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La festa dell’uva di San Colombano

settembre 29, 2014

Domenica scorsa c’è stata la Festa dell’Uva a San Colombano al Lambro, il giorno in cui il paese celebra la fine della vendemmia dell’unico vino del milanese, prodotto in quell’enclave di provincia di Milano, schiacciata tra quelle di Pavia e Lodi.

La gente di San Colombano è gente di frontiera e come tale è estranea sia in casa, che appena fuori dall’uscio: milanesi per ostinazione, nemici di campanile dei lodigiani loro dirimpettai, ignorati completamente dai pavesi alla cui provincia San Colombano si appoggia in una propaggine estrema, una specie di costola fluttuante, inutile e dimenticata (prova ne sia che laggiù la Provincia di PV ha smesso di preoccuparsi delle strade da decenni).

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Io sono di San Colombano, anche se, ad oggi, il tempo che ho vissuto lì è quasi pari a quello in cui ho vissuto altrove.

La Festa dell’Uva non la capisci fino in fondo se non sei del paese: tutte le nostre estati ci giravano intorno, ma era solo dell’ultimo scorcio, in cui le ferie erano ormai finite e i nostri genitori contavano i giorni alla ripresa della scuola e della routine, quello di cui si impossessava completamente.

Noi Banini, passato il Ferragosto, si cominciava a fare il carro.
Il carro era una specie di rito iniziatico: quando cominciavi a fare il carro, eri ufficialmente grande, entravi in contatto con le compagnie dei più grandi e ti guadagnavi il tuo posto in società a colpi di pennello zuppo di colla da parati, quella che finiva stesa sui fogli delle pagine gialle, che costituivano l’ultimo strato sul corpo di quei pupazzoni di carta pesta, pronti a prendere vita, subito prima del più nobile di tutti: il colore.

Si imparavano un sacco di cose a fare il carro: imparavi a inchiodare assi, a saldare tondini di ferro, a stemperare la colla con l’acqua, a mescolare i colori, a baciare con la lingua, a fare l’amore.

L’ultima notte prima della festa dell’uva (che fino a pochi anni fa era regolarmente benedetta con quell’ora in più di fuso che ti regala in autunno il passaggio all’ora solare), un po’ per il ritardo accumulato e un po’ per tradizione, si passava tutta fuori. Si dormiva nei sacchi a pelo, se si dormiva, e quando il sole sorgeva era tutta una corsa a provare i movimenti, a riparare i meccanismi saltati nella prova generale e a finire di passare il colore sui personaggi arrivati per ultimi.

Io facevo poco di tutte le cose che ho descritto sopra, se non niente. Non inchiodavo, non coloravo, non baciavo con la lingua e non facevo l’amore. Spalmavo un sacco di colla con la pennellessa, osservavo le avventure degli altri ma avevo il coprifuoco troppo presto per vedere come andavano a finire, e una volta sono finita schiacciata per terra sotto il peso di un ragazzo di 16 anni che cercava impunito una via fra le mie gambe. Io ne avevo 13 e fino a quel momento pensavo persino che lui mi piacesse; da quella sera qualsiasi pensiero romantico fu cancellato dalla sensazione sgradevole di pressione sopra i jeans. Per molto tempo.

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La compagnia di cui ho fatto parte per anni, senza contribuire in maniera significativa ai successi che raccolse, si chiamava VIRUS, e più che un gruppo era una filosofia di vita.

Lanciarono una moda che dura a tutt’oggi: un furgone tipo pick-up precedeva la processione di trattore e carro al seguito, ospitando un dj-set itinerante con casse gigantesche che copriva, oscurandola completamente, la musica gentilmente offerta dalla pro-loco. E noi tutti dietro: piccoli, medi e grandi a ballare, tutti con la stessa maglietta e la stessa sensazione di essere al centro del mondo.
Poi arrivava il momento per gli addetti ai lavori di buttarsi sotto coperta e mettersi al posto di comando, sotto i pupazzi, a guidarne i movimenti: si andava in scena.

Una volta ci fu persino un arcobaleno che dal nulla si apriva a coprire la lunghezza del carro per tutta la diagonale. Io non lo vidi: forse non c’ero perchè ero in America, o forse ero malata.

E seppur io sia sempre stata una specie di outsider in quei contesti, non c’è posto al mondo in cui mi senta più a casa che dentro questi ricordi.
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