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Je Suis Charlie

gennaio 8, 2015

charlie

A me certe vignette non hanno mai fatto ridere.

Le rappresentazioni triviali del sacro e del profano, le barzellette sconce, le provocazioni aperte mi hanno sempre suscitato un certo fastidio. Sarò troppo “per bene”, troppo puritana ma non mi hanno mai fatto particolare simpatia.
All’ironia irriverente e al sarcasmo ho sempre preferito l’autoironia, il rispetto del sacro e del profano, la buona educazione.

Mi hanno sempre fatto grandissima simpatia invece i disegnatori, quelli che ce l’hanno dentro: depositari di una confidenza con un mezzo d’espressione che ha del magico, donato loro da qualche divinità pagana col senso dell’umorismo, probabilmente.

Sono cresciuta in un mondo nel quale ho avuto l’opportunità di scoprire chi sono anche per differenza: io non sono il tipo da vignette scurrili; io non sono il tipo da gonne giropassera e calze a rete; io non sono il tipo da una botta e via; io non sono il tipo che ami stare tra le mura di casa.
E lo so perchè ho avuto l’opportunità e la libertà di scegliere chi volevo essere, cosa volevo fare, cosa pensare.
Ed è questa la natura della libertà che è stata assassinata ieri.

Sapete cosa mi sconvolge? Che c’è un sacco di gente là fuori che non lo sa che siamo fortunati, o che sembra non ricordarselo neanche al cospetto dell’orrore, quando arriva a ricordarci quanto lo siamo.

Tutti quelli che: “Sì però se la sono andata un po’ a cercare”.
Tutti quelli che: “Non si parli di Islam, che l’Islam non c’entra”.
Tutti quelli che: “L’Islam è il problema”.

Non sono nella posizione di fare analisi geo-politiche ma vorrei tanto avervi davanti, a voi “Sì però”, per dirvi che non c’è “Sì però” che tenga di fronte all’orrore e che l’orrore più grosso non è rappresentato da quelle 12 anime – che Dio o almeno un Satiro le abbia in gloria -, ma dal fatto che siano state uccise poichè esercitavano un diritto sacrosanto che diamo per scontato, tanti sono i secoli trascorsi da che ce lo siamo conquistato in questa parte di mondo.
Quando viene ucciso un intellettuale, viene ucciso un pezzo di noi: viene mozzata parte della nostra voce, che è l’arma più potente che abbiamo.

E vorrei dire a quegli altri che non si può non parlare di Islam, vi illudete, oppure mentite sapendo di mentire: perchè rinunciare all’aggettivo, significa rinunciare a spiegare il fenomeno, significa rinunciare all’analisi. E non c’è comprensione e non c’è soluzione senza un’analisi.

E infine a voi, ultimi ma non per idiozia, vorrei dire che non si può dire che l’Islam sia il problema, perché si produce una locuzione inutile se non ai vostri detrattori: dite piuttosto che l’Islam ha un problema.
Questo problema è più dell’Islam che di chiunque altro e per fare veramente la differenza, dovrà essere l’Islam a mettersi in prima fila a contrastare il fanatismo.
Quello che non serve in questa guerra è il vostro, di fanatismo, quindi fatevi da parte o almeno tacete.

Ieri è stato il giorno delle lacrime, oggi quello della gara al commento tranchant e anti-conformista, della corsa ad accaparrarsi un posto sul palco dei “buoni”, dello sforzo pindarico di chiamare le cose con un nome diverso, come se fosse il nome a determinarne la natura.

Oggi sul proscenio c’è un popolo viziato da diritti che dà per scontati, immemore della propria storia e sprofondato in un egocentrismo senza futuro.

E io vorrei vomitare.

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