to be a mom

La mia seconda giornata del giorno

gennaio 10, 2017

Ogni giorno, prima delle 9:00, io vivo un’intera giornata, dopo la quale si apre la mia seconda giornata del giorno.

la mia seconda giornata del giorno

La sveglia suona alle 6:30 ed è sintonizzata su Radio Deejay e i Vitiello. Non riesco mai ad alzarmi prima delle 7 meno 10 e credo abbia a che fare con il mio metabolismo e che sia ereditario. Una volta in piedi, intanto che le bambine ancora dormono, faccio la doccia in compagnia del gatto (che no, non entra in doccia con me, ma la mattina è particolarmente affettuoso). Poi, quando sono vestita, vado a svegliare loro e, se sono stata proprio brava, succede durante le news tra i Vitiello e il Trio.

Cece, che non ha ereditato il mio metabolismo, si alza a sedere subito e prima ancora di avere aperto gli occhi, e la prima cosa che fa è sorridere. La Dodo, invece, sibila, mugugna, a volte ringhia, mi odia fermamente la mattina quando la sveglio, neanche la scuola l’avessi inventata io e così i suoi orari. Le lascio il suo tempo e intanto che lei si ripiglia le preparo la colazione, sono comprensiva e paziente.

Mia madre, invece, entrava in camera e, con tono di voce intollerabile a qualsiasi ora del giorno, figurarsi la mattina, mi intimava di alzarmi “che era tardi”; spalancava le finestre e non di rado tirava la coperta sotto la quale mi ero rifugiata per proteggermi dalla prospettiva del risveglio, e aveva questo vizio tremendo di arrotondare l’orario per eccesso di almeno 10 minuti: «Alzati! Sono le 7!» e non erano neanche le 6:45. Deve essere per questo che nel tempo ho sviluppato una tendenza fisiologica al ritardo, quasi che l’orario fosse un fatto discrezionale e piuttosto flessibile e non un codice condiviso universalmente. «Sono le 8? E chi può dirlo, magari è l’orologio che mente» e la cosa incredibile è che l’ora del mio telefono ha preso ad andare avanti da sola, di 10 minuti ma con tendenza ad aumentare, il che contribuisce ad aumentare la mia confusione e a validare la mia convinzione, insieme al fatto che non c’è un orologio in casa che sia sincronizzato con l’altro, tutti avanti e difformemente, così che, credendo sempre di stimare l’ora per difetto, riesco ad arrivare comunque in ritardo, con l’unica differenza che non so esattamente di quanto.

Ma sto divagando: eravamo rimasti alla Dodo in camera a combattere la sua personale battaglia contro la routine scolastica e i suoi orari.

Preparo la colazione in cucina, in compagnia di Cece (che ogni mattina in questo periodo mi chiede «Ma perché ci dobbiamo alzare, se è notte?» e io ogni mattina fatico a trovare argomenti e così le indico col dito quella sfumatura bluastra nel cielo, che preannuncia l’alba definitiva) e quando la tazza è già sul tavolo, se non ce l’ha già fatta da sola, vado a strappare la Dodo al suo crogiolo masochistico con una determinazione che mi sogno quando si tratta di strappare me dal mio.

È a questo punto che inizia il rush finale. Avremmo al massimo un quarto d’ora per finire la colazione: Cece ci mette almeno 25 minuti e non c’è minaccia, non c’è anticipo che tenga. Se la faccio cominciare a mangiare 5 minuti prima, lei ci mette 10 minuti in più; se la faccio iniziare 10 minuti prima, lei ce ne mette 15 in più perché a metà tazza di latte e improrogabilmente, dovrà fare la cacca. O la pipì. O entrambe. E non si può combattere contro i bisogni fisiologici, vero? Non sarebbe ragionevole minacciare: «Da domani la cacca alla mattina non si fa più! O la fai la sera, o per quanto mi riguarda te la puoi fare addosso!»

(l’ho detto solo una volta e comunque non ha funzionato)

In qualche modo, riusciamo sempre ad arrivare all’ultimo secondo: io sulla porta con l’ansia che mi pettina i capelli, e loro a cui non potrebbe fregare di meno.

Non importa quali vestiti io abbia preparato per loro, che siano i preferiti o gli odiati: le loro inclinazioni mattutine sono imprevedibili e non di rado ciò che ieri era ok, o persino gradito, si può trasformare nell’oggetto di un’irrefrenabile idiosincrasia. Se concedo la gonna, devo aiutarle a infilare le calzamaglie, che quando si infilano da sole non riescono mai a tirare più su del ginocchio e così il mio caffè rimane sul tavolo a raffreddarsi, e io accumulo ritardo sulla mia tabella di marcia personale (denti, trucco, capelli: non molto ma sempre troppo). Se scelgo i pantaloni, che sono facili da infilare, dovrò negoziare strenuamente sulla maglietta, o sul maglione che non va mai bene, perché fosse per la Dodo andrebbe in maniche di cotone tutto l’anno e ieri, con il freddo e le scuole chiuse da 2 settimane con il riscaldamento spento e 15 gradi in classe alle 8 del mattino, a fine giornata ha avuto il coraggio di dirmi che «Stavo proprio bene oggi a scuola con quella felpa, era perfetta!» e fa niente se è la felpa più leggera che ha nell’armadio e io invece avevo due maglioni addosso, di cui uno in cachemire al 100%, e avevo freddo.

Quando arriviamo sulla porta sto immancabilmente sbraitando, minacciando oppure semplicemente gesticolo frenetica e dò ordini che neanche stessi coordinando un intervento della protezione civile: «Tu!, prendi sciarpa e cappello! Tu!, vieni qui che non ti ho messo il repellente per i pidocchi!, Tu! …dove pensi di andare a piedi scalzi?! Tu!, esci e chiama l’ascensore intanto che le infilo gli stivali!».

Succede praticamente ogni mattina: incalzata dagli orari (di tutti e 4 gli orologi di casa, tutti in anticipo ma che mi suggeriscono comunque che è tardi e dovrò correre), penso che non ce la posso fare, che io da sola non posso più fare questa cosa, che quello sarà l’ultimo giorno che arrivo così al pelo, che l’indomani le butterò giù dal letto mezz’ora prima e che morirò giovane. Corro fuori e arrivo comunque ad orario se non perfetto, compatibile, al punto che temo ormai le mie figlie abbiano perso per sempre l’opportunità di capire il senso della frase «Siamo in ritardo», quella che non ha mai conseguenze da cui possano imparare per esperienza, se escludiamo il mio crescente livello di stress e il tono di voce che a tratti fa impallidire quello di mia madre di cui dicevo sopra e che comunque loro archivieranno come “mamma la mattina è fastidiosa”.

Metti ieri, che era il primo giorno di scuola dell’anno: sono scesa dal quinto piano fino ai box per prendere i monopattini e avevo dimenticato in casa il catenaccio di Cece. Sono salita di nuovo al quinto piano a prenderlo e poi sono scesa in cortile, e avevo dimenticato il catenaccio della Dodo nel box. Alla fine ci siamo fatte la strada fino a scuola correndo, letteralmente, e siamo arrivate che la campanella non era ancora suonata. Io però ero sudata fradicia e c’erano sì e no 2 gradi fuori ed era solo la prima tappa.

Siamo salite sull’autobus, io e Cece, e siamo arrivate alla sua scuola; io congelavo e i miei nervi reggevano ancora, nonostante per la strada fossi stata apostrofata malamente da due diverse signore le quali non concepivano, rispettivamente: che lasciassi le mie figlie andare in monopattino sul marciapiede e che bloccassi il flusso del traffico attraversando sulle strisce pedonali (sempre con bambina di 4 anni al seguito).

La mia prima giornata del giorno volge al termine subito dopo avere lasciato anche la seconda figlia nella sua scuola e io mi sento esausta, come è normale alla fine di qualsiasi giornata frenetica.

A quel punto, sono più o meno le 9:00, entro sempre nello stesso bar a bere sempre lo stesso caffè e lì è dove avviene la transizione: la dimensione temporale cambia e proprio in quel momento inizia la mia altra giornata. Potrebbe essere merito del caffè, o forse del fatto che, una volta smesso di correre, mi restano solo le cose belle che ho visto in quelle due ore isteriche: il sorriso di Cece quando si sveglia, la Dodo che si fa portare in braccio fino al tavolo della colazione – abbarbicata su di me come una lucertola su una spiga di grano -, le fusa del gatto appena mi vede comparire sulla porta della camera da letto, il tragitto in monopattino, l’aria fredda che ci arrossa guance e naso, Cece che canta un intero medly natalizio sull’autobus a squarciagola, il momento in cui ci salutiamo fuori da scuola e la Dodo vuole sempre baciare anche sua sorella e non si dimentica mai di dirci che ci vuole bene e noi a lei.

È così che inizia la mia seconda giornata del giorno: col sapore del caffè e il retrogusto della vita che sto vivendo. Poi mi avviluppa in un bozzolo di intimità in cui faccio le cose che fanno gli adulti, senza la fretta e l’ansia con cui le fanno gli adulti, perché io ho già vissuto un’intera giornata a ritmi incredibili e niente potrà essere più stressante, più imprescindibile e dovrà richiedere la mia attenzione e presenza totale quanto ciò che ho vissuto prima. E un po’ mi ci crogiolo in quel bozzolo, e sono così felice di non dovermi occupare di nessuno per tante ore, non dover esaudire richieste, non dover trovare sempre le parole giuste che non sono mai quelle che ho sulla punta della lingua.

E probabilmente è per questo che una volta, non tante settimane fa (eravamo sotto Natale, e poi era una settimana in cui avevamo cambiato routine e orari, e poi tutto sommato mica era in mezzo ad una strada) mi sono dimenticata di andare a prendere la Dodo a danza.

 

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  • Mammapiky gennaio 11, 2017 at 7:21 am

    Hai descritto pitta pitta la mia ora dalle 07:00 alle 08:00, ti assicuro che è la cosa più difficile che abbia mai fatto da quando sono mamma, supera addirittura le notti insonni!!!! Come se ne esce? No perché io non sopravvivo mica fino a giugno!!!

    • Silvia A. gennaio 12, 2017 at 11:44 am

      Non so come, ma ti assicuro che si sopravvive. Assecondando l’onda, credo…
      🙂

  • Mamma avvocato febbraio 13, 2017 at 3:58 pm

    Assomiglia tanto alle mie mattine, anche se nel mio caso il figlio è uno solo! Quanto alla tendenza fisiologica al ritardo, che ho anche io, ora che mi ci fai pensare la tua teoria mi sembra alquanto azzeccata, visto che i miei genitori facevano come tua madre!