storytelling, to be me

Sogni nel comò

marzo 10, 2014


Quando ero piccola ero una bambina smorfiosetta, vanitosa e impertinente. La mia propensione all’esibizione originava da un disperato bisogno di riconquistare il posto al sole che mio fratello mi aveva sottratto alla vigilia di Ferragosto del mio terzo anno di vita, facendomi il dispetto di nascere mentre io ero in montagna con il papà, impossibilitata a fare nulla per evitare la catastrofe.

Sarà per questo che dai 6 anni ho cominciato a registrarmi cantare, a mettere in scena finti programmi radiofonici a beneficio di un mangiacassette portatile e a coltivare rancore per tutti gli outfit stantii e fuori moda cui mi obbligava mia madre, con la complicità di mia nonna sarta e di una serie infinita di tartan e velluti che o pungevano e mi facevano venire voglia di scorticarmi fino all’osso, oppure erano stenchi e scomodi che neanche un’armatura.
E io che sognavo chiffon e ballerine dorate…

“Ha una bella voce e un buon orecchio musicale, ma non ha estensione vocale”, sentenziò una volta il mio maestro di musica, che poi era anche mio zio, e così mi levai dalla testa la storia del cantare e dell’esibirmi: non avevo possibilità.

Dai 10 ai 14 anni concentrai le mie energie sull’arte. Disegnavo, coloravo, dipingevo magliette, tazzine e risme di fogli Fabriano, così, al momento di scegliere la scuola superiore, le mie idee erano chiarissime:

“Voglio fare il liceo artistico!”.

Passare la maggior parte delle ore scolastiche a fare quello che alle medie ci era concesso per 2 misere ore la settimana mi sembrava un sogno.
“Il liceo artistico non offre una preparazione completa, saresti ignorante, seppur bravissima a disegnare. Fai il liceo classico, che apre tutte le porte!”.
E così mi iscrissi ad un liceo di provincia, frequentato da figli di, e con un corpo docenti composto da genitori di: un club esclusivo di cui disgraziatamente non possedevo la tessera.

Fu così che decisi di partire, andarmene: cercare il mondo altrove, fuori dal quel chiostro odoroso di muffa.

“Voglio andare in America, voglio essere un exchange student!”.

Finii in una località sperduta del profondo Sud degli Stati Uniti, in una Scuola Superiore che contava più di 1800 alunni, e scoprii che, inquanto exchange student, facevo parte di un club di sfigati cui venivano fatte domande imbarazzanti tipo: “Are you a boy or a girl?“.
Gli americani non sono esterofili quanto noi altri, scoprii a mie spese. Allora decisi:

“Voglio essere una cheerleader, e guadagnarmi credibilità, una posizione e persino delle invidie!”.

Partecipai ai try-outs e diedi il meglio di me, ma pur essendo sensibilmente più magra e più agile della maggior parte delle mie contendenti, non ce la feci.
“Essere una cheerleader è uno status symbol, è difficile accedervi se non sei di una famiglia bene, che foraggia la squadra con donazioni e con indefesso volontariato a beneficio del torneo”.
Dopo una giornata intera di pianti disperati, mi asciugai le lacrime e mi diedi all’atletica leggera, accontentandomi dell’amicizia con la cricca degli ultimi: gli exchange-student come me.

Tra i 17 e i 21 anni, una volta tornata in Italia, assistetti alla nascita di MTV Italia, l’evento che avvicinava i due mondi in cui avevo vissuto e di cui mi sentivo pioniera, grazie alla mia esperienza americana. Perciò non avevo dubbi:

“Voglio essere una VJ di MTV!”

Feci di tutto per arrivarci: la hostess agli MTV EMA’s del 1998, le prove davanti allo specchio in cameretta, i provini a Cercasi VJ, a Rimini, nel 2000. Capii ben presto che “non ero capace di stare davanti ad una telecamera, di crederci davvero, di essere sfacciata e tanto sicura di me da riuscire a sorridere nel vuoto, come fosse la cosa più normale di questo mondo”.
(E in questo caso non ci fu neanche bisogno che me lo dicesse qualcuno)

Tra i 22 e i 24 anni, quelli dell’università, in seguito ad un entusiasmante corso sulle “Teorie e Tecniche del Linguaggio Giornalistico”, ero risoluta:

“Voglio fare la giornalista!”.

Mi impegnai a fondo per quell’esame, studiai e lavorai col mio gruppo per portare a casa l’inchiesta che il Prof ci aveva assegnato, e lo feci con successo.
“Signorina, questa inchiesta è sicura di averla scritta lei? No perchè potrebbe essere pubblicata così com’è su un giornale nazionale; è meglio di quanto scrivano tanti giornalisti tesserati. Complimenti. Le do 30, con lode. Come dice? Vuol fare la giornalista? No, lasci perdere. Glielo sconsiglio vivamente: le redazioni sono sature, prendiamo gli stagisti per coprire l’estate e poi li lasciamo a casa. Non ci sono speranze, si dedichi ad altro, dia retta a me!”.

Così, finita l’università senza uno straccio di prospettiva, provai a coniugare le mie inclinazioni per la scrittura con il mio amore per il cinema. La strada mi era chiarissima:

“Voglio fare la sceneggiatrice!”

Mi iscrissi al test per la Scuola del Cinema: sceneggiatura e produzione. La seconda mi fu suggerita, per “avere una possibilità in più”. Fui presa in entrambi i corsi, così la scelta tornò nelle mie mani.
“Scegli produzione: ti darà più possibilità di lavorare; scrivere per il cinema in Italia è complicato, se non impossibilie. Non esiste una vera scuola di sceneggiatori, nella migliore delle ipotesi finiresti a lavorare per la tv, a scrivere roba tipo Cento Vetrine”.

Scelsi produzione, lavorai 6 anni, 6 anni bellissimi in cui ho fatto esperienze che mai più nella vita. Ho collaborato con registi internazionali, con artisti degl effetti speciali, musicisti, ingegneri del suono, sceneggiatori, costumisti; ho lavorato alla realizzazione di un cortometraggio di Paolo Sorrentino, ho girato a Roma con la sua troupe; ho collaborato con le più grosse agenzie pubblicitarie, visto realizzare film con budget a 6 zeri. Poi ho fatto una figlia, ed è tutto finito.

Per la verità è tutto quel mondo ad essere finito, in rovina: io non sono che scivolata via con la corrente, come nell’onda di risucchio dopo uno tzunami.

La morale di tutto questo la vedete anche voi, no?

Forse non vale MAI la pena di lasciare un sogno per una strada che appare più sicura, più conveniente, ma ancora di meno vale la pena farlo nel mezzo di una crisi globale, perchè se c’è qualcosa che ami fare, probabilmente sarai anche più bravo a far quella cosa, piuttosto che un’altra e quindi avrai più possibilità di successo. E alla peggio, rischi solo di essere più felice.

Il mio sogno nel cassetto, oggi, non è altri che questo: essere felice, fare quello che amo, ricordarmi sempre chi sono e quali sono le cose importanti per me.

L’idea dei “Sogni nel Cassetto” è stata di Maddalena de Il Mezzo Mondo di Uescivà, questo è il suo post sui sogni nel cassetto.
Poi ci sono quelli di Sabrina-Burabacio, di Lucrezia di C’era una Vodka e quelli di Lucia di Malanotteno. Attendiamo con impazienza quelli di Silvana-Una Mamma Green, che sono andati ad ossigenarsi in montagna, e quelli di Giorgia di LoveIsAnOwl.
(quando i loro nomi diventeranno lilla, un link vi condurrà dritti nei loro cassetti)

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  • uesciva marzo 10, 2014 at 11:58 am

    anche io volevo fare il liceo artistico!!! e poi ho fatto il classico………….. ed eccoci qui…. 🙂

    • Silvia A. marzo 10, 2014 at 11:59 am

      Un lunghissimo giro in tondo, per tornare a dove sapevo di voler essere già a 14 anni!
      😛

  • Ceraunavodka marzo 10, 2014 at 11:59 am

    La verità sulle cheerleader mi sconvolge, davvero. ora sono triste

    • Silvia A. marzo 10, 2014 at 12:37 pm

      In realtà il motivo principale per cui lo volevo fare aveva a che fare con la loro divisa, lo devo ammettere.
      Comunque è una triste verità, ma qualcuno doveva pur dirvela.
      🙂

  • Di stelle cadenti e sogni nel vento | Una mamma green marzo 10, 2014 at 12:12 pm

    […] E proseguendo con Lucrezia di C’era una vodka, Lucia di Malanotteno, Burabacio e Silvia A. di Meduepuntozero. Alla fine, avevo ragione io: sognare in compagnia è tutta un’altra […]

  • Lucia Malanotteno marzo 10, 2014 at 12:19 pm

    Il post è bellissimo e il tuo giro di vita di più. però pure io sono sconvolta dalla casta delle cheerleadear.!

    • Silvia A. marzo 10, 2014 at 12:22 pm

      Ahahahah….
      Però ti fa capire molte cose, dopo anni a guardare serie tv americane, no?
      😀

      • Lucia Malanotteno marzo 10, 2014 at 12:24 pm

        Guarderò Friday night light con altri occhi, ci puoi giurare!

  • Sogni a zonzo | Ma la notte no! marzo 10, 2014 at 12:24 pm

    […] quelli di Burabacio ci sono questi, alcolici. Con il lunedì sono arrivati altri sogni sul comò ( Meduepuntozero.) e quelli condivisi. Alla fine, avevo ragione io: sognare in compagnia è tutta un’altra […]

  • gab marzo 10, 2014 at 1:06 pm

    eccomi, un’altra che avrebbe voluto fare il liceo artistico (e i miei lo volevano), ma che all’ultimo ha scelto il classico…ma poi all’università ha optato per l’accademia di belle arti…:-P
    Che bel post, silvia!!!!

    • Silvia A. marzo 10, 2014 at 1:43 pm

      Grazie Gab! Tu però hai un talento oggettivo, non ti serviva il liceo artistico per imparare!
      🙂

  • mamma avvocato marzo 10, 2014 at 4:25 pm

    credo che tu abbia ragione, come al solito.

    • Silvia A. marzo 10, 2014 at 9:17 pm

      Predico bene vero?
      Quanto al razzolare invece…beh..

  • Di sogni nel cassetto, ma anche no | loveisanowl marzo 12, 2014 at 10:46 am

    […] la tradizionalista e li ha davvero nei cassetti, così come la mammagreen Silvana. Invece Silvia di Meduepuntozero preferisce un intero comò, e Lucia di Malanotteno addirittura li tiene a […]

  • arturodebirds marzo 12, 2014 at 12:41 pm

    Cheerleade <3__<3

  • Luigi marzo 13, 2014 at 3:49 pm

    Un “giro vita” entusiasmante ed interessante che per fortuna é passato da Milano al momento giusto e mi ha permesso di Viverti da cosi vicino.
    Amo leggere la tua vita, mi sento molto fortunato.
    Un tuo fans

  • Ansia da prestazione | meduepuntozero giugno 4, 2014 at 9:49 am

    […] E invece mi ricordo quel provino a MTV sulla spiaggia di Rimini: avevo 22 anni ed ero diventata microscopica di fronte all’occhio della telecamera. Non c’era nessun muro nero e, soprattutto, nessun pubblico. E non era mica normale stare lì a parlare con nessuno, e sorridergli pure. […]

  • Tiziana Favolazione aprile 12, 2016 at 6:44 am

    Mi ha molto emozionato questo post…sará che al liceo artistico, cui rinunciai per un più “sicuro” scientifico, ci penso ancora…

    • Silvia A. aprile 12, 2016 at 10:43 am

      Anche io ci penso, a volte. Forse ci penserei di meno se tutta questa formazione classica non fosse considerata meno di zero. Hai presente quando dici che sei laureato un Lettere e ti guardano con compassione e domandandosi in fondo a che cavolo serva un laureato in lettere, al giorno d’oggi?
      Che tristezza…

  • La paladina della mia adolescenza è una sfigata | meduepuntozeromeduepuntozero giugno 5, 2016 at 11:39 pm

    […] Vi ho mai detto che sono stata una exchange student? […]