appunti

Ti starò alla larga

febbraio 5, 2017

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Ho una biblioteca di tutto rispetto: un numero di volumi in edizione per lo più tascabile sufficienti a ricoprire due pareti del soggiorno. Ne sono molto orgogliosa, tanto più che li ho letti quasi tutti.

Meno entusiasmo mi provoca, la suddetta biblioteca, quando mi tocca spolverare la libreria, tipo ieri. La prospettiva di mettermi all’opera mi metteva di umore pessimo e ho fatto di tutto pur di ritardare il momento in cui avrei dovuto iniziare. Poi alla fine il momento è arrivato, non si poteva aspettare oltre, e ho iniziato.

Non ero neanche a metà dell’opera, che un libro dalla costa smunta ha attirato la mia attenzione: non se ne leggeva nemmeno più il titolo. L’ho tirato fuori, facendo collassare l’Enrico Brizzi che stava alla sua sinistra sul Christiane F. alla sua destra, e non appena l’immagine di copertina ha fatto capolino dallo scaffale, l’ho subito riconosciuto senza bisogno di leggerne il titolo.

Si trattava di Il Piacere“, di Gabriele D’Annunzio: uno dei miei libri feticcio dei tempi del liceo.

il-piacere-d-annunzioMa non è stato il libro da solo a farmi perdere definitivamente il filo delle mie faccende domestiche. Facendo scorrere veloci le pagine sotto il pollice, in quel modo che mi piace tanto e che fa esalare dai libri quell’odore buonissimo, mi sono accorta che c’era un foglietto ripiegato in quattro tra le pagine. L’ho aperto e mi si è spalancata una finestra sulla mia adolescenza.

“Ci sono momenti in cui ti bacerei all’infinito”


Il biglietto, vergato a mano e per traverso su un foglio a righe strappato da un quaderno usato (sul retro, nella stessa calligrafia affilata e precisa, si possono leggere quelli che sembrano appunti di filosofia) si apriva così, e non vi dirò come continuava per l’imbarazzo misto a tenerezza che mi provoca. L’autore del biglietto ed io ci frequentiamo ancora e non riesco proprio a sovrapporre e a far convivere l’immagine che ho di noi, adulti, dentro il melodramma adolescenziale che il biglietto riassume. Questa, comunque, la chiosa:

“Scusami, e giuro che ti starò alla larga.”

Ma porco giuda. Ma come “ti starò alla larga”? Ma non mi avevi appena scritto che mi avresti baciato “all’infinito”?

Me lo ricordo bene, quel melodramma: io che lo amo da impazzire, lui che mi sfugge. C’è un’altra. Lui che un giorno c’è e l’altro non sa. Io che non ho idea di come ci si comporti, che non so cosa sia l’amore e mi sono convinta che debbano esserci necessariamente sofferenza e struggimento, se no che amore è? Non a caso quel biglietto l’avevo infilato nel D’Annunzio, di cui avevo sottolineato diligentemente, a matita e col righello, una serie di passaggi.

Per la natura del suo gusto, egli ricercava negli amori un gaudio molteplice: il complicato diletto di tutti i sensi, l’alta commozione intellettuale, gli abbandoni del sentimento, gli impeti della brutalità. E poiché egli ricercava con arte, come un estetico, traeva naturalmente dal mondo delle cose molta parte della sua ebrezza.

Tra me e lei non sa scegliere. Lui è un esteta, non sa resistere al piacere, proprio come Andrea… devo essere paziente.

– Quando udii, quella sera, annunziare il mio nome accanto al tuo, su la soglia, ebbi, non so perché, la certezza che la mia vita era legata alla tua, per sempre! –
Essi credevano quel che dicevano. Rilessero insieme l’elegia romana del Goethe: «Lass dich, Geliebte, nicht reun, dass du mir so schnell dich ergebern»… Non ti pentire, o diletta, d’esserti così prontamente concessa! Credimi, io di te non serbo alcun pensiero basso e impuro.

E non è la stessa certezza che ho io, ora? La mia vita senza di te non ha senso: come potrei non amarti per sempre?

Sulla primissima pagina del libro, in alto a destra, c’è scritto il mio nome (lo scrivo tutt’ora sui libri, anche se la grafia è un po’ cambiata). Più in basso, proprio sotto il titolo, un’annotazione che sembra di una mano diversa – non è la mia, ci giurerei – e  che rimanda a pagina 237, dove trovo sottolineato, questa volta con tratto approssimativo e disordinato, un passaggio oscuro:

Maria Fortuna invece aveva il tipo un po’ bovino, era una Madame de Parabère, tendente alla pinguedine. Come la bella amante del Reggente possedeva una carne bianca, d’una bianchezza opaca e profonda, una di quella carni instancabili e insaziabili su cui ercole avrebbe potuto compiere la sua impresa d’amore, la sua tredicesima fatica, senza sentirsi chieder tregua.

Se questo fosse un giallo ed io lo dovessi risolvere, direi che il mio amore, dopo avere preso in prestito il libro, me lo aveva restituito con un biglietto dentro e questa nota, che voleva farmi capire la differenza tra la natura mia (soave, preziosa, inviolabile) e la natura della mia rivale (carnale, rozza, irrinunciabile) e giustificarsi così di una non-scelta, attribuendomene la responsabilità e ascrivendola alle mie superiori virtù.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse…

La verità è che non mi ricordo la storia di quel biglietto, ma mi ricordo bene sia l’amore che lo struggimento. Mi ricordo quanto fosse bello avere il conforto della letteratura quando la banalità ottusa delle cose della vita arrivava a disilludere gli ideali della giovinezza. Questo amore sarebbe stato altrettanto intenso, per me, se non fosse stato condito e tenuto a battesimo da “il Piacere“? Non saprei.

Quello che so per certo è che “il Piacere” non avrebbe avuto lo stesso buon sapore, se non ci fosse stato un grande amore tormentato nella mia vita che ne facesse risuonare certi periodi pomposi nella mia testolina. E sarebbe stato una noia mortale “L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere” (5 libri più a destra, verso la finestra), se non mi avesse legata ad un altro amore dello stesso periodo, quello da cui mi strappò proprio “il mio Andrea Sperelli”.

Non ho mai finito di spolverare la libreria. Ho dovuto condividere il ritrovamento con un’amica e le ho chiesto di cancellare subito la foto, farla sparire, ché l’imbarazzo era troppo. Lei mi ha detto che anche lei aveva ritrovato di recente alcune reliquie dell’adolescenza e che la lei che aveva ritrovato tra le pagine di quei diari le aveva fatto più che altro tenerezza, e poi di smetterla perché la stavo facendo sentire vecchia, tanto più che ieri era il suo compleanno.

Io me la ricordo bene la ragazzina che ero, convinta di sapere tutto o al massimo di avere le risposte a portata di mano, dentro un libro, e invece non sapevo ancora niente. E mi vedo bene oggi, assalita da milioni di dubbi e incertezze ad ogni piè sospinto, e invece so già così tanto.

Ci ho pensato, cara amica mia, e non è così male invecchiare, tutto sommato. Quando si invecchia, tra le altre cose, si diventa più pragmatici e coraggiosi: non c’è nemmeno più bisogno di un amore nuovo per rientrare in possesso del proprio cuore, quando non si ama più e questo fa risparmiare un sacco di tempo e di energie.

Il vecchio amore le cadeva dall’anima pari a una spoglia inerte, per l’invasione del nuovo. Ella non apparteneva più a quell’uomo; non gli era legata da nessun legame. Non è concepibile come prontamente e intieramente rientri nel possesso del proprio cuore la donna che non ama più.

 

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