to be me

Un sei e un sette di cuori.

gennaio 23, 2014

Abbiamo perso il telecomando dell’Apple TV.
Ho ribaltato la casa, frugato in ogni cassetto, scandagliato ogni fessura sotto ogni libreria, credenza, divano e ispezionato anche i pertugi più angusti ma niente.

Scomparso. Dissolto. Puff.

Probabilmente Cecetta, che ha una passione particolare per i telecomandi, come tutte le bambine di 14 mesi, lo ha infilato in un posto in cui a lei sembrava calzare a pennello e che noi, che non possediamo la sua stessa libertà di associazione mentale, non arriveremo mai a indovinare.
Certo il design concepito dai mega geni della Apple non aiuta: è liscio come una saponetta e sottile come un salvaslip. Tenerlo sotto mano è un’impresa, che come minimo ti si infila fra i cuscini del divano.

Me ne farò una ragione e ne ricompreremo uno.

Nel frattempo però questa caccia al tesoro mi ha portata ad infilare una mano tra la seduta e lo schienale di una poltroncina, che è arrivata in casa nostra di recente, dopo un peregrinare variegato per le case dei miei familiari.
Si tratta di una poltroncina anni ’60, che mia madre e mia nonna avevano rifoderato con lo stesso tessuto delle mantovane e del copriletto della mia camera da letto.
Detestavo tutto quel coordinamento. Avrei voluto riempire la mia stanza di colori e di confusione e invece mia madre, non appena mi distraevo un attimo, la acchittava con un ordine ed un rigore estetico che non mi rappresentavano allora e che non mi rappresentano neanche adesso.

Non in quelle texture, in ogni caso.

(Anche se, fuori contesto, qui in casa, ho iniziato ad apprezzarle di più)

Mia mamma non ci avrebbe mai piazzato sopra un cuscino di velluto rosa e nanche uno a forma di cuore alato, per esempio, e questa è la dimostrazione che il suo rigore estetico, unito al colore ed alla confusione che avrei voluto io, avrebbe prodotto buoni risultati, se solo mi avesse lasciato fare.

Ma sapete una cosa? Il punto non era questo, non volevo neanche parlare della poltrona in sè.

Quello che vi volevo mostrare è quello che ho trovato tra i suoi cuscini: due vecchie carte da gioco.

Un sei e un sette di cuori, chissà chi ce le aveva infilate e chissà quando! Alla luce della vita che ha condotto quelle poltrona negli ultimi 15 anni, quelle carte devono stare lì almeno da 20.

Quando le ho trovate ho pensato subito che fossero della Zia Lola e non so nemmeno se quella poltrona ci sia mai entrata, a casa della Zia Lola.

La Zia Lola era la sorella di mio nonno, morta nel ’97 a 83 anni, quindi non proprio giovane, anche se a me sembrava tale, all’epoca. Forse perchè la Zia Lola c’era sempre stata, forse perchè non avevo ancora preso in considerazione la possibilità che qualcuno dei miei cari potesse morire o forse perchè a 18 anni si è in quella bolla adolescenziale in cui non esistono nè prima, nè dopo; non esiste la morte e non si pensa al senso di quella vita che si sta iniziando a percorrere sulle proprie gambe, equidistanti da entrambe e disinteressati a tutto fuorchè se stessi.

Con la Zia Lola ci ho passato buona parte della mia infanzia ma le immagini che ho più precise di noi, riguardano le nostre partite a carte. E’ lei che mi ha insegnato i primi giochi e con lei, sul suo tavolo quadrato di legno ricoperto da una lastra di cristallo, ho fatto partite su partite a rubamazzo e a scopa. E non mi bastavano mai!

Non sono una che ricordi tanto: di quando ero bambina conservo poche, pochissime immagini.

Le storie sulle stelline di pastina che mia mamma andava a raccogliere col retino fuori dalla finestra per mettercele nel piatto, il tappeto peloso rosso su cui giocavo in Bottega dalla Nonna, alcuni giochi e le partite a carte, di notte, con la Zia Lola.
Che poi saranno state le 7 di sera, ma nel mio ricordo era notte: il lampadario era acceso sopra il tavolo e trasformava il cristallo in uno specchio; dalla finestra, oltre le grate, non si vedeva niente del cortile, se non la luce sopra la porta di casa della Nonna, che abitava dirimpetto.

Se solo avessi avuto un po’ più di sale in zucca, me la sarei goduta di più quando sono arrivati gli ultimi giorni. Invece avevo altro per la testa; gli amori, gli amici, Me e alle partite a rubamazzo non ci pensavo più.

Poi quegli amori sono diventati un niente che neanche ricordo e invece le partite a rubamazzo sono rimaste.

E come mi piacerebbe (solo per una sera) tornare piccolina, seduta su quella sedia con le gambe a penzoloni, stendere le carte sul tavolo di cristallo col lampadario acceso e giocare a scopa con la zia Lola che mi guarda da dietro i suoi occhiali.

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  • Silvana - Una mamma green gennaio 23, 2014 at 5:42 pm

    Io a carte giocavo con zio Peppe, il marito della sorella di mia madre. A Rubamazzo, proprio. Che poi dalle mie parti si chiama Rubamazzetto. Ho capito vent’anni dopo, solo dopo averlo perso per sempre (avevo 18 anni anch’io, ma lui appena 60), che zio Peppe barava per farmi vincere. Ogni volta che vedo un mazzo di carte napoletane, è a lui che penso, con gli occhiali piccoli sopra quel suo naso grande. Se riesco a tornare piccola per una sera, giuro che lo vado a cercare e vi sfidiamo a scopone scientifico, te e zia Lola. Però ti avverto: vinceremo sicuramente noi.

    • Silvia A. gennaio 24, 2014 at 8:37 pm

      Anche io da piccola lo chiamavo Rubamazzetto. Non so perchè poi l’ho privato del vezzeggiativo..
      Allora ci conto per quello scopone. Ma non farti illusioni: siamo una squadra inossidabile, io e la zia!
      🙂

  • Giochi, giocattoli e manie. | meduepuntozero gennaio 30, 2014 at 9:32 am

    […] ricordo le partite a carte con la Zia Lola, gli Scacchi (che non ho mai imparato per davvero) con mio fratello, la Dama. Mi ricordo il Cluedo, […]