to be a mom

Cose che mi sembravano una figata e invece no

marzo 29, 2016

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Il parchetto

All’inizio della mia carriera di mamma il parchetto (parco giochi, giardinetti, playground o come lo volete chiamare) rappresentava un appuntamento irrinunciabile: autentico highlight di una giornata passata per lo più in solitudine, a parte che per una neonata per niente incline al sonno che abitava in casa mia già da qualche mese.

Vivevo in una casetta deliziosa ma senza uno spazio all’aperto. Le fronde degli alberi che si stagliavano sul viale, di fronte alla finestra della sala, non compensavano lontanamente il via vai incessante di auto e il caldo dell’estate incipiente mi spingeva ad uscire, passeggiare e far prendere aria al cervello intorpidito dalla mancanza di sonno.

Al parco capitava di incontrare le mamme viste già al consultorio: alcune di loro portavano coperte su cui si sedevano all’ombra degli alberi, allattavano, chiacchieravano di quegli argomenti che interessano solo alle mamme e solo nei primi 6 mesi di vita del loro primo figlio. Sradicata dal contesto della nubile lavoratrice che ero, quei pomeriggi mi prefiguravano un nuovo corso: nuove amicizie, nuove routine in una città che nuova non era, non del tutto almeno, ma che da qualche mese mi si era rivelata sotto spoglie inedite.

Non appena i pupi sono diventati qualcosa in più che teneri bambolotti e le mamme (quelle che ce l’avevano ancora) sono tornate al lavoro, tutto è cambiato. Niente più coperte, niente più relax: solo la strenua corsa per strappare il sacro frutto dei tuoi lombi dalla traiettoria minacciosa delle altalene, l’alienante sequela reiterata allo sfinimento di spinte di quelle medesime altalene e poi le conversazioni in cui non si ha mai il privilegio di guardarsi negli occhi, troppo presi a seguire un figlio ormai spericolato che si lancia da uno scivolo, affronta un quadro svedese fuori dalla sua portata, tende a sparire dentro scivoli tubolari per interminabili secondi (non più di 30, in ogni caso) facendoti presagire il peggio. Come si può stringere un rapporto di valore, quando non si riesce a guardarsi negli occhi o a concludere un concetto senza essere interrotti da “acqua!”, “pipì!” o peggio “cacca!”?

Si può, in effetti: col sostegno della consuetudine, quella cosa che quando ricominci a lavorare non ti puoi più permettere.

E poi la ciliegina sulla torta: i bambini grandi. Quelli che si arrampicano sugli scivoli tubolari ma all’esterno, rischiando la vita loro propria e di quelli su cui non di rado cadono rovinosamente; quelli che sfrecciano in bici sul pavimento morbido dove scorazzano i più piccoli, incuranti dei chilometri di viali lastricati a disposizione; quelli le cui madri, che probabilmente hanno fatto amicizia più facilmente proprio in virtù di quel tanto di menefreghismo necessario a poter sostenere conversazioni da adulti in quel contesto, chiacchierano fittamente sulle panchine, lasciando a te l’ingrato compito di sgridare la loro prole e facendoti guadagnare la fama della mamma rompicoglioni del parco – e quando poi potranno vendicarsi sui tuoi figli c’è solo da augurarsi di avere abbandonato il campo (giochi).

Dio quanto lo odio, il “parchetto”.

Lavorare da casa con tuo figlio accanto a te

Quando ho capito che non sarei rientrata al lavoro, ho fatto un esercizio insolito per la mia indole: ho visto il lato positivo. Lavorare da freelance mi avrebbe permesso di stare a casa quando necessario, per esempio se le bimbe si fossero ammalate, e gestire il mio tempo in maniera più elastica, per esempio lavorando la sera, dopo cena, quanto tutti dormono e finalmente trovano spazio pensieri più complessi di quelli che si consumano nell’intervallo tra un “mamma acqua” e un “mamma cacca”.

Balle. Lavorare in casa con i tuoi figli accanto non ti trasforma in madre dell’anno e non ha necessariamente effetti benefici sulla psiche dei tuoi figli in virtù del privilegio di averti accanto. Piuttosto ti trasforma nella peggiore versione di madre che potresti essere, perchè il lavoro è lavoro e i pensieri che richiedono una concentrazione superiore ai 3 minuti sono proprio del genere che dovresti formulare quando devi risolvere un problema, scrivere una mail o semplicemente stendere una lista di “to do” che non completerai mai (e tu lo sai, ma scriverlo ti dà l’illusione di essere già a metà dell’opera). Quei pensieri che i tuoi figli ti impediscono di formulare, con continue richieste che finiscono per logorarti i nervi e farti assomigliare più alla matrigna delle fiabe che a Biancaneve dopo il felice epilogo col Principe Azzurro.

Quando lavoro da casa, nonostante le mie bambine abbiano un’età per cui riescono a fare un sacco di cose senza il mio aiuto, incluso giocare tra loro, sono costantemente sotto pressione: da una parte gli adulti con cui ti relazioni per via telematica e che non posseggono le categorie mentali per comprendere la perentorietà di quel “ti richiamo tra un momento” sibilato su un sottofondo di urla infantili. Dall’altra quelle anime candide che, per limiti d’età, non sono in grado di comprendere le implicazioni di quel “devo lavorare” con cui le implori di lasciarti tranquilla e che, ritenendo che il tuo lavoro sia pigiare tasti su una tastiera, appena ti distrai un attimo magari per prendere l’acqua o passare a fare un bidet al volo, provano a imitarti, per sentirsi più vicine a te, producendo effetti devastanti tipo: finestre chiuse senza che tu avessi salvato, inopportuni “mi piace” su Facebook, risposte a messaggi whattsapp a base di faccine non tollerabili in una conversazione tra adulti.

Quando lavoro sola, che sia da casa o dal coworking, arrivo da loro con tutto un altro smalto: soddisfatta delle ore produttive appena trascorse, libera dalle angosce delle dead line imminenti e dell’elenco di mail a cui non ho ancora risposto. Ho più pazienza: di buon grado sopporto le piccole crisi di stanchezza, le scaramucce tra loro, persino l’odioso parchetto (purché non sia per più di 30 minuti).

E poi se si sono inventati gli asili nido, un motivo ci sarà.

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Le feste di compleanno

Se abiti in una città come Milano hai una gamma pressoché infinita di feste favolose in cui coinvolgere tuo figlio e i suoi amici (tutti gli amici, perché hai ancora quella smania di socialità di cui sopra e un disperato bisogno di “nuovi amici”, giacchè i tuoi vecchi senza figli non ti si filano più da un pezzo).

La festa al Planetario, al Museo di Scienze Naturali, a quello della Scienza e della Tecnica (con elettrizzante giro in sottomarino e laboratorio delle bolle di sapone giganti), quella sulla pista di pattinaggio con lezione collettiva inclusa nel prezzo.

Il problema più grosso che hai nei primissimi anni, è che tuo figlio è ancora troppo piccolo per poter godere di quel tipo di feste e così ti porti avanti facendo mentalmente il catalogo di tutte le feste meravigliose che organizzerai per lui almeno fino ai suoi 12 anni.

Poi arrivano i 3 anni e finalmente entri in società: cominci con la ludoteca sotto casa, perché sono ancora piccoli. Cucini per 2 giorni muffins, cake pops e torte a 6 piani che nessuno sotto i 3 anni apprezzerà; compri piattini, posatine, tovagliolini e tovaglie in nuance con il vestito dell’eroina preferita e componi personalmente in photoshop gli inviti indirizzati a tutta la classe.

Poi ti ritrovi in uno stanzone con la musica altissima, 20 bambini scatenati e galvanizzati dalla reciproca presenza, altrettanti genitori che non sanno mai bene dove sedersi e fanno fatica a sentire i loro pensieri, figuriamoci se possono chiacchierare in maniera compiuta, e un’animatrice di 20 anni, poco formata, per niente coinvolta da quel che sta facendo e che ha preparato una playlist per la baby dance mutuata dal suo ultimo soggiorno in un villaggio turistico 3 stelle della Maremma Toscana.

A fine festa raccatti tuoi figlio arpionandolo per un passante dei pantaloni mentre, tutto sudato e in preda ad un’isteria frenetica, cerca di colpire con una spada di palloncini una malcapitata coetanea colpevole soltanto di avere intercettato la traiettoria della sua corsa. Lo trascini a casa mentre piange disperato perchè “ancora dieci minuti”, incurante del fatto che l’animatrice di cui sopra abbia spento la musica da almeno mezz’ora e si sia già tolta la parrucca e sfilata le ali di tulle per indossare l’abito con cui ha umiliato sua madre nel suo sentirsi ancora tutto-sommato-giovane-e-bella.

Per non parlare del fatto che metà dei genitori a cui hai spedito l’invito non si è disturbata a rispondere, e che l’altra metà pervenuta, dopo averti salutato all’arrivo, ti ha rivolto la parola solo a fine festa, per ringraziarti con un sorriso affettato, e tu sei uscita da quell’evento che ti si prefigurava così mondano con qualche punto in meno di udito e nessun amico in più.

E così rivaluti la festina in casa che tua madre ti organizzava con le tue 10 amiche e la crostata alla nutella della nonna, e pensi che tutto sommato l’anno prossimo inviterete soltanto 5 bambini, tra cui i figli di quelli che sono già tuoi amici e a prescindere dal fatto che siano nella lista invitati di tua figlia: pochi ma buoni.

Anche perché non sono più gli anni ’90, il mattone costa una cifra e casa tua è metà di quella in cui sei cresciuta: dove li metteresti 20 bambini?

 

Indovinate di chi è il compleanno tra poco più di una settimana?

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  • Eleonora marzo 31, 2016 at 9:48 am

    Ahahah da mamma freelance che lavora spesso da casa, in una città praticamente nuova e con la voglia di socializzare ai massimi storici, concordo pienamente su tutte e tre le cose! E anche il tuo blog ieri sera tardi mi sembrava una figata, non so come ho fatto a non scovarlo in questi anni…e così ho fatto ancora più tardi stolkerando i tuoi post…e nonostante il sonno di stamattina concordo con il pensiero di ieri sera, che il tuo blog mi ispira un sacco di simpatia! Piacere di conoscerti!

    • Silvia A. marzo 31, 2016 at 10:41 pm

      Il piacere è tutto, tutto, ma proprio tutto mio!! 😀