to be a mom

Lo Zen e l’arte di insegnare ad andare in bicicletta

aprile 11, 2016

Da venerdì scorso ho una figlia di 6 anni.

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6 come: non basta più una mano sola.

6 come: andrà a scuola a settembre e vorrei fosse la scuola migliore del mondo e forse non lo sarà e andrà benissimo lo stesso, ma in questo momento vorrei poterle trasformare tutte nelle scuole migliori del mondo (tipo queste).

6 come: il secondo sconvolgente scatto di crescita che è meglio comprare fast-fashion, se non vuoi dilapidare fortune nell’arco di un singolo ciclo vegetativo dei platani sui viali.

6 come: andare in bicicletta senza rotelle.

Come i migliori genitori da barzelletta, le abbiamo comprato il monopattino a 2 anni e un minuto, la prima mini-bici a 3 anni e 30 secondi, la prima bici-vera a 4 anni e 2 decimi e per fortuna ora abbiamo imparato la lezione e il motorino non lo avrà a 14 anni.

Abbiamo imparato che è bene verificare in anticipo che il mezzo sia alla sua portata, prima di completare l’acquisto. Cosa che non abbiamo fatto fin’ora, evidentemente, con il risultato che il monopattino è stato utilizzato con successo e soddisfazione solo dai suoi 3 anni, la bici piccola è finita in solaio con le ruote ancora immacolate e quella grande, che ci ha fatto litigare qualche decina di volte, è stata parcheggiata in garage, privata delle controproducenti infernali rotelline, e dimenticata fino più o meno a 4 giorni fa.

Mi ero rassegnata: “non ho pazienza, non ce la posso fare”.

Il fatto è che ogni volta che ci saliva (quando ancora era dotata di rotelle e lei moriva dalla voglia di usarla – sarà stato per il seggiolino per la bambola, per il colore rosa o per la scritta “princess” sul telaio) finivamo entrambe coi nervi a pezzi. Ogni dislivello sui marciapiedi era un attacco di panico, a cui io reagivo con compostezza le prime due o tre volte, fino poi ad esasperarmi completamente e cominciare a sbraitare in mezzo alla strada, mentre trascinavo a braccia una Dodo lacrimante, la sua bici e la mia con carico supplementare di sorellina sul seggiolino posteriore.

E nonostante a un certo punto a me la bici l’abbiano rubata, la gestione non è diventata più facile e così ho deciso: basta, non è cosa mia, io non posso insegnarle la bici a meno di finire a litigare furiosamente.
Ci avrebbe pensato suo padre, si dice li abbiano inventati apposta.

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Poi ho avuto un’illuminazione, ed è stata proprio la Dodo a fornirmela.

L’altro giorno le bimbe giocavano in cortile: la Dodo con il fedele monopattino e Cecetta con la balance bike, quella senza pedali (perché errare è umano, ma perseverare…). Si sono scambiate i mezzi e hanno cominciato a sfrecciare giù per il vialetto di marmo liscissimo che attraversa il super condominio, sfruttando il declivio tra l’ingresso e la prima scala, divertendosi come matte. A un certo punto ho visto la Dodo sulla bici di Cecetta che si dava la spinta con i piedi, poi li sollevava e percorreva la discesa fino alla seconda casa con i piedi sollevati, in equilibrio.

Insomma: era capace di andare in bicicletta, solo che non lo sapeva lei e non me l’aspettavo io che, come la più ordinaria delle madri, l’avevo sempre giudicata con il metro sbagliato.

In un lampo, dimenticando i miei propositi di tenermi alla larga dalle lezioni di bicicletta, le ho proposto di prendere la sua bici grande e di fare la stessa cosa: lanciarsi dalla discesa tenendo su i piedi.

Inutile dire che non appena è stata coi piedi per aria, le è venuto naturale metterli sui pedali e andare. È arrivata fin laggiù in fondo, a ridosso delle scale che portano all’entrata secondaria e quando ha appoggiato i piedi a terra era felice.

Era una bambina di 6 anni meno 1 giorno in sella ad una fiammante bicicletta rosa, con le principesse e il seggiolino per la bambola, che finalmente aveva capito di poter governare.

E io ho pensato che in fondo è sempre così che sbagliamo, noi altri: entriamo come dei panzer dentro le situazioni, credendo di doverle generare dal niente, così come dal niente abbiamo generato loro.
Un po’ come uno che entra in un teatro vuoto e, deluso di non trovare nessuno sul palco, si mette a recitare tutte le parti della commedia che aveva in testa, per come se la ricordava, e si innervosisce di tutto quel super lavoro che non dovrebbe fare lui, e “dove diavolo sono gli attori e perché non stanno facendo il loro lavoro e devo fare tutto io?”

E invece aveva solo sbagliato orario.

I bambini non sono vasi vuoti da riempire: sono vasi da aiutare a venir su dritti. Se ne stanno in balia del tornio a girare come matti e il nostro lavoro è semplicemente quello di metter loro le mani intorno per fare in modo che prendano la forma che erano destinati ad avere sin dal principio.
Se stringiamo troppo, il vaso si deforma e poi magari abbiamo pure il coraggio di lamentarci di questa incredibile sfortuna di questo vaso sbilenco che ci è toccato in sorte.
Se non facciamo abbastanza pressione, la creta se ne va per i fatti suoi, magari a spappolarsi sulle pareti tutto intorno.

E insomma, magari non è la metafora più bella che si potesse concepire e forse sta risuonando anche a voi in testa quella canzone melensa di Ghost…

…ma avete capito cosa voglio dire, no?

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  • veroveromamma aprile 12, 2016 at 6:14 pm

    che belloilprimocompleannoa due mani.-wowowoowowowo e vaiiiii senza rotelle che figata!!!
    auguroni signorina
    veronica

  • zambe aprile 12, 2016 at 7:18 pm

    In realtà a quanto ho capito (spiando le lezioni di bici a mia figlia in un bellissimo posto in montagna l’anno scorso) l’importante è spiegar loro come partire e come fermarsi, per dargli sicurezza e coscienza delle loro capacità. Stare in equilibro lo sanno già fare da tempo. Noi ci avevamo provato a casa senza grandi risultati, con quelle due dritte son bastati 5 minuti, a 4 anni e mezzo.
    Poi lo dice una che ha chiesto l’assistenza a un’insegnante di mountain bike….”tra il dire e il fare c’è di mezzo e il” (cit.) insomma