storytelling, to be a mom, to be me

Addii

settembre 14, 2015

Sapevo che sarebbe arrivato il momento, eppure non sembrava mai quello giusto, finchè è successo. Abbiamo detto addio al ciuccio e non uso il plurale secondo quel vezzo delle mamme di dir di sè e dei figli e di un’azione come se coinvolgesse le une e gli altri in egual misura. Uso il plurale perchè del ciuccio ne ho avuto bisogno almeno quanto lei, come di un alleato fedele che mi aiutasse laddove i nervi avrebbero sicuramente ceduto.

L’avevamo prospettato, ne parlavamo da un po’. Avevamo già contrattato con la fatina una bicicletta, in virtù della cessione. Eppure il momento non era mai quello buono, lei diceva di sì, “Lo do alla fatina“, ma poi ci ripensava al calar della notte, incapace di immaginare una vita senza di lui a tenere insieme i pezzi del mondo per come l’ha conosciuto fino a qui.

Poi un giorno, eravamo in montagna – qui – e siamo andate a trovare i cuginetti. Lei ha dormito in un letto non suo, si è alzata da sola, richiamata dalle voci delle grandi nella stanza accanto, e quando è comparsa sulla porta della sala, ancora in pigiama, il ciuccio non l’aveva e non siamo stati più capaci di trovarlo.

Per la verità il ciuccio poi l’ho ritrovato, ma ormai ne avevamo decretato la scomparsa e ho pensato che non avrei avuto un’altra occasione così, che valeva la pena prenderla al volo, buttarsi, e l’ho fatto.

Ho rinunciato al ciuccio mentre ero da sola con le bambine in una grande villa di montagna, solitamente apparecchiata per le ferie in quel periodo dell’anno, e invece sospesa nella veglia della padrona di casa, mia nonna, in ospedale in fin di vita dopo che aveva avuto un malore proprio lì, nel “suo regno”, il suo posto del cuore, pochi giorni prima.
Ho affrontato le prime notti senza ciuccio, i pianti disperati che strappano il cuore e i nervi, i risvegli nel cuore della notte senza paracadute, con una lucidità cavata da non so dove. Un po’ come uno che ha male alla mano destra e si pesta con decisione la sinistra con un martello, di modo da distrarsi dal pensiero di quell’altra.

La nonna aveva 100 anni, era del Sagittario, come Cecetta, nata nella prima metà del Dicembre del 1914.

Che sarebbe arrivato il momento lo sapevamo tutti, eppure nessuno sarebbe mai sembrato quello giusto. Nonostante il cuore arrancasse, nonostante i reni fossero in tilt, nonostante la prognosi infausta, nonostante la logica implacabile della vita, non sembrava possibile.

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Mia nonna aveva 100 anni e una mente lucida e affilata. Vestiva di tutto punto, con grande stile, tutti i santi giorni – o almeno tutti quelli in cui l’abbia vista io. Amava la musica, l’arte, la letteratura e fintanto che gli occhi gliel’hanno consentito, ha letto il giornale e romanzi e ripassato i classici sui libri di quando insegnava. Quando gli occhi non l’hanno più assistita ha rallentato le letture ma ha continuato a fare le parole crociate, per tenere allenata la mente e la memoria, con l’aiuto dei figli (ne aveva 5, di cui 4 sopravvissuti e una morta al parto) e non perchè non avrebbe saputo dare le risposte da sola, ma perchè pretendeva compagnia. Le uniche definizioni per cui l’ho mai potuta aiutare sono state quelle sulle nuove tecnologie, perchè per il resto ne sapeva più di me praticamente su tutto.

In quei giorni di Agosto e di strepiti notturni della mia Cecetta, la sua assenza da quel luogo, di cui è sempre stata l’anima, era straniante: la sua tazza (sempre la stessa) nella credenza, la sua sedia con il cuscino che usava per guadagnare centimetri al tavolo (non superava il metro e sessanta e non doveva pesare più di 45 kg), la sua poltrona rosa in salotto, i suoi trucchi nell’armadio a muro dove sono sempre entrata per prendere il phon con curiosità e circospezione (non mi sarei permessa, altrimenti, di violare i suoi spazi), le sue scarpe tacco 4 in fila nel ripiano basso.
C’era di lei la presenza: immutata, decisa, ingombrante, autorevole.

Così come si è sempre stupita lei stessa, nel tempo, delle proprie defaillances fisiche, così per me era difficile credere che da quel letto di ospedale non sarebbe tornata mai più. Ancora più lo è stato quando si è ripresa, miracolosamente: si è stabilizzata, la mente è tornata lucida e i ricordi sono tornati al loro posto. Tutti i ricordi, un pensiero per tutti.

L’ultima volta che l’ho vista abbiamo chiacchierato delle bambine: il peggio sembrava passato, lei mi chiedeva di come si fossero trovate su a casa sua (ma lei non l’ha mai chiamata così) in quei giorni, se si fossero divertite, e io le ho raccontato che eravamo scese al mare e che mi si era infilato un sassolino nel calcagno e che mi faceva molto male.
Tutto sembrava tornato “normale”: sono andata via dicendole “Ci vediamo presto” e non avevo dubbi che così sarebbe stato.

Invece sono arrivati a prenderla: li aveva chiamati tanto, nei giorni in cui stava male, e non so esattamente chi fossero. Mi piace pensare siano stati la sua mamma e il suo papà, insieme a suo marito, il suo amato Angelo, il nonno che non ho mai conosciuto, venuti a prenderla per portarla dov’è adesso.

Se n’è andata nel sonno, con la dignità che le si confaceva.

Non le avrei mai augurato di concludere la sua vita allettata per mesi o per anni, privata di quell’indipendenza che ha avuto per tutta quanta l’esistenza; quell’indipendenza che passava dalla testa per arrivare a tutto il resto. Eppure, per quanto sia stata lunga la vita di chi amiamo, per noi che restiamo non è mai abbastanza.

Non ci sarà più lei a fare da collante, non ci saranno più le sue abitudini e imposizioni a mantenere l’ordine di sempre.
Non ci sarà più lei a raccontare e ricordarci chi siamo e da dove veniamo, cosa c’era prima che noi – tutti noi – avessimo memoria. Non potremo più chiederle delucidazioni su un vecchio aneddoto di cui non ricordiamo i particolari, non ci sarà più il suono del suo accento siciliano nel parlare forbito.
Siamo liberi di ricordarci le cose come ci fa comodo, oppure possiamo fare lo sforzo di ricostruire, fissare e conservare.
Siamo liberi di riscrivere le regole e di fare meglio, o magari di sbagliare e rovinare tutto.

C’è ancora il suo numero di cellulare nella mia rubrica, c’è ancora l’idea che “Devo chiamare la nonna o devo andarla a trovare che non la sento da un po’“.
C’è ancora il presente indicativo quando parliamo di lei.

Lasciare andare l’idea di lei presente e viva è lasciare andare l’infanzia, per sempre.

Lasciare che l’indicativo imperfetto prenda il suo posto nelle frasi che la riguardano, è assumersi la responsabilità di prendere in mano la penna dove lei l’ha lasciata cadere, e andare avanti a scrivere.

Ho lasciato andare il ciuccio e ora devo lasciare che Cecetta diventi grande.

Ho lasciato andare la nonna e ora devo diventare un po’ più grande anche io.

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