamo al lavoro abbiamo poco tempo da spendere nelle relazioni: dobbiamo sempre scappare, correre da qualche parte, incalzate dall’orologio che neanche il Bianconiglio.
E allora ci sfoghiamo sui social, perchè abbiamo pur bisogno di parlare con qualcuno che abbia più di dieci anni, ogni tanto.

Può qualcuno, in tutta onestà, biasimarci per questo?

A sentire gli “esperti”, in realtà siamo tutti un po’ più soli: chiusi in un bozzolo ipertecnologizzato che ci isola dal mondo nel momento stesso in cui ci connette ad esso alla velocità di svariati megabite al secondo.
Sto leggendo un libro che descrive in maniera piuttosto impietosa le generazioni di adolescenti di oggi, chiuse in una forma di autismo tecno-mediatico del tutto inedito, roba che i nostri walkman erano roba da principianti.

Il paradosso, quello su cui riflettevo in questa settimana, risiede proprio nella “schiavitù” che origina da questa rete di relazioni virtuali: tanto estese da essere praticamente impossibili da coltivare con costanza e tanto effimere da non colmare alcun vuoto, anzi, da lasciarti con la costante frustrazione del “volere di più”, che ti spingerebbe ad essere sempre connesso, costantemente a scorrere in giù lo schermo touch alla ricerca spasmodica di notifiche.

Personalmente ho disattivato le notifiche push dai miei dispositivi già da un po’, perchè quelle incursioni senza filtro in ogni istante delle mie giornate avevano già finito di infastidirmi.

Resta forte il legame che ho con tutte quelle relazioni, con le informazioni sempre a portata di mano, con la rete tutta, di cui mi sento pedina felice.

Però penso spesso a quanto fosse più semplice una volta, quando bastava un tè delle cinque nel bar del Paese ad appagare il bisogno di relazioni.
Quando i pensieri non si scrivevano in un tweet, ma sulle pagine della Smemo, che al massimo girava fra i banchi della tua classe e non sulla time line dei 160 followers che attualmente ho su Twitter (e che sono pochissimi, secondo gli standard odierni, pazzesco no?).

Ora che il mondo si è ridimensionato nella sua vastità, al punto da stare comodamente dentro una tasca, le possibilità che si aprono sono infinite e le insidie, checchè ne dica anche il peggiore dei reazionari, sono in proporzione del tutto accettabile, rispetto a quelle.
Dotarsi degli strumenti per utilizzare bene i mezzi a nostra disposizione non è difficile ed è doveroso; quello che può essere difficile, a volte, è stilare la nostra personale scala di valori, quella secondo la quale dare la precedenza a questa o quella connessione.

Fermo restando il fatto che i rapporti dal vivo, che i thè delle cinque, quando si profila la possibilità di berli in compagnia, sono di gran lunga da preferire a qualsiasi genere di convivio virtuale.

Sono da prendere al volo.

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  • verdeacqua dicembre 16, 2013 at 11:24 am

    condivido in pieno tutto quello che dici. Bel post, brava!
    (posso permettermi un consiglio, non vorrei sembrare l’uccellaccio del malaugurio ma non lasciare la borsa in macchina! A me qualche mese fa hanno spaccato il finestrino e portato via tutto proprio fuori dalla scuola e il tempo di recuperare mio figlio è di 4 minuti circa. Per la cronaca la lasciavo sempre sul sedile e il telefono era sempre con me, proprio come fai tu, quella volta ovviamente era rimasto in borsa.)

    • Silvia A. dicembre 16, 2013 at 1:15 pm

      E io me la ricordo molto bene la storia della tua borsa! E ti dirò di più, per un po’, colpita dalle tue parole e dalla “sofferenza” che raccontavano (perchè lo so benissimo che sarebbe una pugnalata al cuore, se mi rubassero la mia borsa…) ci ero stata più attenta.
      Poi si tende sempre a diventare più “leggere”, a sottovalutare, a pensare “ma vuoi che proprio a me?”.
      In sintesi: spero tanto di non arrivare mai a dover scrivere un post come quello che hai scritto tu qualche mese fa, nel frattempo farò tesoro del tuo consiglio e la borsa me la porterò sempre dietro!

      (c’era una recita, se ben ricordo, di mezzo e ti avevano rubato anche la macchina fotografica “da battaglia” con dentro tutte le foto del tuo bimbo in quella sua esibizione… uffa. Che brutto. Ti abbraccio!)

      S

  • Silvia A. dicembre 16, 2013 at 1:26 pm

    Fra l’altro i miei followers su twitter sono 150, ho appena controllato! Quindi o mi ero autoarrotondata un filino troppo per eccesso, oppure sono scappati in massa in seguito a questo post!
    😀

    S

  • gab dicembre 16, 2013 at 9:08 pm

    io ho disinstallato fb e twitter dal telefono…sì, vabbe’, anche per questioni di spazio…diciamo che così ho unito l’utile al dilettevole, per potermi prendere “il te delle 5″in pace, per evitare di guardare sempre l’aggeggio piuttosto che gli altri e i loro occhi. Comuque…sottoscrivo tutto! ma quindi tu facevi video? io video in animazione 😉

    • Silvia A. dicembre 16, 2013 at 9:52 pm

      Davvero?? Lavori a milano? Magari ci siamo persino conosciute…
      Io facevo la producer prima, era il mio lavoro (ho lavorato anche in post produzione, fra l’altro). I video li facevo per diletto ai tempi della Scuola Del Cinema, ogni tanto mi vengono attacchi di nostalgia. Purtroppo anni fa mi rubarono la telecamerina e il mio estro subì una battuta d’arresto.
      Però mi piacerebbe ricominciare. Ora in fondo basta il telefono!
      😉

      • gab dicembre 17, 2013 at 9:13 am

        no, non a milano, qui a Bari. Sono scenografa, ma per casi della vita mi sono sempre occupata di costume sui set o in teatro e di animazione stop-motion, con le scuole, finché non ho avuto possibilità con mia collega di destreggiarci per un videoclip e poi per un cortometraggio; lavoravo anche in una accademia del cinema per ragazzi in zona. 🙂

        • Silvia A. dicembre 17, 2013 at 2:26 pm

          Dai che bello!! Io adoro la stop motion!
          <3

        • Silvia A. dicembre 17, 2013 at 2:27 pm

          mi passi un link, se esiste, dove vedere i tuoi lavori? SOno curiosa!!

  • gab dicembre 17, 2013 at 3:30 pm

    Qui noi donne abbiamo curato scenografie, personaggi e tutti gli elementi mobili, che sono stati animati in after-effect, in realtà, da due ragazzi.
    http://www.youtube.com/watch?v=NICo3yBEdZs

    il corto non è ancora on-line…questa è la pagina:
    http://www.zenmovie.it/home/portfolio/carlo-e-clara/

    poi non c’è altro in rete, perché per lo più sono lavori con le scuole, che magari hanno pure vinto qualcosa, ma che sono rimasti alla cooperativa con cui lavoravo o alle scuole appunto.