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Capito ma non capitissimo

luglio 2, 2018

Ho parcheggiato la macchina nella piazzetta vicino casa, davanti alla chiesa di San Luigi Gonzaga.
C’è sempre una compagnia di ragazzetti che staziona lì, tra l’oratorio e il circolo Acli: i più grandi non hanno ancora sedici anni.
Quel giorno si facevano notare: era evidente ne stessero combinando una. Ho lasciato mia figlia addormentata sul sedile e sono restata ad osservarli, in piedi accanto all’auto.
Mettevano petardi dentro bottiglie di vetro vuote e le facevano esplodere in mezzo alla strada. Un signore coi capelli bianchi li ha apostrofati malamente: dal “pirla” al “malcagad” al “cujun”, non gliene ha risparmiata una. Loro hanno reagito da guappi e lo hanno insultato a loro volta.

Il tizio è andato via e allora mi sono avvicinata io, tirandone uno per la giacchetta.

«Ma siete fuori? E se una scheggia di vetro fa male a qualcuno? Vi farebbe sentire bene fare male a uno che passa?»
I ragazzini muti.
Due si avvicinano, danno addosso al piccoletto che ha fatto esplodere l’ultimo petardo:
«È stato sto bambino di merda, Signora…»
«Ma no, ma che io?!»
«Muti, fatela parlare!»

Io proseguo: «Pensate se non vi avessi visto e avessi tirato giù la bambina dalla macchina mentre la bottiglia esplodeva: lei è giusta giusta all’altezza delle schegge.»
«Signora, scusi…io…»
«Non dovete chiedere scusa a me. Vi rendete conto che per sta stronzata vi potreste rovinare la vita e rovinarla a un altro?»
Per un attimo ho visto nei loro occhi un lampo di lucidità. Sono proprio bambini, abitano dentro corpi adulti ma sono ancora bambini, mi sono detta, e sono andata via orgogliosa per essere riuscita a mettere un po’ di senno in quelle teste.

Ho fatto la spesa, sono tornata alla macchina e mentre facevo manovra ho sentito un altro botto.

Erano passati alle bottiglie di plastica.

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