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È stato terribile diventare madre

settembre 22, 2016

[Questo post è stato scelto da Treccani.it nella selezione “Premio Treccani Web, l’eccellenza del web italiano“]

Qualche tempo fa, durante una riunione di lavoro, si discuteva della necessità di trovare una chiave di comunicazione empatica verso le mamme in congedo di maternità, quelle che stanno vivendo i primi mesi del bambino e io sostenevo fosse necessario trovarne una che non passasse necessariamente per una mitizzazione di quel periodo che è sì, bellissimo, meraviglioso; ma che può essere davvero terribile: questa è la parola che mi è uscita, senza pensarla troppo.

Terribile? Ma che esagerazione!“, mi hanno detto.

Io non ho pensato di dire “terribile“, in effetti: ho molto presente tutta la bellezza e la magia, e quel sentimento misto di potenza e stupore che ti assale quando guardi tuo figlio di pochi giorni che ti dorme addosso a pugni chiusi. Però da qualche anfratto del subconscio mi è uscita proprio quella parola lì.

E in effetti, ad essere onesta, è proprio così che è stato: da un certo punto di vista, è stato terribile.

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Sono rimasta incinta a 30 anni e quando ne avevo 31 è nata una bambina bellissima, sana come un pesce, coi peli sulle orecchie e un bisogno pronunciato di contatto.

Quando l’ho detto al mio capo (il quale aveva già fatto allusioni indiscrete nel corso delle 12 settimane in cui me l’ero tenuto per me ma ero vistosamente aumentata di peso), mi ha detto che era una notizia bellissima: come avrebbe potuto dire altrimenti, lui che di figli ne aveva 3 (anche se ad avere il carico maggiore della loro cura era la moglie, che lavorava in azienda occupandosi, oltre che delle sue mansioni, anche della cura di lui, neanche fosse il quarto figlio, scaldandogli il pranzo che aveva portato da casa, portandogli il caffè etc..)?

Sicura della buona reputazione che mi ero guadagnata lavorando lì senza orari, senza pretese, senza contratto nel mese di Agosto (perché i contratti a tempo determinato – che erano la maggior parte – dribblavano le due settimane centrali di Agosto, in modo da azzerare le spese per tutto il periodo di chiusura degli uffici), gli ho detto anche che al rientro mi sarei dedicata in prevalenza alle mansioni che mi avrebbero consentito di uscire in tempo per andare a prendere mia figlia al nido, dove l’avrei inserita a 7 mesi, subito dopo l’estate.

Il mio contratto scadeva a luglio, insieme ai mesi di maternità facoltativa: ci sarebbe stato tutto il tempo di mettersi d’accordo. Intanto io, già dall’estate, avrei collaborato da casa (e in nero), per portarmi avanti in vista del rientro.

In prossimità del termine della mia maternità facoltativa, andai all’INPS per capire come muovermi in modo da ottenere i benefici garantiti per legge e poi rientrare al lavoro con la formula più conveniente per tutti (datore di lavoro incluso).

Al Centro Donna dell’INPS mi consigliarono di chiedere la disoccupazione, sfruttarla fino a gennaio e poi farmi fare un nuovo contratto: avrei così percepito l’80% del mio stipendio, anziché il 30% garantito dalla maternità facoltativa (quella che avrei ottenuto se mi fosse stato fatto un nuovo contratto a partire da luglio, allo scadere dell’altro – ipotesi che non so con quale genere di ottimismo ritenevo percorribile). Decisi di seguire il consiglio dell’INPS, e intanto firmavo di buon grado una lettera di licenziamento “per giusta causa” che il mio datore di lavoro mi aveva sottoposto non so bene per quale motivo, visto che il mio contratto era, a tutti gli effetti, scaduto già un mese prima. Questo rimane un grande mistero, forse un pallido segnale di malafede che non volli cogliere e che non ho certo voglia di indagare ora.

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Solo a posteriori è saltato fuori, grazie ai conteggi dei contribuiti che avevo versato in quegli anni, che avendo lavorato sempre a progetto o a tempo determinato (anche se di fatto facevo un lavoro full-time con obbligo di presenza in ufficio dalle 9:00 alle 18:00 e oltre), non avevo i requisiti minimi per accedere alla disoccupazione, perché i contributi dei furono cocopro coprivano una cifra tale per cui ci volevano il triplo delle settimane lavorate per accumulare i contribuiti necessari ad accedere ai diritti di un lavoratore “normale”.

Ecco perché “costavano” così poco

Ma io nella mia incoscienza ingenua e giovanile del “non mi importa il posto fisso, mi va bene cambiare spesso. Se sono brava, un lavoro lo troverò sempre” non mi ero fatta domande su cosa ci rimettessi io con quei contratti che per il datore di lavoro risultavano così convenienti.

E così mi ritrovai senza maternità e senza disoccupazione. Nel frattempo mia figlia cominciava a mangiare da sola e io a sentirmi stretta dentro la solitudine che mi aveva avviluppata da che lei era nata. Quella delle neomadri è un tipo particolare di solitudine: ti trovi per ore ed ore al giorno in compagnia esclusiva di un neonato che ti illumina con le sue conquiste quotidiane, ma ti schiaccia anche con un senso di responsabilità e di incertezza che certamente non hai provato prima.

Non avevo i colleghi con cui scambiare chiacchiere. Non avevo una rete sociale e familiare intorno, tutti impegnati a dipanare la propria vita incasinata. Non avevo amiche: se sei la prima a figliare del tuo gruppo perché – brava bravissima, visto Lorenzin? – li fai da “giovane”, fai fatica a trovare solidarietà nel tuo gruppo di prima. Fai fatica a far comprendere il tuo nuovo status e l’urgenza che hai di parlare di quelle cose di cui non interessa a nessuno che non sia una madre nei primi mesi di vita di suo figlio. Un po’ hanno ragione loro. Un po’ hai ragione tu.

C’era il consultorio, per fortuna, di questo bisogna dare credito al Ministero della Salute, e auspicare che non finisca nel tritacarne di qualche spending review: nel sostegno all’allattamento, che lì praticavano, nell’assistenza alle neo-mamme per mezzo di corsi e incontri dedicati ai temi dell’accudimento e dello svezzamento.

Arrivati all’inizio dell’anno scolastico, tuttavia, la mia vita era sul punto di tornare alla normalità. Il primo figlio non entra quasi mai nelle graduatorie comunali; non nel nido più vicino a casa, in ogni caso, non all’apertura dell’anno scolastico, a meno che tu sia colpito da una sfiga serissima e a quel punto meglio augurarsi di non entrare.

Infatti mia figlia non entrò nelle graduatorie di settembre (ci entrò poi a Novembre, perché a Milano siamo fortunati e abbiamo molti posti nei nidi comunali) ma io, che dovevo rientrare al lavoro a Gennaio e a pieno regime quando, parola di gentiluomo, sarebbe partito il nuovo contratto, dovevo trovare una soluzione subito e la trovai: un asilo bellissimo, a 580 € al mese (fino alle 16:30).

Naturalmente non ci fu più nessun contratto. C’era la crisi, e chi sacrifichi in una crisi? Un single che puoi tenere in ostaggio in ufficio fino alle 22:00, se necessario, o una neomadre che scalpita per andare da sua figlia alle 16:30 e nella riunione delle 17:00 ti guarda con gli occhi del gatto di Shreck?

Tra l’altro me lo dissero il 22 di Dicembre e buon Natale.

Mi incazzai, terribilmente. Mi armai di tutte le carte che avevo raccolto in anni di lavoro e in mesi di pellegrinaggi all’INPS e mi rivolsi ad un consulente del lavoro, pagandolo di tasca mia naturalmente. Dai suoi calcoli risultò che:

1. avevano comunicato all’INPS il mio compenso netto, non il lordo, quindi avevo percepito un assegno di maternità inadeguato per difetto;

2. il mio contratto era irregolare e avrebbe potuto essere commutato da un giudice in contratto a tempo indeterminato all’istante, garantendomi così non solo un’integrazione delle ferie, del tfr e dei contributi non pagati, ma anche un certo numero di mensilità di stipendio a coprire il divario tra l’assegno di maternità percepito e quello a cui avrei avuto diritto, tutta la maternità facoltativa e, dulcis in fundo, l’assegno di disoccupazione fino al compimento di un anno di mia figlia.

Il consulente del lavoro mi diede il numero di un avvocato che si sarebbe occupata della faccenda e che chiamai subito, scoprendo che i termini per qualsiasi rivalsa da parte mia erano scaduti, da qualche giorno. I termini di legge, infatti, erano appena stati ridotti da un anno a 6 mesi (grazie!) e io avevo sprecato il tempo a mia disposizione lavorando in nero per il mio ex-capo e aspettando un contratto che mai si sarebbe concretizzato.

Mi sono sentita niente meno che truffata: dall’incompetenza dei funzionari INPS, dal mio datore di lavoro e dallo Stato, a conti fatti, per una cifra che superava i 10.000 €.

La tentazione era forte, lo devo ammettere, ma non mi sono chiusa in casa a piangere tutte le mie lacrime: ero ancora convinta che l’esperienza accumulata, la buona fama e tutto il resto mi sarebbero venuti in soccorso. 

Mi sono aperta la partita iva e ho lavorato (poco) nel peggiore dei momenti per la pubblicità italiana: non si girava un film. Non giravano brief. I budget venivano costantemente ridotti e se gli stipendi degli executive producers (quelli sopravvissuti) non calavano di un centesimo, quelli di tutti gli altri erano stati ridotti drasticamente, al punto che ti domandavi se ti convenisse davvero fare quegli orari, prendersi quelle responsabilità e alla fine raccogliere le briciole.

Lo facevi comunque.

Con oltre 10.000 € in meno in tasca, rispetto a quello che in altre epoche e ad altri contratti mi sarebbe stato garantito, va da sé che l’unico motivo per cui la nostra vita non è andata in pezzi, economicamente parlando, è perché mi sono potuta permettere di essere mantenuta da mio marito, il che, per quanto mi riguarda, per l’idea che mi ero fatta di me e del mio futuro per tutti i 25 anni in cui ho studiato e mi sono specializzata, corrispondeva più o meno ad una crisi di identità.

Per la mia famiglia invece, corrispondeva all’evidenza che, se mio marito per qualche ragione fosse rimasto senza lavoro, noi saremmo precipitati istantaneamente nella povertà vera. Un bel carico per lui, un senso di colpa schiacciante per me: bingo.

La tentazione di chiudersi in casa a piangere era forte e in quei momenti, in effetti, l’ho fatto spesso.

Così un giorno mi sono detta: “Ho sbagliato: se non avessi detto al mio capo che volevo ridimensionare le mie mansioni per poter andare a prendere mia figlia, ora avrei ancora un lavoro. Ho sbagliato: ora mia figlia ha una mamma triste, depressa, priva di autostima e non è questo il modello che le voglio dare da seguire“.

Così ho fatto un colloquio per un lavoro al livello di quello che avevo lasciato, per un posto full-time ma naturalmente senza contratto (richiedevano espressamente che il candidato avesse partita iva) e ad un certo punto chi conduceva il colloquio – una donna – mi ha chiesto: “Hai una figlia di due anni, vero? È indipendente no? Si fa le lavatrici, si cucina la cena da sola?” e ha riso della sua stessa battuta. Io le ho risposto solo: “Sono organizzata, non si preoccupi”.

Sono uscita di lì, era una mattina di aprile insolitamente calda, il traffico scorreva odioso in quel vialone a nord della città, in una zona grigia e triste, ex industriale. Mia figlia aveva appena compiuto 2 anni e per la prima volta mi era stato sbattuto più o meno chiaro in faccia il fatto che lei, con le sue esigenze primarie e legittime, sarebbe stata un problema, se volevo rientrare al lavoro. Se volevo rientrare nel mondo del lavoro “quello vero“.

Sono tornata a casa e ho pianto, e ho continuato a piangere a fasi alterne per tutti i mesi (nove) successivi, intanto che un’altra figlia cresceva dentro la mia pancia – per niente cercata e, semplicemente, arrivata come fanno questo tipo di miracoli che in certi ambienti vengono trattati come una calamità. Una mia amica, che mi sentiva sempre molto triste e giù di corda, si preoccupò e mi disse: “guarda che non ti fa bene stare sempre così, parlane con qualcuno. Ti stai spianando la strada per una depressione post partum, parlane con qualcuno“. Ma io non avevo idea di cosa fosse la depressione post partum e pensavo che avevo tutti i diritti di essere triste, visto quello che mi era capitato, e che comunque in fondo non lo ero mica sempre e non sarebbe stato giusto lamentarsi visto tutto ciò che avevo di bello nella vita.

Perché, va detto, un figlio sa essere una gioia travolgente persino quando porta con sé le peggiori disgrazie, figuriamoci se poteva non essere una gioia per me che, al netto delle mie aspirazioni personali infrante, amavo alla follia fare la mamma, avevo un tetto sopra la testa e davvero non mi mancava niente.

Cosa avevo da piangere io, che avevo sempre desiderato essere una mamma giovane? Io, che avevo sempre immaginato che avrei avuto più di un figlio e che sarebbero stati vicini di età e avrebbero condiviso mondi contigui? Io, che ne avrei voluti addirittura tre?

La verità è che un figlio non basta da solo a dare un senso alla vita di una donna o di un uomo. Certamente non ne bastavano due a dare un senso alla mia, e forse anche per quello, alla fine, la depressione post partum è arrivata davvero.

Nel vuoto pneumatico che avvolge le madri, quando vengono tagliate fuori dal loro contesto lavorativo e dunque sociale, io sono sprofondata in una tristezza costante e incompresa persino da chi mi era più prossimo.

Una mattina sono crollata di fronte ad una torta che avevo sfornato la sera prima e che intendevo farcire, ma mio marito ne aveva presa una fetta per colazione, direttamente dalla teglia, rovinandola irreparabilmente ed io mi sono disperata come se mi si fosse sbriciolato il mondo intero addosso. Io piangevo e affondavo le mani nel pan di spagna. La Dodo piangeva e mi diceva “basta mamma” e Cecetta piangeva e non capiva e urlava.

Questo sì che è stato terribile.

Sentirsi pazza, malata, sbagliata e nessuna informativa che facesse capolino dal web a dirmi che era normale, che avrei potuto fare così e colà per risolvere la faccenda e che sarebbe passata ed io sarei tornata quella di prima e anzi, che non era mai cambiato niente, ero solo stata attraversata da una tempesta di origine fisiologica, transitoria e risolvibile.

E’ stato terribile ma è passata.

Un giorno ho avuto la lucidità di dire che non ce la facevo più, che il carico che avevo addosso era troppo, che mi sentivo sola, che non volevo che la mia vita fosse tutta lì e che avevo bisogno di aiuto. E l’aiuto è arrivato: tutto si è risolto perché abbiamo trovato il modo di cavarcela da soli, tanto per cambiare.

E intanto fuori non si è saputo niente ed è così che funziona: dentro casa, tra le maglie della famiglia, strette o larghe, ruvide o confortevoli che siano, si consumano drammi e si affrontano i problemi, spesso li si risolvono anche, a proprie spese e con le sole proprie forze.

E intanto fuori continuano a pensare che la maternità sia quella roba lì che abbiamo visto in Cocktails and Dreams: due ragazzi, una spiaggia e un chiringuito, che tutti i test di gravidanza siano destinati ad esitare felicemente in un bambino, che le madri che non lavorano lo facciano per scelta e che quelle che lavorano siano egoiste, che la depressione post partum sia qualcosa di alieno e lontano, che la scarsa occupazione femminile, l’assenza di asili gratis e quella di agevolazioni fiscali per le famiglie non abbia niente a che fare con il calo demografico e che tutto questo non abbia niente a che fare con la crescita del Paese.

È stato terribile, ma lo rifarei.

Ho sempre desiderato essere una mamma: solo non avrei voluto, non mi sarei aspettata che mi avrebbe chiuso l’accesso a molte delle altre cose che desideravo per me e la mia vita. I figli ci attraversano, ci camminano addosso; poi prendono un sentiero che è solo il loro e che se siamo fortunati possiamo osservare da una distanza.

La nostra vita invece rimane ed è con quella che dovremo fare i conti, per sempre.

 

 

 

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  • Anna settembre 26, 2016 at 2:27 pm

    Come è arrivato l’aiuto? Da chi? In che modo? Quello che tu descrivi è quello che io provavo cinque anni fa e quel ricordo un cui tutti sembravano smarriti dal mio smarrimento non mi da la forza x un secondo figlio. No grazie io mi fermo. Ma dimmi cm hai avuto aiuto? Anna

    • Silvia A. settembre 26, 2016 at 8:32 pm

      L’aiuto è arrivato da mio marito è da una psicologa (solo in seguito però). Se ti senti smarrita non pensare di essere tu in difetto: rivolgiti al consultorio e fai due chiacchiere con una persona competente, ti assicuro che aiuta. A volte basta avere quAlcuno che da fuori ci dia la chiave per uscire dal turbinio di sentimenti controversi in cui ci siamo smarrite. A volte è più semplice di quanto immaginiamo e non c’è nessuna ragione al mondo per cui non dovresti chiedere aiuto senti senti smarrita: non siamo macchine. Ti abbraccio e scrivimi se vuoi, trovi i miei contatti qui sul blog!

  • NonPuòEssereVero settembre 26, 2016 at 4:39 pm

    È uno dei post più belli che abbia mai letto, spero non ti dispiaccia se lo condivido!

    • Silvia A. settembre 26, 2016 at 8:29 pm

      Oddio ma figurati se mi dispiace! Grazie davvero.

  • Sempremamma settembre 26, 2016 at 5:24 pm

    E’ bello fare la mamma e crescere i propri figli, ma se si fa solo quello, quando si è sognato anche molto altro e ci si sente in grado di farlo nonostante i mille impegni, diventa frustrante.

    • Silvia A. settembre 26, 2016 at 8:29 pm

      Assolutamente è soprattutto, non è giusto!

  • Cris75 settembre 26, 2016 at 6:30 pm

    Ciao! Sono arrivata al tuo blog girovagando in rete e ti faccio i miei complimenti, ho letto poco finora, ma quel poco mi è piaciuto. Riguardo a questo post però c’è qualcosa che non mi quadra: il desiderio di lavorare per mettersi in gioco, per essere indipendenti, per usare le competenze acquisite in anni di formazione lo capisco e lo ritengo sacrosanto, quello che non capisco molto è il timore di ritrovarsi con una vita vuota quando i figli se ne saranno andati se non si lavora. Voglio dire che a me la vita pare piena di cose interessanti da fare e che sto rimandando a quando i bambini saranno grandi… interessi, hobby, volontariato… davvero pensi (pensate) che una o lavora o passa la giornata a commiserarsi per non saper che fare?

    • Silvia A. settembre 26, 2016 at 8:34 pm

      No assolutamente! È proprio quello il punto: i figli da soli non bastano a riempire una vita in cui sai di avere bisogno di altro. Per me era il lavoro, per un’altra può essere una cosa completamente diversa.
      Grazie di esserti fermata qui e avere condiviso!

  • elisa settembre 27, 2016 at 8:11 am

    Penso tu abbia descritto in pieno quello che ho provato…ho addirittura pensato di andarmene perché le mie bimbe meritavano una mamma migliore!si prova una solitudine che non si riesce a spiegare e poi ti senti dire”ma hai una bimba bellissima,sei mamma cosa ti manca?”tornassi indietro rifarei le mie bimbe perche le amo,sono fantastiche e ringrazio x questo ma cercherei aiuto prima e ammetterei prima con me stessa che ho un problema

    • Silvia A. settembre 27, 2016 at 1:18 pm

      Un abbraccio stretto perché sai che ti capisco <3

  • AriannaC settembre 27, 2016 at 8:32 am

    Ciao Silvia,
    ho letto tutto d’un fiato il post del tuo Blog e scrivo solo per condividere anche la mia esperienza.
    Sono un Architetto di Roma, vivo a Pavia con mio marito dal 2014; ci siamo sposati un anno fa, il 3 ottobre, ed io sono una di quelle che si è vista anticipare i tempi. ‘In che senso?’ ti starai chiedendo….. nel senso che nello studio in cui lavoravo mi han dato il benservito prima del matrimonio. Almeno sono stati previdenti no, a dirmelo 6 mesi prima???? Ovviamente no. Semplicemente, dopo aver fatto presente che a volte sarei scesa a Roma di venerdì (ovviamente recuperando ogni volta la giornata lavorativa!!!!), chissà perché le mie performance sono improvvisamente calate in 2 settimane….. avevo un ‘contratto’ a partita Iva (nella nostra categoria è molto difficile avere un inquadramento lavorativo diverso), quindi l’unica accortezza che hanno avuto è stato di darmi 30 giorni di preavviso come previsto da incarico, e poi fuori dalle scatole. ‘In fondo, tu ti sposi…..sai Arianna questo per averti qui con noi a studio È UN DETERRENTE. Una donna,una volta sposata, poi ha altre priorità. Sai, poi arrivano i figli….’. Non mi sono mai fatta problemi a restare in ufficio a lavorare dalle 9,30 di mattina alle 21:00, considerando l’ora e un quarto di spostamento fino a casa in treno. In fondo, come hai detto tu, non abbiamo trascorso 25 anni della nostra vita a studiare per niente.
    Sono arrivate le notti insonni, gli sbalzi d’umore, le ansie….ma allo stesso tempo sono stata molto fortunata perché ho avuto un marito (all’epoca ancora mio promesso sposo) che mi ha saputo sostenere, e dei genitori e dei suoceri che si sono stretti intorno intorno a me e mi han fatto sentire tutto il loro sostegno e calore. Economicamente non è mancato nulla anche a me, e di tutto questo ringrazio Dio ogni giorno.
    Ho fatto altri colloqui, ma la bocca si storceva sempre quando dicevo che avevo 35 anni, ancora niente figli e un matrimonio dietro l’angolo (tutti finiti in un buco nell’acqua, ovviamente).
    Adesso aspetto un bambino e a febbraio diventerò mamma. Sono presa da tante cose (è il primo!) e ogni volta che lo sento muoversi nella mia pancia penso che sia il più grande miracolo della mia vita. Non c’è posto di lavoro che non perderei per averlo, nonostante il dramma psicologico che questo comporta e il modo in cui ti senti quando accade (in un modo o nell’altro, sei comunque devastata, c’è poco da fare: è umiliante e denigrante).
    Questo perché in Italia facciamo il fertility day ma non attuiamo delle politiche vere di tutela e sostegno alla maternità.
    Ne avremmo bisogno. Ma soprattutto avremmo bisogno di umanità.
    Un abbraccio forte!
    Arianna

    • Silvia A. settembre 27, 2016 at 1:20 pm

      Grazie di avere condiviso, queste storie meritano di essere raccontate, devono diventare “trendy” come dice Riccarda Zezza, così finalmente qualcuno se ne occuperà!
      Ti abbraccio fortissimo

      Silvia

  • Serafina settembre 27, 2016 at 12:43 pm

    Ciao Silvia, questo articolo avrei potuto scriverlo io, terrorizzata da tutto ciò che è successo a te e per di più a perdere il lavoro è stato anche mio marito.
    Il risultato che noi ci siamo fermati ad un figlio, adesso ci siamo rimessi in sesto, leccarsi le ferite ci siamo rialzati, ma basta leggere storie come la tua per farmi rivivere quei momenti in cun ti senti pazza, e tuo figlio ti dice, basta mamma, non piangere.
    Adesso mio marito ha il suo bel lavoro, ed io dopo anno di amministrativo mi sono rinvenuta, ho fatto della mia passione per bambino e anziani un lavoro.
    Rimane comunque il problema che è troppo poco il tempo che rimane per il mio cucciolo, prossimo obiettivo avere almeno due pomeriggi per lui.
    Devo farcela!
    Un abbraccio

    • Silvia A. settembre 27, 2016 at 1:21 pm

      Vedrai che ce la farai. Se hai superato tutto il prima, d’ora in poi sarà un “gioco da ragazzi”.
      Ti abbraccio e complimenti, siete stati grandi!
      PS il tuo bimbo di te che piange non se ne ricorderà più da grande, come non se ne ricorderà la mia.
      Silvia

  • Delia Garzarella settembre 27, 2016 at 6:29 pm

    Cavoli, che pezzo…Non ci sono molte parole, mi viene in mente soltanto : “Eh sì, questo è”. Purtroppo.

    • Silvia A. settembre 29, 2016 at 10:14 am

      Eh già…
      Grazie Delia e a presto!

  • Mariolina settembre 27, 2016 at 9:15 pm

    Ciao Silvia, approdo sul tuo blog grazie a un post di mia sorella su FB, che cita questo tuo racconto.
    Ti ho letto con le lacrime agli occhi, commuovendomi per le tue parole oneste e lucide, e “terribilmente” vere. La tua è un’esperienza comune a molte di noi, che viviamo la maternità spesso un pò in là con gli anni (38 nel mio caso) o magari anche da più giovani come nel tuo caso, che nonostante abbiamo tanto desiderato essere mamme, poi ci scontriamo con la difficoltà di essere anche donne, che amiamo essere attive in altre cose, che vogliamo (non solo dobbiamo) lavorare ma che vorremmo non essere ghettizzate o escluse da un mondo del lavoro che corre all’impazzata e non vuole mai fermarsi, che pretende disponibilità oraria estrema, che vuole stritolarti e schiavizzarti il più possibile, per il quale rappresenti solo una costo non sostenibile. Nel nostro universo disumanizzato sono importanti i numeri, soprattutto quelli dei bilanci aziendali, non il valore e la competenza della persona, figuriamoci se poi sei una madre che ambisce a trascorrere qualche ora con i propri figli. No, non ci siamo proprio…E’ vero, la maternità è un’esperienza travolgente, bellissima e terribile al tempo stesso, anche se ci dicono che siamo fortunate, che non dovremmo lamentarci, ma vorremmo poterla vivere libere dai sensi di colpa per volere troppe cose, dal quel senso di inadeguatezza che ci portiamo troppo spesso dietro, da quel timore che se piangiamo con la paura di non farcela, risultiamo ridicole e patetiche. Dovremmo pretendere il sostegno non solo delle nostre stupende famiglie, ma anche dei nostri colleghi, dei nostri datori di lavoro, dei nostri governi: invece di mortificare il nostro desiderio di essere mamme appagate e felici, attive socialmente, si impegnassero concretamente nel garantire opportunità, assistenza e servizi alle mamme lavoratrici. Ti auguro tante ore felici di baci, abbracci e tenere coccole con le tue bimbe.

    • Silvia A. settembre 29, 2016 at 10:16 am

      “Nel nostro universo disumanizzato sono importanti i numeri, soprattutto quelli dei bilanci aziendali, non il valore e la competenza della persona” .. e invece, se solo sapessero quanto i bilanci aziendali dipendano SOPRATTUTTO dalla qualità e dalla competenza delle persone! Se solo sapessero quello che lasciano, quando lasciano andare via una madre, con tutte le competenze che la maternità le ha regalato!

      Grazie Mariolina, a presto!

  • Lulu settembre 28, 2016 at 5:03 am

    Ciao Silvia,
    Le tue parole sono state quasi un oracolo su ciò che sarà il mio futuro nei prossimi due anni.
    Sono incinta e in un attimo ho perso lavoro, indipendenza e libertà. Non oso immaginare quando nascerà il bambino.
    Sono sempre stata una ragazza super indipendente, dinamica, viaggiatrice e follemente innamorata del suo lavoro. Ora mi ritrovo a ricostruire la mia identità da zero includendo in ciò anche l’essere mantenuta da mio marito cosa che ho sempre ripugnato profondamente.
    Le tue parole mi hanno fatta sentire meno pazza, meno incompresa ma soprattutto il fatto che tu ne sia uscita mi da speranza. Saranno anni duri, ma anch’io come te ho sempre desiderato essere madre.
    GRAZIE!

  • Simonetta settembre 28, 2016 at 5:51 am

    Il post e’ semplicemente bellistino e drammatico allo stesso tempo…non sempre l’amore fa volare..grazie della condivisione

    • Silvia A. settembre 29, 2016 at 10:49 am

      Grazie a te dell’empatia!

  • Valentina Bonomi settembre 28, 2016 at 7:55 pm

    Wow, ti ho letto tutta d’un fiato ritrovandomi in ogni singola parola, in tutti i momenti che hai descritto.
    Abbiamo avuto la nostra Vittoria, cercatissima nel 2014, io avvocato, mio marito agente immobiliare. Al quarto mese di vita della bimba, riprendo a lavorare molto serenamente, la bimba stava con la nonna ed io ero molto serena, anche se, con gli orari assurdi che facevo, mi perdevo tutto, potendola guardare solo dai video che la nonna mi inviava ogni giorno.
    Ai nove mesi della bimba rimango incinta un’altra volta: pianti e disperazione per i primi due mesi, al terzo mese di gravidanza lo studio dove lavorava decide di lasciarmi a casa, io con partita IVA e senza contratto.
    Da giugno 2015 sono a casa, da marzo di quest’anno cerco un’occupazione che mi appaghi personalmente, ma che mi permetta di stare un pochino con le mie figlie. Forse chiedo troppo, ma come te, purtroppo quel senso di infelicita’ e insoddisfazione purtroppo mi accompagna sempre, anche se, sia chiaro, io sono DAVVERO FELICE, 30 anni, 2 figlie, un marito meraviglioso.. Cos’altro potrei chiedere? Ecco, forse anche il senso di colpa fa parte del mio “nuovo” io.
    Grazie delle tue parole, non sai come sono di conforto! Un abbraccio

    • Silvia A. settembre 29, 2016 at 10:50 am

      Il senso di colpa ce l’abbiamo in fronte tipo la lettera scarlatta. È difficile liberarsene, ma dobbiamo lavorarci soprattutto per noi stesse.
      In bocca al lupo per tutto!

  • maddalena ottobre 21, 2016 at 8:35 am

    Ci sono tante, troppe cose da dire. Io il lavoro l’ho mollato quando aspettavo il primo figlio, ma perché detestavo quell’impiego. Mi stavo ancora cercando, io mi cerco sempre… Pensai: la sola cosa di cui sono sicura è che voglio dei figli. Così, visto che giovanissima non ero, cominciai da lì. Eppure la solitudine di una madre è, come dici tu, qualcosa di profondamente viscerale, che sfregia la propria autostima, il senso di identità… Detestavo sentirmi solo una mamma. Ho fatto tre figli, uno dopo l’altro, tutti per scelta e con gioia infinita, ma quelle tue dita nella torta di pan di spagna le capisco eccome… Poi un giorno mi sono guardata dentro, ho pensato alla scrittura, è la sola caratteristica di me stessa che dall’età di sei anni non è mai, mai stata intaccata dalla vita, dai figli, dai lavori e non lavori. Non si vive di scrittura, la mia vita forse sarà un tentativo perenne. Ma io non riesco a essere solo mamma, mi sembra di vivere alla giornata, senza progetti… E’ un fiume senza il suo letto, senza un suo corso. “La nostra vita invece, rimane ed è con quella che dovremo fare i conti, per sempre”: è una condanna, perché siamo obbligate a trovarci oltre i figli. Ma è anche un diritto, un invito, una grande, continua possibilità. Grazie

  • Una cosa che non vi ho mai raccontato | meduepuntozeromeduepuntozero novembre 23, 2016 at 3:18 pm

    […] ero appena sollevata, per così dire, da un periodo nero e funesto di cui ho raccontato in un lungo post che non volevo nemmeno scrivere, e che invece poi ha scatenato una tale solidarietà da farmi […]

  • mammaalcubo gennaio 13, 2017 at 1:10 pm

    Quando leggo storie come la tua mi viene sempre la pelle d’oca. Io ho avuto il primo figlio a 23 anni, mancavano pochi esami e la tesi. Il senso di solitudine e di smarrimento è stato enorme, ma non so come sono riuscita a laurearmi, sposarmi e cominciare a lavorare.
    Dopo il secondo figlio però ho mollato tutto, il lavoro mi logorava, la mancanza di sonno mi devastava, il senso di colpa nel non riuscire a fare bene quello che volevo fare mi schiacciava.
    Sono stata a casa parecchio, poi anche il piccolo è cresciuto e piano piano mi sono ricostruita. Ho aperto il blog e ho ripreso a lavorare, ho ridefinito le mie priorità e ho trovato un nuovo equilibrio e una nuova positività.
    E’ stata dura, oh se è stata dura. Ma anche io lo rifarei.

    • Silvia Azzolina gennaio 20, 2017 at 7:39 pm

      Ti batto un cinque. Ti capisco. Brava.

  • Eleonora luglio 24, 2018 at 3:25 pm

    Ciao, sono una mamma, scrittrice anch’io (che parolone, meglio web editor), appassionata di fotografia. La fotografia ho dovuto metterla ampiamente da parte da quando è arrivato il piccolo. Non sia mai che si possa conservare qualcosa di sé stesse quando si è diventare mamme da poco. Il lavoro, invece, non si concretizza mai, sempre a rimandare in attesa dell’asilo, della piena disponibilità dei nonni, di un’indipendenza del piccolo che non si capisce chiaramente quando arriverà.
    Ero indecisa se commentare, non voglio scrivere banalità. D’altra parte adesso che leggerti mi ha spezzata, ricordando quanto ho passato pure io, non trovo parole originali.
    Quindi ti dico solo “bravissima, complimenti, vorrei per te e il tuo futuro solo il meglio adesso”. Non ti conosco ma ti sento amica, e adesso ti seguo anche su tutti i canali. Grazie per avere dato voce a molte, praticamente tutte.

    • Silvia Azzolina ottobre 2, 2018 at 9:32 am

      Ciao Eleonora, ti leggo adesso. Sai perchè? Perchè ho ricominciato a lavorare di più e quindi ho meno tempo per il blog. Forse il momento è arrivato. Dopo 9 anni, ma è arrivato.
      Ti abbraccio fortissimo