to be me

Di corporatura esile

ottobre 2, 2018

Questo è il racconto di come io sia tornata su un set per la prima volta dopo tanto tempo. Il titolo si spiega col fatto che la prendo un po’ alla larga.

Sono nata di corporatura esile, settimina per giunta. Per gran parte dell’infanzia sono stata poco più che uno scheletrino. Poi ho cominciato a mangiare normalmente, con gusto persino, e mia madre ha smesso di preoccuparsi.

Nascere in un corpo esile in un’epoca in cui la moda era pensata e disegnata su corpi simili al mio, è stata una bella fortuna che mi ha permesso di convivere abbastanza bene con l’involucro che abitavo.
La faccia, piuttosto, mi ha dato qualche problema; ci ho fatto poco amicizia durante la pubertà per via dell’acne giovanile, e anche in seguito ci siamo sempre capite poco.
D’altra parte, se il corpo è il motore, la faccia è la plancia di comando. Quando qualcosa non va, è lì che si accendono le spie.

Alla fine dei vent’anni la mia vita è cambiata radicalmente: fino ad allora ero stata studente, avevo fatto lavoretti qualsiasi e coltivato sogni che poi ho ridimensionato a misura di aspettative altrui. Per la prima volta nella vita avevo un “lavoro vero”, in un ambiente che mi piaceva e mi faceva sentire parte di qualcosa di grande, anche se mi era concesso di raccoglierne solo le briciole. Avevo sempre creduto che il lavoro mi avrebbe resa libera, invece mi ritrovavo in prigione: più di 9 al giorno chiusa in un ufficio, con pochi diritti e molti doveri.
È stato allora che il mio corpo ha cominciato a cambiare e i vestiti ad andarmi stretti.

Sono i trent’anni, mi dicevano, e io li ascoltavo rassegnandomi all’invecchiamento.

Coi trent’anni sono arrivate anche le bambine. Non subito, per la verità.
Non amo raccontarlo, ma c’è stato del travaglio prima di vedere un test di gravidanza positivo trasformarsi in una gravidanza vera.
Ci sono stati farmaci che mi hanno fatta ingrassare e alla fine è arrivata Angelica e insieme a lei quei 18 chili che mi hanno trasformata nell’animo, molto più che nel corpo.

Siamo una generazione abituata a considerarsi giovane fuori tempo massimo, dicono. Ma forse è l’asticella dell’età adulta ad essere stata messa troppo in basso.

Quando avevo vent’anni pensavo di avere capito tutto: il mondo, me stessa, gli uomini, le donne. Ora so che in realtà non sapevo niente della vita, ma allora mi sembrava intollerabile essere trattata con sufficienza, io, che ormai “ero grande”. Ho dovuto superare i trenta per essere finalmente accolta a pieno titolo nella casta degli adulti e non è servito sostenere alcun esame: è bastato fare una figlia.

La verità è che non sono mai stata una bambina tanto sperduta quanto lo sono stata allora, con una neonata in braccio.
La verità è che sono state le mie figlie, dal giorno in cui sono nate, a traghettarmi nell’età adulta che io scema ho scambiato per vecchiezza.

L’anno scorso ho cominciato un percorso che dallo studio di una psicologa si è allargato ad una palestra e poi ai parchi intorno a casa dove ho iniziato a correre. Sentire il tuo corpo ti cala dentro il qui e ora. La fatica ti ancora a te stessa. Il superamento del punto di rottura ti fa sentire capace. Forte, persino.

E così, senza che me ne accorgessi, il mio corpo è tornato come era sempre stato: esile e nervoso, mi ha restituito l’immagine con cui ho convissuto per tre decadi e in cui finalmente mi sono riconosciuta. È stato bello ritrovarsi e scoprire che quella che credevo vecchiezza non era altri che maturità e che la maturità, insieme alle rughe che mi incorniciano lo sguardo quando rido e il broncio quando mi rabbuio, ha fatto di me, finalmente, un’adulta.

Il mio corpo negli ultimi mesi mi ha guidata verso casa, laddove “casa” è vivere la vita a modo mio, con tutta la fatica che comporta, con tutti i cuori spezzati che si lascia dietro.

Scusa mamma se non sono diventata brava a suonare il pianoforte, prima della classe, perfetta figlia borghese.
Scusa nonna se in chiesa non ci sono più andata e al cristianesimo ho preferito l’illuminismo in via definitiva.
Scusa papà se sono di sinistra.
Scusa (tu sai chi sei) se un tempo mi sono auto censurata per non farti dispiacere: so che facendolo ti ho fatto ben più male del fastidio che ti avrei procurato allora.

Venerdì ho concluso il primo lavoro lungo su un set, dopo tanto tempo. Simbolicamente è stato il momento in cui due tronconi della mia vita si sono ricongiunti.
Silvia-ragazza, ti presento Silvia-adulta.
C’è voluto un attimo per ritrovarsi: un attimo in cui ho sbandato e ho avuto paura dell’ennesimo stravolgimento.

È stato pochi istanti dopo che ho realizzato che quella era “casa”.

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