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La paladina della mia adolescenza è una sfigata

giugno 6, 2016

È il ponte del 2 giugno e noi abbiamo deciso di rimodernare la camera delle bambine, così dopo un obbligato trasferimento della prole dalla nonna, oggi ho passato la giornata a traslocare giochi, spostare, stirare e riorganizzare armadi, mentre lo zio che tutti vorreste avere stendeva una mano di rosa intenso sulle pareti, nella stanza accanto.

Potevo sopravvivere alla giornata di odiose faccende domestiche senza media di conforto?

Ovviamente no, così ho approfittato della prigionia dell’asse da stiro per guardare su Netflix “Un compleanno da ricordare” (o “Sixteen Candles, come si chiama in inglese e che è oggettivamente un titolo migliore).

Da ragazzina avevo una vera passione per Molly Ringwald, la rossa paladina di tutte noi adolescenti che si sentivano sfigate, quella che dava un senso a quei pomeriggi d’estate con gli scuri accostati in cui guardare i suoi film replicati a nausea su Italia Uno, era una meravigliosa alternativa al caldo appiccicoso che faceva fuori.

Oggi ho riguardato il film con le aspettative di allora e ne ho ricavati sentimenti molto diversi verso la paladina dei miei “assoluti pomeriggi” di allora (che sarà anche normale, direte voi, ma io ne sono rimasta delusa ciononostante).

Sam è la secondogenita in una famiglia con 4 figli (e quanto era affascinante anche solo questo nome da maschio eppure da femmina, per cui almeno il 40% di noi ha pensato: “da grande chiamerò mia figlia Samanta, così poi tutti la chiameranno Sam” – e se alla fine l’avete fatto davvero, ora raccontatemi la delusione del sentirla chiamare da tutti Samy -). La sorella maggiore di Sam, bionda e wasp, è a un passo dall’altare con un bellimbusto proto-trumpiano e, proprio a causa dell’imminenza di questo matrimonio, tutta la famiglia si dimentica del suo compleanno.

Si dimenticano del suo sedicesimo compleanno, che negli Stati Uniti conta più del diciottesimo, in cui non succede niente di speciale, mentre invece i sedici anni rappresentano la vera emancipazione perché finalmente si può guidare la macchina ed abbandonare lo Scuolabus, vivaio di geek e mocciosi e massimo livello di onta sociale in una scala in cui Dieci sono il quarterback della squadra di football della scuola e la capa delle cheerleader dell’ultimo anno, e Zero sono gli exchange students, perculati in questo film che la sua sola visione basterebbe a ridimensionare il livello di razzismo degli italiani verso gli immigrati del sud del Mediterraneo.

Vi ho mai detto che sono stata una exchange student?

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Sam frequenta il secondo anno del liceo, è una Sophmore ed è ovviamente innamorata di un Senior dotato di decappottabile rossa e fidanza ricca, bionda e glamour.

Lui è ovviamente un figo dal cuore d’oro, che rifugge l’insensibilità della sua fidanzata ricca e viziata, abituata a vedere i ragazzi sbavare per lei e comincia a interrogarsi sugli sguardi adoranti e malcelati che la giovane Sam gli lancia a lezione.

Lei  si veste come una hipster ante litteram in un mondo in cui sei figa solo se assomigli molto da vicino ad una bomboniera e se sei bionda e cotonata, ma la Molly internazionale, lo sappiamo bene, è rossa e ha pure la faccia tempestata di adorabili lentiggini che sprizzano buon cuore.

Lui si innamora di lei, senza che lei gli abbia nemmeno mai rivolto la parola (realistico, no?) e dopo che in una serata molto alcolica gli amici della fidanzata gli distruggono casa, butta la poveretta – prossima al coma etilico – tra le braccia del geek di turno, nonché suo personale Galeotto nella storia con la rossa eroina delle nostre adolescenze.

Col senno di poi, lasciatemi dire tutta la mia delusione nel constatare come avessi eletto a paladina della mia adolescenza una ragazzetta incapace di spiccicare parola al cospetto del suo innamorato e che non fa altro che lamentarsi per tutto il film: perché mamma e papà si dimenticano del suo compleanno, perché non ha trovato un’auto fiammante tutta per lei con un fiocco rosso parcheggiata sul vialetto di casa a darle il buongiorno, perché i nonni si sono dimenticati del suo compleanno, perché Jake non sa nemmeno che lei esista, perché una matricola geek è innamorata di lei, perché deve fare la damigella al matrimonio della sorella, perché deve portare l’exchange student cinese ospite dei suoi nonni al ballo della scuola e potrei andare avanti ancora per tutto il secondo tempo.

Si può passare un’intera adolescenza legittimando, in virtù dei plot totalmente irrealistici dei film del pomeriggio di Italia uno, un atteggiamento passivo e vagamente vittimista e alimentando fantasie nelle quali ragazzi fighissimi, che non hai mai avuto il coraggio nemmeno di salutare in corridoio – e che quindi legittimamente non sanno che esisti -, si struggono pensando a te e non aspettano altro che fare il passo decisivo, colmando tutte le parole e le distanze che tu non hai avuto il coraggio di percorrere, per venire da te e portarti via se non su un cavallo bianco e nemmeno su una decappottabile rossa, almeno su un Fifty smarmittato?

Avete presente quella puntata di Sex and the City in cui Berger fa a Miranda la rivelazione grazie alla quale lei finalmente si emancipa dalle elucubrazioni sulle potenzialità di quegli amori che semplicemente non succederanno mai perché “la verità è che non gli piaci abbastanza“?

Dov’era il Berger dei miei 16 anni? Perché non è venuta mai, chessò, una zia a raccontarmi che quella roba era fuffa e che la dolce Sam non si sentiva semplicemente una sfigata, ma ERA una sfigata e che non si può aspettare nelle mollezze e per lo più lagnandosi il Principe Azzurro, a meno di essere disposte poi ad accontentarsi di uno che, nonostante la carrozzeria, si rivelerà una gigantesca, enorme, colossale sòla?

Sam, te lo dico con 22 anni di ritardo: svegliati, muoviti, ESISTI.

Se non ti metti in gioco per scoprire chi è veramente quel ragazzo affascinante che fissi in classe ogni qualvolta lui non ti vede, non avrai mai la possibilità di scoprire se ti piace davvero, se è davvero lui che vuoi.

Se non hai consapevolezza di te e di chi sei, passerai la vita a pensare di dover essere “scelta”, come fossi una cosa sopra uno scaffale.

E se per ipotesi venissi scelta da quello sbagliato, se lui cominciasse a comandarti, se pretendesse che tu ti isoli dal mondo e rendi conto a lui di cosa fai e con chi, se arrivasse picchiarti quando teme di non avere il totale controllo su di te, tu saresti in grado di capire che tutto questo è sbagliato, oppure penseresti che è colpa tua e che sei tu a dover fare un passo indietro, di modo che lui ti scelga ancora e ancora e ancora e ancora e ancora?

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