storytelling, to be me

Leggere per non diventare come loro

maggio 23, 2017

Sono salita sul nove appena prima di mezzogiorno. Il tram era piuttosto affollato ma ho trovato un posto a sedere di quelli rivolti verso il senso di marcia e l’ho subito occupato, tanto più che la macchinetta obliteratrice era proprio lì, a portata di mano. Avevo fretta di rimettermi a leggere il mio libro dove lo avevo lasciato qualche ora prima, scendendo dalla 91.
Naturalmente era troppo bello per essere vero e la macchinetta era guasta. Così mi sono dovuta alzare e il posto è stato occupato. Una volta timbrato il biglietto, sono tornata indietro alla ricerca di un altro posto faccia avanti. Detesto le sedute in riga lungo i finestrini: è tutto uno sbattere spalla contro spalla e culi che scivolano verso l’intercapedine tra i sedili, piedi puntati che non sanno dove stare e valigie che ti rotolano sulle scarpe.

Traballando lungo il corridoio centrale ho individuato un posto libero lato finestrino e, senza nemmeno guardarlo in faccia, ho chiesto all’uomo che stava seduto lì accanto se mi faceva passare.
Lui mi ha guardata un po’ stranito e ha chiesto conferma che volessi sedermi proprio lì, poi ha tolto dal sedile libero il sacchetto di plastica che portava con sé e si è spostato lasciandomi quello sul lato del corridoio.

Quando mi sono avvicinata di più ho capito. Il tipo puzzava di rancido e per questo forse era abituato a viaggiare senza compagnia: chi si siederebbe accanto a uno così?
Non aveva un’aria orribile a prima vista, ma l’odore non lasciava dubbi: doveva essere un vagabondo, un senza tetto, un rifugiato in attesa di permesso, un espulso senza passaporto o qualcosa del genere.  A quel punto non potevo fare la parte di quella che cambiava idea, così mi sono accomodata, addossandomi al bordo esterno del sedile per evitare che il mio braccio entrasse in contatto con la giacca sudicia del tizio.
Poi mi sono spostata un po’ più al centro, per paura che si accorgesse che mi tenevo a distanza e ci rimanesse male. Ma cazzo se puzzava.

Mi sono rimessa a leggere e intanto mi passavo il segnalibro sotto le narici, per coprire l’odore che veniva dalla mia sinistra con quello buono di tipografia. Ho ritrovato i miei personaggi dove li avevo lasciati e dopo qualche secondo mi ero quasi completamente assuefatta.

«È la Bibbia?» mi fa lui.
Io non avevo capito e gli ho chiesto di ripetere. Parlava un buon italiano, con un accento che poi avrei scoperto essere francese.
«No, no. È solo un romanzo», gli ho sorriso e ho continuato a leggere.
Lui però voleva fare conversazione e dopo poche righe mi ha interrotto di nuovo.
«Ti piace leggere?»
«Sì, molto», gli ho risposto io.
«Anche a me piaceva, ma adesso non leggo più. Non ho più tempo, sono troppo impegnato»

Gli ho guardato i pantaloni: una tuta grigia oversize, col cavallo basso e i polsini alle caviglie, del tipo che i giovani adulti di questa parte di mondo si sono messi per un paio di stagioni, con le sneakers alte e i giacchetti di pelle sopra. Poi la moda è cambiata e quelle tute goffe, inadatte a qualsiasi sport,  sono finite nei cestoni della Caritas e poi addosso al mio vicino di posto. Il giubbotto sudicio da cui mi tenevo lontana sembrava un modello da donna, corto e trapuntato, col cappuccio bordato di pelo e totalmente inadatto alla temperatura esterna: oltre 25 gradi.
Che davvero avesse impegni che lo tenevano lontano dalla lettura era difficile da credere e così ho pensato fosse un modo per non dire che non aveva nulla da fare, se non far passare le ore sui tram, senza un posto dove andare, senza una compagnia per chiacchierare. Solo con la sua estraneità e inadeguatezza al mondo che scorreva al di là dei finestrini: i palazzi eleganti, i balconi liberty, gli alberi secolari e i ristoranti etnici chic.

«Leggi in italiano o in inglese?»
Il tipo non aveva intenzione di lasciarmi in pace, ma a quel punto non mi dispiaceva.
«In italiano»
«L’italiano è bello, mi piace. Però ha una grammatica difficile. Molto difficile»
«E tu di tuo che lingua parli?»
«Francese»
«Beh, il francese e l’italiano hanno grammatiche simili. Vicine…», ho specificato, temendo che non avesse capito la parola “simili”, che invece ovviamente aveva inteso e infatti proseguiva.
«L’italiano è più difficile del francese. La grammatica è più dura, complicata. Non è difficile da parlare però. Parlo anche altre lingue: l’inglese per esempio, ma nessuna è così»

Io a quel punto avevo perso completamente il filo del racconto scritto e mi stavo appassionando a quello dal vivo, lì accanto. Non sapevo bene cosa dirgli; gli avrei regalato un libro, lì per lì, ma intanto pensavo che forse non era neanche vero che sapeva leggere. Come aveva fatto a non capire che il mio libro era in italiano? Sedevamo a meno di trenta centimetri l’uno dall’altra. Lo guardavo negli occhi mentre ricominciava a parlare: aveva un patina grigia sulle iridi e uno sguardo spento, ma non di quelli da eroina o da alcol. Forse non ci vedeva bene.

«Prima leggevo, sì. Mi piaceva. Ma adesso non leggo più, sono troppo impegnato non ho tempo»
«Anche io per un po’ non ho più letto: avevo una bambina piccola e non avevo tempo, e se avevo tempo dormivo. Poi piano piano ho ricominciato. Cinque minuti alla volta, poi ti torna l’abitudine ed è fatta. A me piace leggere sul tram. Anche tu potresti leggere sul tram, come adesso»
«Sul tram? No. È difficile sul tram. Si muove…» e ha mimato col busto l’ondeggiare che si fa durante la corsa, specie quando si è seduti di lato. Gli avrei potuto dire che era proprio per questo che avevo scelto il posto frontale, accanto a lui. Invece ho detto:

« Ma sì, è bello! Non hai niente da fare, sei lì che aspetti e leggi… a me piace»
«A me piaceva leggere nei parchi. O a casa, in una sala. Su un divano. Ma quando stai con gente che non capisce niente, finisce che diventi un po’ così anche tu. E io sto tutto il giorno con gente che non capisce niente, e non leggo più»
«E invece dovresti leggere proprio per questo! Leggere per resistere all’ignoranza di quelli che hai intorno, leggere per non diventare come loro! Puoi leggere, puoi farlo: cinque minuti alla volta, poi ti riabitui. Davvero…»

Lui mi ha sorriso, ha fatto spallucce e si è messo a guardare fuori dal finestrino.
«La prossima è la mia», ho detto.
«Vivi qui?»
«No, magari! Ci lavoro soltanto»

Il tram era fermo al semaforo. Ho aspettato che ripartisse per evitare il rinculo, quindi mi sono alzata, preparandomi a scendere. Poi mentre mi infilavo lo zaino gli ho detto:

«In biblioteca hanno libri in tutte le lingue»
«Ciao!», mi ha detto lui.
«Ciao!», gli ho detto io, e sono scesa dal tram, sotto un sole ormai estivo. Ho attraversato le rotaie e mi sono tuffata tra le stradine di quel quartiere di lusso, di questa città imperscruabile e sorprendente.

E chissà cosa succederà adesso nel mio libro, su quella pagina di cui ho perso il segno.

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