appunti

Chi è Alessandro Mannarino

aprile 7, 2018

Adesso i casi sono due: o state pensando “Mo’ vedi se me lo deve spiegare sta qua, chi è Alessandro Mannarino…”
Oppure state pensando: “Mannarino chi?”

Io facevo parte della seconda categoria fino all’estate scorsa quando, grazie al mio amico Andrea, mi sono convinta a fare  l’abbonamento premium a Spotify. Dovete sapere che, già dopo i primi ascolti, Spotify mi conosceva meglio di quanto io conoscessi me stessa, e ha cominciato a propormi musica meravigliosa e adatta a me, anche quando non avevo voglia di cercarmela da sola.

canzoni di mannarino live

È così che ho scoperto le canzoni di Mannarino, a partire da Apriti Cielo, il disco che è uscito nel 2017 (e che ha esordito in vetta alla classifica FIMI dei dischi più venduti in Italia, nello stesso periodo in cui si celebrava a radio unificate il grande successo dei Baustelle, che però erano solo al secondo posto).
canzoni di alessandro mannarino
Quest’estate il tour di quel disco ha riempito arene e palazzetti per un totale di centomila biglietti venduti. Centomila, cinque zeri.
E voi non sapete chi è Alessandro Mannarino, per dire.

(NOTA: A inizio anno è uscito il disco Apriti Cielo Live che costituisce un ottimo punto di partenza, se non conoscete l’artista)

Ma dicevo di Apriti Cielo, versione in studio. A parte la canzone che dà il titolo al disco, che è un inno liberatorio e catartico da cui non è difficile farsi coinvolgere (apriti cielo e manda un po’ di sole a tutte le persone, che vivono da sole), mi sono crogiolata per giorni e giorni dentro due canzoni in particolare: “La Frontiera” e “Un’Estate“. Sono canzoni pregne di una malinconia densa e calda, di quelle che ti cullano parlandoti di cose che ti riguardano molto da vicino, partendo da molto lontano.

Un’estate

C’è una coppia di amanti in un motel, che sia ama senza dirselo. L’amore è spaventoso, ti rende vulnerabile (in un’altra canzone, “Al Monte“, dice: ora che ci amiamo, chi ci proteggerà?) e quello che c’è fuori dal motel a ore non t’aiuta: le prospettive sono poche e a senso unico (futuri manovali e ballerine) e per andare senza una guida (soli senza strade) e contro corrente (dentro al grano), ci vogliono coraggio e fortuna. Nasciamo che siamo tutti uguali, eppure un attimo dopo non lo siamo già più: la nostra strada la determinano e la condizionano i luoghi dove nasciamo, le persone con cui cresciamo e c’è chi non ce la fa, e diventa un mostro (fratelli sfortunati, col sangue avvelenato da neonati).

La Frontiera

C’è un’altra coppia che invece, prigioniera di un nemico armato, cammina nella neve davanti a un plotone schierato, e sotto gli occhi dei soldati comincia a fare l’amore (per paura dell’esecuzione o per il dolore). I soldati li guardano e non capiscono: non sanno riconoscere l’amore, la vita. Pensano che si contorcano e gemano in uno spasmo di morte (ecco che cadono a terra, guardate son morti) e invece quei due sono appena venuti (appena rinati). Di guerre nel mondo ce n’è abbastanza per scegliere a quale attribuire questa storia, ma a me è suonato più come il racconto di come stiamo diventando (una voce più forte dell’altra parlò dal balcone), proprio adesso (una folla più grossa dell’altra decise il da fare) e che i risvolti potrebbero essere tremendi, dovremmo riconoscerli perché ci siamo già passati, eppure non lo ricordiamo (e venne il tempo in cui questo paese fu di un solo colore).
Dopo avere ascoltato e riascoltato Apriti Cielo, ho cominciato ad andare indietro e mi sono fatta avviluppare da Al Monte un album cupo e riflessivo, che si apre con una delle mie canzoni preferite di Mannarino, “Malamor“, che gira anch’essa intorno al tema di come il luogo in cui nasciamo e il modo in cui veniamo cresciuti determini il nostro farci mostri o esseri umani (qui si nasce senza fiato, è già la prima punizione).

Malamor

Malamor riga dritto (fino al campo militare), trova la sua strada dentro canali istituzionali ed è paradigmatico eppure irrilevante che in questa storia si tratti della carriera militare: il senso è che seguire la regola imposta, a testa bassa, senza pensare, produce mostri (mi tagliarono i capelli e quando caddero per terra, la mia testa era più vuota e quindi pronta per la guerra). E i mostri possono massacrare il prossimo perché, come i soldati de “La Frontiera“, non riconoscono la vita. O, per lo stesso motivo, divorarsi da dentro e morire ubriachi e strafatti nel sottopasso di una stazione, dimenticati da dio e dagli uomini.

Le Stelle

Al Monte contiene anche “Le Stelle“, una delle canzoni più tristi e meravigliose che abbia mai sentito, a pari merito con “Hotel Supramonte“, di De Andrè, nella mia personale classifica delle canzoni capaci di mettere la tua sofferenza personale in comunione con quella dell’umanità (A volte nella sera, faccio finta che, va tutto bene, perché conviene) rendendola struggente eppur lieve.

Forse non conoscete nessuna delle canzoni che ho citato fino a qui, seppur dapprincipio vi suonasse familiare il nome di Alessandro Mannarino. Ma se vi nominassi canzoni tipo “Me so’ mbriacato” o “Statte zitta“, probabilmente qualche campanello comincerebbe a suonare.
Quelle lì sono le “hit” di quello che troverete definito ovunque come un cantastorie, che già è una roba che dà la misura di come siamo diventati incapaci persino di definirla, la “cultura”.
I cantastorie medievali erano poco più che giullari di corte, artisti di strada che, talvolta con il supporto della chitarra e di altri strumenti, giravano le piazze dei villaggi raccontando le storie della tradizione al popolo. Tutt’altra pasta rispetto ai trovatori, o ai trovieri, che invece erano rampolli della migliore aristocrazia, cresciuti a pane e letteratura e che, tra le altre cose, hanno dato il via al Dolce Stilnovo, imbeccando gente tipo Dante e Petrarca.
Siccome Mannarino dice cose usando simboli, alla maniera delle fiabe e di tanta letteratura, vien più facile ai commentatori e ai giornalisti, imbarbariti da vent’anni di omologazione linguistica e di pensiero, attingere a questa formula riduttiva e cogliona, quando basterebbe dire che è un autore. Un cantautore, se vogliamo preferire questa formula a quella più impegnativa di poeta. De André diceva (forse citando qualcuno, perdonatemi se è così e io non lo ricordo), che se scrivi poesie in età post adolescenziale, o sei un genio o sei un cretino, e che infatti lui aveva scelto la strada della canzone proprio per non rischiare di ricadere nella seconda categoria. Sono abbastanza convinta che anche Alessandro Mannarino (che di De André è l’omologo contemporaneo più autentico) non si definirebbe poeta. Ma neppure cantastorie, perdio.

Ho diavagato di nuovo, è che la materia m’appassiona.

Dicevo degli altri album, quelli che contengono alcuni dei brani che gli hanno procurato la fama di, appunto, cantastorie. Supersantos ho iniziato a consumarlo da metà in poi, ammazzandomi di struggimento (che è una mia peculiarità di cui l’artista non è responsabile, sia chiaro) con “Statte zitta“.

Statte zitta

È una canzone d’amore andato male. Non funziona, non ci si capisce (che ne sai tu di quello che ho dentro), eppure si continua a ricascare uno dentro l’altra (solo mi chiedo perchè, sto così bene con te), a crogiolarsi in un rapporto sbagliato (ma non mi serve, tra le lenzuola, chi mi consola). E l’amore è così. Fuori dalle canzonette, dico: non è forse un sali scendi per picchi altissimi e profondità oscure? C’è quel momento, in certe storie d’amore, in cui i due capiscono di essere i due pezzi sbagliati del puzzle, e faticano a staccarsi proprio per colpa di quell’incastro forzato.

Quando l’amore se ne va

E poi, appunto, l’amore se ne va e ci si lascia. E quando l’amore se ne va si danno i numeri (partono le rotelle, i letti son barelle) e in questa canzone, che è un carnevale, c’è tutta quella follia lì (se la gabbia del cervello, s’è mangiata il suo fringuello, il becchime che rimane, lo daremo a un altro infame) e la giostra di avventure senza senso che non ti fanno passare la buriana (alla fiera donne sfitte, c’è mimì che le fa dritte).

Potrei andare avanti a citarvi canzoni ma temo di avere già perso molti di voi, che si sa che sull’internet leggere costa fatica (e diottrie, c’avete ragione pure voi).
E poi io vi sto citando le parole e le storie, ve ne sto dando la mia lettura, ma è la musica che te le fa entrare nel cervello, che le fa diventare poderose (e pericolose, anche).
La musica non si può raccontare. Certo non la posso raccontare io, che non sono neanche musicista.
La musica bisogna ascoltarla.

Vi posso dire però che la musica di Mannarino è frutto di una summa che parte dalla canzone popolare di casa sua, arriva a toccare il nord America di Tom Waits e di Bruce Springsteen, sprofonda nel Brasile di Chico Buarque e dei tropicalisti, senza ignorare la musica del bacino del mediterraneo. Non proprio canzonette, diciamo.

La potenza della musica è quello che trasforma l’esperienza delle parole in rito collettivo. Giovedì 5 Aprile sono stata al concerto di Mannarino agli Arcimboldi. Ho pianto quando ha cantato “Le Stelle”, ho strillato insieme al pubblico milanese, inizialmente impettito per effetto della location iper-istituzionale e delle arcigne maschere che ad ogni intemperanza ti invitavano a rimetterti a sedere, ma che a un certo punto, autorizzato dall’artista a cui i guardiani della platea non avevano il potere di opporsi, non s’è più contenuto e ha ballato negli esigui spazi a disposizione e ha completato strofe intere delle canzoni che conosceva a memoria, trainato da un gruppo di musicisti strepitosi e da quei ritmi che hanno finito per appartenerci anche se venivano da lontano.

canzoni live alessandro mannarino

Quindi chi è Alessandro Mannarino?

Alessandro Mannarino è un pesantone, un rompicoglioni: è uno che dice cose che giacciono da due decenni e mezzo sepolte e inascoltate sotto il tappeto di quel benessere che c’ha ubriacati e poi soffocati, lasciandoci con l’illusione che siano i soldi a far girare il mondo (e, a proposito, dove sono finiti tutti quei soldi?) e privi della consolazione e delle armi della conoscenza.
Alessandro Mannarino sa sublimare tutto questo in un tipo di gioia sguaiata e collettiva che ti impone di ballare.
Alessandro Mannarino è uno che viene candidato alla Targa Tenco (nel 2009), che suona al concerto del Primo Maggio. I suoi album arrivano al primo posto delle classifiche di vendita, mentre i media parlano dei musicisti al numero due, che sono più telegenici.
Alessandro Mannarino è uno che non ha i tempi televisivi, si appallottola su se stesso con tutto il cappello appena si accende la spia sulla telecamera, e non segue il copione.
Alessandro Mannarino è uno che va ai festival di letteratura e nelle università, e le radio e le tv mute.

E intanto ci sono centinaia di migliaia di persone là fuori che sulla pausa di “Me so’ mbriacato” sanno esattamente come cambia il ritmo della canzone e proseguono precisi, parola per parola e senza accompagnamento, su tutto il ritornello. Gente che appena finisce l’inciso raggamuffin di “Scetate Vajò“, sa che è il momento di dimenarsi a tempo di pizzica, e fa niente se è nato a Casalpusterlengo.

E intanto la radio canta cose tipo “non trovo sonno, non trovo pace, sento che il cuore va più veloce” e l’orizzonte della musica italiana si arena in una latrina di parole già dette, ridette, masticate e vomitate, che non vogliono dire più niente.

Ma a noi che ce ne frega? Noi (r)ESISTIAMO.

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