storytelling

RIME – un racconto

settembre 19, 2019

Un racconto circolare (del 2017)

Alla fine ce l’ha fatta, e in grande stile: tiene una personale all’Hangar. Arte visuale, non so cosa voglia dire.

Ho deciso: ci vado. Mi presenterò a sorpresa, con una coda alta, i jeans anni 90 che mi sono comprata la settimana scorsa e un paio di scarpe basse, per non metterlo in soggezione.
Sarò bella. No: sarò misteriosa. Mi aggirerò per la mostra con aria compresa, fingerò di capire il significato dietro ogni opera, farò sì con la testa e aggrotterò la fronte perché s’intenda che sono colpita.
Avrò le gambe pesanti e una morsa alla pancia. Avrò voglia di guardarlo ma non mi azzarderò a cercarlo. Mi vedrà lui, nella penombra, tra gli effetti di luce dei proiettori lungo le pareti bianche.
Si avvicinerà. Anzi no: mi desidererà da lontano e io non vedrò come è cambiato.

No, non ci vado. Non ho voglia di mettermi in discussione. Non sono io che ho sbagliato, è stata colpa sua. Sarei andata a letto con lui, se solo me lo avesse chiesto; invece no, ha preferito fare l’amico, il confidente, lasciare che a entrarmi nei pantaloni fosse un altro: suo fratello.
Se sapesse che è diventato la mia ossessione riconsidererebbe tutto, mi darebbe una possibilità. Mi sono pentita un milione di volte di non avere capito, adesso vorrei solo fare l’amore con lui.

Ci vado. Arriverò prima dell’opening, convincerò il custode ad aprirmi e mi presenterò mentre non c’è nessuno. Entrerò in una stanza tutta bianca in penombra, i proiettori non saranno ancora accesi.
“Hey”, gli dirò, “ne è passato del tempo” e lui si volterà e sarà come essersi visti l’altro ieri. Verrà verso di me e mi dirà di tacere che lo spettacolo sta per cominciare.
Si accenderà un proiettore dietro di noi e sparerà una luce rossa sulla parete di fronte. Dal rosso emergeranno omini stilizzati che ballano in cerchio, in sottofondo il rumore della pellicola che sfrigola da un rullo all’altro.
Si siederà a terra e mi inviterà a fare lo stesso. A gambe incrociate davanti al muro mi racconterà degli ultimi due anni. Mi dirà che alla fine ha fatto pace con suo fratello che adesso è sposato, ha una figlia di sei mesi e vive in una villetta col giardino e la piscina condominiale.
“Lo so, me l’ha detto”, mentirò, “ci siamo incontrati per caso”. Non è vero, l’ho visto su Facebook.
Rimarremo in silenzio per un po’, poi mi dirà “Scusa, ora devo proprio tornare al lavoro” e io non avrò il coraggio di dirgli “Resta, mi sei mancato da morire”.

No, non vado. Ho il cuore in frantumi, mi sento soffocare. Sono pure ingrassata, non mi voglio far vedere.
Ci manderò un’amica, mi farò dire com’è diventato. Uno mi ha detto che ha visto una sua foto su Instagram: non ha più i capelli.
Una volta che guardavamo un film sul divano mi ha appoggiato la testa su una gamba, mi sono messa ad accarezzargli i ricci senza intenzione: erano morbidi, ci arrotolavo le dita e intanto pensavo al tizio col tatuaggio della fenice, incontrato al mare; mi scriveva messaggi osceni e io gli descrivevo nel dettaglio come mi avrebbe dovuta scopare. Non avevo niente di meglio da fare.

Questa è l’ultima occasione che ho. Ci devo andare.
Arriverò puntuale, guarderò la mostra senza farmi notare. Aspetterò che tutti siano andati via, mi nasconderò nel bagno e verrò fuori al momento di salutare. Ci saranno un paio di persone a cui starà stringendo la mano. Sarà vestito male, come quella volta che siamo andati a teatro e mi ha fatta vergognare. Mi avvicinerò pian piano, gli dirò qualcosa di geniale, ci devo ancora pensare. Lui rimarrà di sale: ci guarderemo negli occhi a lungo e intanto si spegneranno le luci nei corridoi. Il custode tirerà il chiavistello dell’entrata principale.
Mi prenderà per mano e mi dirà: “Devo mostrarti una cosa”. Arriveremo nella stanza più grande, dove una proiezione gigantesca starà girando in loop sulla parete. C’è un viso di donna, inciso su una pellicola Kodak con un punteruolo.
I suoi lineamenti sono graffi di luce sulla parete che si contorcono e sciolgono in qualcosa che sembra piacere. Spalanca la bocca, chiude gli occhi, brillano i denti senza colore e poi di nuovo ricomincia da capo. Sbatte gli occhi, gira la testa, compare un orecchio sotto i graffi fitti dei capelli lunghi.
“Sei tu”, mi dirà. Io guarderò la parete, rapita, mentre la ragazza viene e si scioglie ancora e ancora e ancora.

Allora avrò coraggio: lo guarderò dritto negli occhi e gli prenderò la faccia tra le mani, avanzerò con le dita finché non affonderanno nei ricci e sentiranno il caldo della nuca e l’arteria del collo pulsare. Gli mangerò la bocca, gli succhierò la lingua. Lo tirerò giù a terra e mi schiaccerò forte sopra di lui finché non sentirò i jeans scoppiare.
Mi strapperò i vestiti. Gli strapperò i vestiti.
Saremo nudi e intrecciati sul pavimento bianco, illuminati dal cono di luce giallastra del proiettore.

Non posso andare. Non ho il coraggio.
Gli scriverò un biglietto: gli farò i complimenti per il suo successo e prima di firmare aggiungerò: “Scusa. Non avevo capito niente”. Lui non mi risponderà.
Leggerò le recensioni della mostra su Art Tribune. Non ci capisco niente di arte, lo farò per vedere una sua foto.
Mi pentirò di non esserci andata, ma ormai sarà finita e non ci sarà niente da fare. Comprerò il catalogo della mostra e cercherò il video della ragazza incisa sulla pellicola. Non lo troverò, perché me lo sono inventato. Per quel che ne so, io sono solo una delusione del suo passato, di quelle che si archiviano senza fatica perché alla fine non ne valeva la pena.

Sono qui con i miei jeans anni 90 che ho comprato la settimana scorsa nel negozio vintage che mi ha fatto conoscere lui. Ho bevuto tre shot di vodka e mi sono fatta un tatuaggio da sola: c’è scritto RIME, è il suo nome al contrario.
Quando lo incontrerò, gli ci vorrà un attimo per capire.

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