to be a citizen

I responsabili degli incidenti nelle folle sono sempre gli organizzatori

giugno 5, 2017

Mi sono ripromessa tempo fa di smetterla con le opinioni politico/sociali su questo blog, su Facebook e in ogni dove e fino ad ora sono stata abbastanza brava nel rispettare il proposito: riflettere di più e parlare di meno.

Oggi però una cosa la voglio scrivere e non per commentare i fatti di Torino, dove sabato sera in occasione della proiezione in piazza della finale di Champions League, si è scatenato il panico tra i 30.000 spettatori, con conseguente bilancio di 1527 feriti. Lo faccio per commentare come ci raccontano le cose.

Stamattina sui giornali è tutto un: “come possiamo difenderci dal terrore, anche solo presunto“, “come il terrorismo ha cambiato la nostra vita“, “dobbiamo smettere di riunirci in massa ora che c’è l’allarme terrorismo?“, “come rendere le piazze sicure in epoca di terrorismo” e insomma, la parola che predomina nella comunicazione è terrorismo. Proprio alla “psicosi da terrorismo” vengono attribuite infatti le responsabilità di ciò che è successo in piazza San Carlo.

E a me prudono le mani, perché qui il terrorismo c’entra come l’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando c’entra con lo scoppio della prima guerra mondiale. I feriti infatti, in questo caso, non li ha fatti il terrorismo e nemmeno l’allarme terrorismo: li ha fatti la folla (e i cocci di bottiglia, ma ci arriviamo) e non è neanche la prima volta.

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Leggere per non diventare come loro

maggio 23, 2017

Sono salita sul nove appena prima di mezzogiorno. Il tram era piuttosto affollato ma ho trovato un posto a sedere di quelli rivolti verso il senso di marcia e l’ho subito occupato, tanto più che la macchinetta obliteratrice era proprio lì, a portata di mano. Avevo fretta di rimettermi a leggere il mio libro dove lo avevo lasciato qualche ora prima, scendendo dalla 91.
Naturalmente era troppo bello per essere vero e la macchinetta era guasta. Così mi sono dovuta alzare e il posto è stato occupato. Una volta timbrato il biglietto, sono tornata indietro alla ricerca di un altro posto faccia avanti. Detesto le sedute in riga lungo i finestrini: è tutto uno sbattere spalla contro spalla e culi che scivolano verso l’intercapedine tra i sedili, piedi puntati che non sanno dove stare e valigie che ti rotolano sulle scarpe.

Traballando lungo il corridoio centrale ho individuato un posto libero lato finestrino e, senza nemmeno guardarlo in faccia, ho chiesto all’uomo che stava seduto lì accanto se mi faceva passare.
Lui mi ha guardata un po’ stranito e ha chiesto conferma che volessi sedermi proprio lì, poi ha tolto dal sedile libero il sacchetto di plastica che portava con sé e si è spostato lasciandomi quello sul lato del corridoio.

Quando mi sono avvicinata di più ho capito. Il tipo puzzava di rancido e per questo forse era abituato a viaggiare senza compagnia: chi si siederebbe accanto a uno così?
Non aveva un’aria orribile a prima vista, ma l’odore non lasciava dubbi: doveva essere un vagabondo, un senza tetto, un rifugiato in attesa di permesso, un espulso senza passaporto o qualcosa del genere.  A quel punto non potevo fare la parte di quella che cambiava idea, così mi sono accomodata, addossandomi al bordo esterno del sedile per evitare che il mio braccio entrasse in contatto con la giacca sudicia del tizio.
Poi mi sono spostata un po’ più al centro, per paura che si accorgesse che mi tenevo a distanza e ci rimanesse male. Ma cazzo se puzzava.
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to be a mom

Cosa resta della donna quando diventa una madre?

maggio 12, 2017

madri prima che lo diventasseroMi è capitato di inciampare nel progetto della scrittrice Edan Lepucki (raccontato dalla scrittrice stessa sul NY Times in questo articolo) che ha chiesto alle sue lettrici e followers di inviare una foto delle loro madri prima che lo diventassero. Le foto vengono pubblicate sull’account @mothersbefore, su Instagram, e sono accompagnate da un racconto che contestualizza la foto e racconta qualcosa della madre ritratta e della figlia che ha inviato la foto (e potete contribuire inviando le vostre, con qualche riga di accompagnamento – in inglese -, a mothersbefore@gmail.com).

Ho pensato di mandare anche io una foto di mia madre da giovane, ma poi ho pensato che lei potrebbe non esserne felice e forse prima le chiederò il permesso. O forse non lo farò per niente, perché in fondo, come dice la Lepucki, le fotografie delle nostre madri prima che lo diventassero, sono uno specchio per noi che le guardiamo e siamo venute dopo e bisogna avere voglia di mettersi davanti a quello specchio.

Dentro le foto delle nostre madri da giovani c’è la storia da cui siamo venute e che abbiamo interrotto: carriere, sogni, aspettative e l’idea che avevano di sé.

Dentro le foto delle nostre madri da giovani ci sono le cose che abbiamo ereditato, con piacere o controvoglia.

Quelle foto ci ricordano la nostra battaglia adolescenziale per diventare diverse da loro a tutti costi, e ci rivelano che abbiamo fallito e che era più che altro una guerra dichiarata a noi stesse.            

Ci sono tante storie dentro ogni persona, ma le storie che vivono dentro una madre sono accomunate tutte dalla stessa frattura: che tu sia una ragazza di vent’anni appena, che poco o niente sa ancora della vita, o che tu sia una trentenne con un lavoro e dieci anni di indipendenza alle spalle, l’arrivo di un figlio tira una linea dritta e spessa tra un prima, che mai più sarà, e un dopo che è tutto da costruire senza avere idea di come. Tutto ciò che appartiene al “prima”, è affidato per sempre alle fotografie ed ai racconti che custodiscono la memoria di quell’epoca. Continua a leggere…

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Scusami, sono super incasinata. Ci sentiamo martedì!

aprile 27, 2017

“Scrivi un racconto in prima persona su qualcosa di interessante che ti è successo di recente”

Ho due figlie: Angelica di sette anni e Cecilia di quattro. Entrambe sono in vacanza da scuola per una settimana in occasione della Pasqua.
Oggi è giovedì: il primo giorno. Mi sveglio, anzi, mi svegliano prestissimo: non sono neanche le sette. Come da abitudine consolidata e sconsiderata, le spedisco a guardare la televisione, a fare colazione, ad ammazzarsi di botte sul divano: quello che par loro, purché mi lascino dormire.
La regola dei giorni festivi è che prima delle nove non dovrebbero nemmeno avvicinarsi alla mia camera. La sveglia al led di Ikea coi numeri grandi è deputata a indicare loro da quale momento in poi siano autorizzate a buttarmi giù dal letto.
Naturalmente non hanno rispettato il dictat e mi tormentano già dalle otto, ma la mia ostinazione ha avuto la meglio e ho fatto dentro e fuori da un sogno assurdo svariate volte. Non lo saprei raccontare nel dettaglio, c’entravano un compito che devo fare per il mio corso di scrittura creativa, un importante incontro con il direttore marketing global di Ferrero e una lite con mio marito che non è mai avvenuta.
Ormai sono le nove e mi alzo, ottimista nonostante tutto: ho tutta la mattina per lavorare, il privilegio di farlo in casa e due figlie abbastanza grandi da intrattenersi da sole.

L’errore che ho fatto, quello che manda a pallino tutto il programma, è stato indurle a stare davanti ad uno schermo per un’ora (forse due), così adesso sono irritabili e pigre. Ciondolano senza sapere cosa fare di se stesse. Se non ciondolano, litigano. Se non litigano, chiamano. Continue Reading…

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Cos’è un freelance

marzo 27, 2017

Sui freelance sentirai dire tutto e il contrario di tutto.

Ognuno ha la sua idea di cosa sia un freelance, nessuna è sufficientemente accurata da descriverli tutti perché, ve ne sarete accorti, ormai siamo tutti freelance.

Per il fisco il freelance è un ricco professionista con la tendenza ad evadere le tasse. Proprio per questo non si fida e pretende che gli paghi tutto in anticipo: l’iva, i contributi, le tasse, il loculo al cimitero.

Per l’azienda che ti fa lavorare sei un monaco della professione, un Cavaliere del Lavoro Sottopagato. Tutto quello che fai, lo dovresti fare più per passione che per denaro. D’altra parte mica pretendono che ti presenti in ufficio tutti i giorni. Perché dovrebbero pagarti 40€ all’ora, quando un dipendente gliene costa massimo 20 e per giunta si prende la briga di presentarsi ogni mattina in ufficio e per 9 ore di fila in media?

Per il tuo commercialista sei una sostanziale perdita di tempo: non guadagni abbastanza da consentire a lui di alzarti la parcella, deve fare per te tutti i lavori più pallosi senza mai la soddisfazione di un bilancio, di una redistribuzione di capitale, di un piano finanziario. Ti mollerebbe volentieri, se non fosse che gli fai pena e che poi alla fine è un freelance anche lui e in qualche modo deve sbarcare il lunario, anche grazie ai disperati come te.

Per il tuo compagno / compagna di vita sei un ectoplasma. Non sa mai se ci sei o non ci sei, non può fare affidamento né sui tuoi orari, né sul tuo stipendio e quella volta che hai cercato di spiegargli che nel tuo settore la reputation che ti puoi creare su Facebook funziona molto meglio della questua porta a porta dei possibili clienti, gli si è piantato in testa il sospetto che passi il tuo tempo a cazzeggiare sui social ed è proprio per questo che non contribuisci al bilancio familiare con lo stipendio di cui sopra.

Per tua madre e tuo padre sei una ferita aperta e sanguinante. Loro, che ti hanno pagato l’università, inclusi gli anni fuori corso, e non hanno mai ottenuto in cambio la soddisfazione di saperti “sistemato”, in modo da potere finalmente investire liquidazione e pensione in quel bilocale vista porto a Diano Marina.

Per i tuoi figli cresciuti sarai una palla al piede, ma di questo preferirei non parlare per scaramanzia.

Nella mia esperienza un freelance è un povero stronzo che non aveva alternative.

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Il portoghese è una lingua aspra con un cuore gentile

marzo 20, 2017

Il portoghese è una lingua dall’involucro aspro ma, sotto la crosta, c’è il latino che la rende gentile.

Capire la natura di questa lingua, equivale a scoprire la natura del popolo che la parla.

Era il Settembre 2003 quando sono arrivata in Erasmus a Lisbona. I miei colleghi di mezza Europa, in meno di un mese dall’inizio dell’anno scolastico, avevano formato gruppi, creato appuntamenti fissi: avevano un bar d’elezione – che io evitavo accuratamente -, si parlavano fra di loro in inglese maccheronico e non sembravano interessati a scoprire i segreti dell’idioma locale. Italiani e spagnoli se la intendevano alla perfezione, complici due lingue che andavano a braccetto. I nordici erano quelli per i quali la lingua risultava più ostica, infatti non l’avrebbero neanche imparata. Molti non ne avevano nemmeno bisogno, visto che in alcune facoltà le lezioni si tenevano in inglese.

Invece io, dopo un primo approccio un po’ ostico, avevo iniziato a familiarizzare con quella lingua aspra.
Dopo qualche settimana riuscivo a capire dove finiva una parola e dove ne iniziava un’altra: un traguardo notevole rispetto alla nebbia dei primi giorni. Avevo individuato alcuni intercalari che ricorrevano, anche se non ne avevo ancora decifrato il senso. Le parolacce me le avevano insegnate Ricardo e Bruno, i due baristi del pub che frequentavo ogni sera. La lezione era stata molto utile ad orientarsi nella parlata di strada:“caralho” e “fodes” erano le esclamazioni che risuonavano di più per le vie del Bairro Alto, specialmente dopo una cert’ora. Isolate quelle, mi ero dedicata con perizia a tutte le altre intorno.
Mi aveva incuriosita subito un’esclamazione che sentivo spesso inaugurare un discorso: “eh pà!”, intraducibile, se non ricorrendo al dialetto. Avevo concluso che fosse assimilabile al “pota” bergamasco, o al “fes” bresciano e avevo deciso che non l’avrei mai usata.

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Storie della buona notte per mamme di bambine che loro vorrebbero ribelli

marzo 16, 2017

(purché siano bambine ribelli sì, ma non con loro)

bambine ribelli

Anche perché la ribellione è un fatto relativo: metti che ti ritrovassi una fervente cattolica che ti guarda con biasimo ogni venerdì di quaresima perché stai mangiando l’hamburger, o fumando una sigaretta, o bevendoti la necessaria birretta delle 7 di sera. Non te ne potresti lamentare, avendola cresciuta senza Dio e senza inibizioni.

Se speri in una ragazza ribelle, dovrai mettere in conto che la ribellione sarà necessariamente di segno opposto a quella che è stata la tua.

Tornando al libro, comincerei con l’affermare le ovvietà, per poi archiviarle e passare a cose più interessanti:

Storie della Buona notte per bambine ribelli” è un oggetto bellissimo, che per 19 € potete comprare senza esitazioni.

Le illustrazioni del libro sono bellissime e così la grafica, l’impaginazione e tutto il resto.

Il progetto delle due autrici è stato ambizioso, baciato da quella proverbiale fortuna che premia gli audaci, e investito meritatamente dall’affetto di tutte le decine di migliaia di persone che hanno finanziato il crowdfunding che ne ha reso possibile la pubblicazione.

Il presupposto che sta alla base del progetto è un problema reale e serio: i modelli femminili e maschili nella letteratura per l’infanzia necessitano di una revisione tempestiva.

Ora che siamo d’accordo su almeno quattro cose, vi dirò su cosa non sono d’accordo.

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storytelling

Humans of #SanRemo2017

febbraio 13, 2017

Quando sentite parlare di “web” come se fosse un’entità a sé stante con dinamiche proprie e pensiero unitario, voi ricordatevi sempre che quel “web” è una sineddoche per “le persone” (cioè si parla di web, che è uno strumento in mano alle persone, per indicare il tutto, cioè “la persone”); o una metonimia, se preferite (cioè si dice web per intendere “la gente che sta nel web”, ci naviga e in certi casi disgraziati ci si esprime pure).

Quando leggi web, tu registra “le persone” e vedrai che la tua percezione del mondo sarà più aderente alla realtà

Se per esempio vi siete trovati nel week end a fare livetwitting* davanti a San Remo 2017 (l’unico modo per sopravvivere ai suoi ritmi estenuanti, a mio modo di vedere), avete avuto sotto gli occhi un campione così eterogeneo di persone che vi sareste sognati in altri tempi, quando al massimo lo si guardava dal bar del quartiere, o in casa con gli amici (che di solito sono gente che tende ad assomigliarci e restringe così sensibilmente la nostra percezione della varietà umana).

Prendete il pubblico di #sanremo2017 e troverete un campione di umanità in cui riconoscerete vizi e virtù vostre e altrui

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appunti

Ti starò alla larga

febbraio 5, 2017

il-piacere-d-annunzio-libreria

Ho una biblioteca di tutto rispetto: un numero di volumi in edizione per lo più tascabile sufficienti a ricoprire due pareti del soggiorno. Ne sono molto orgogliosa, tanto più che li ho letti quasi tutti.

Meno entusiasmo mi provoca, la suddetta biblioteca, quando mi tocca spolverare la libreria, tipo ieri. La prospettiva di mettermi all’opera mi metteva di umore pessimo e ho fatto di tutto pur di ritardare il momento in cui avrei dovuto iniziare. Poi alla fine il momento è arrivato, non si poteva aspettare oltre, e ho iniziato.

Non ero neanche a metà dell’opera, che un libro dalla costa smunta ha attirato la mia attenzione: non se ne leggeva nemmeno più il titolo. L’ho tirato fuori, facendo collassare l’Enrico Brizzi che stava alla sua sinistra sul Christiane F. alla sua destra, e non appena l’immagine di copertina ha fatto capolino dallo scaffale, l’ho subito riconosciuto senza bisogno di leggerne il titolo.

Si trattava di Il Piacere“, di Gabriele D’Annunzio: uno dei miei libri feticcio dei tempi del liceo.

il-piacere-d-annunzioMa non è stato il libro da solo a farmi perdere definitivamente il filo delle mie faccende domestiche. Facendo scorrere veloci le pagine sotto il pollice, in quel modo che mi piace tanto e che fa esalare dai libri quell’odore buonissimo, mi sono accorta che c’era un foglietto ripiegato in quattro tra le pagine. L’ho aperto e mi si è spalancata una finestra sulla mia adolescenza.

“Ci sono momenti in cui ti bacerei all’infinito”

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La mia seconda giornata del giorno

gennaio 10, 2017

Ogni giorno, prima delle 9:00, io vivo un’intera giornata, dopo la quale si apre la mia seconda giornata del giorno.

la mia seconda giornata del giorno

La sveglia suona alle 6:30 ed è sintonizzata su Radio Deejay e i Vitiello. Non riesco mai ad alzarmi prima delle 7 meno 10 e credo abbia a che fare con il mio metabolismo e che sia ereditario. Una volta in piedi, intanto che le bambine ancora dormono, faccio la doccia in compagnia del gatto (che no, non entra in doccia con me, ma la mattina è particolarmente affettuoso). Poi, quando sono vestita, vado a svegliare loro e, se sono stata proprio brava, succede durante le news tra i Vitiello e il Trio.

Cece, che non ha ereditato il mio metabolismo, si alza a sedere subito e prima ancora di avere aperto gli occhi, e la prima cosa che fa è sorridere. La Dodo, invece, sibila, mugugna, a volte ringhia, mi odia fermamente la mattina quando la sveglio, neanche la scuola l’avessi inventata io e così i suoi orari. Le lascio il suo tempo e intanto che lei si ripiglia le preparo la colazione, sono comprensiva e paziente.

Mia madre, invece, entrava in camera e, con tono di voce intollerabile a qualsiasi ora del giorno, figurarsi la mattina, mi intimava di alzarmi “che era tardi”; spalancava le finestre e non di rado tirava la coperta sotto la quale mi ero rifugiata per proteggermi dalla prospettiva del risveglio, e aveva questo vizio tremendo di arrotondare l’orario per eccesso di almeno 10 minuti: «Alzati! Sono le 7!» e non erano neanche le 6:45. Deve essere per questo che nel tempo ho sviluppato una tendenza fisiologica al ritardo, quasi che l’orario fosse un fatto discrezionale e piuttosto flessibile e non un codice condiviso universalmente. «Sono le 8? E chi può dirlo, magari è l’orologio che mente» e la cosa incredibile è che l’ora del mio telefono ha preso ad andare avanti da sola, di 10 minuti ma con tendenza ad aumentare, il che contribuisce ad aumentare la mia confusione e a validare la mia convinzione, insieme al fatto che non c’è un orologio in casa che sia sincronizzato con l’altro, tutti avanti e difformemente, così che, credendo sempre di stimare l’ora per difetto, riesco ad arrivare comunque in ritardo, con l’unica differenza che non so esattamente di quanto.

Ma sto divagando: eravamo rimasti alla Dodo in camera a combattere la sua personale battaglia contro la routine scolastica e i suoi orari.

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storytelling, to be me

Una cosa che non vi ho mai raccontato

novembre 23, 2016

Correva l’anno 2014.

Mi ero appena sollevata, per così dire, da un periodo nero e funesto di cui ho raccontato in un lungo post che non volevo nemmeno scrivere, e che invece poi ha scatenato una tale solidarietà da farmi pentire di essermelo tenuto per me tanto a lungo. A fasi alterne avevo frequentato diversi co-working (quello del cuore è rimasto ed è tuttora questo qui) e in quel periodo in particolare, mi appoggiavo ad una scrivania in uno spazio co-gestito da due mie amiche grafiche e da una piccola ma agguerrita casa di produzione video.

Il motivo per cui stavo lì, nonostante si trovasse dall’altra parte della città e fosse davvero complicato da raggiungere la mattina a causa del traffico, era che già da qualche mese avevo lanciato a Caterina e Lorenza una delle mie famose idee (ne partorisco in serie, solo alcune prendono vita, e in ogni caso mi ripropongo di riflettere di più su ognuna, in futuro). L’idea in questione prendeva le mosse da una mini collana di libri personalizzati che mia madre aveva scritto e illustrato per la Dodo, grazie a photoshop e ad una serie di arditi fotomontaggi. I libri piacevano moltissimo e, un po’ perché mi sembrava una cosa romantica da serie tv, un po’ perché non avevo niente di meglio da fare, ho cominciato a pensare che se esistevano quei video di folletti natalizi in cui si può mettere la propria faccia per farli ballare e cantare Happy Christmas a tutte le tue conoscenze, allora forse si poteva anche creare un sistema per cui quei libretti, da artigianali e completamente home made, diventassero a portata dell’utente internet medio, che avrebbe potuto infilare in illustrazioni concepite all’uopo le foto dei propri figli.

Lori e Cate, che sono persino più creative e con la testa per aria di me, si sono subito esaltate all’idea e così ci siamo mosse per capire se effettivamente si potesse realizzare e a quale prezzo.

È stato a un certo punto della primavera del 2014 che siamo incappate in due ingegneri informatici di belle speranze e freschi di laurea, con un pedigree che faceva ben sperare: erano della zona di Brescia, che, casomai non lo sapeste, rappresenta la Silicon Valley italiana (la concentrazione di studi informatici nella zona di Bergamo/Brescia e laghi eguaglia per numero quella delle imprese edilizie della medesima area geografica, se capite cosa intendo).

Il quadro da serie tv era completo: due amiche di provincia che si conoscono e frequentano dai tempi del liceo, un’ulteriore amica ex fighetta di Missori (la definizione è sua), ora hipster dell’Isola (questa invece è mia e non so se le piacerà…), due nerd neolaureati con la parlata di Fabio Volo e il senso dello stile di Steve Jobs (e non è un complimento), i finanziamenti provenienti da un fondo di famiglia che aveva rischiato di essere dilapidato a causa di una truffa ben orchestrata (questa è una storia che non racconterò) e 4 giovani e talentuosi illustratori, fatti emergere dal pantano di quella crisi che sembrava avere spazzato via la possibilità di guadagnarsi da vivere con l’arte e la creatività.

Il nome del progetto? i Dodini, perchè le storie erano nate per la Dodo, che chi frequenta questo blog ha sentito nominare più di una volta.

(Sospetto che molte delle cose che ho fatto nella vita io le abbia fatte più per il fascino del plot che mi prefiguravano, che per reale opportunità.)

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Illustrazione di Caterina Pinto, per il Dodino “Chi ha paura del mare?” – personalizzata con la foto della Dodo

 

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storytelling

E a stranieri, in classe, come siamo messi?

settembre 13, 2016

Scuola Elementare – Interno Giorno.
Primo giorno di scuola: presentazione delle classi prime.

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«E a stranieri, in ‘sta classe, come siamo messi?»

«Uhm… non saprei. Come li distinguo?»

«Ma, per esempio: quella bambina in prima fila, quella con gli occhi a mandorla. Non sarà mica italiana, no? Guarda, c’è sua madre lì dietro, anche lei con gli occhi a mandorla»

«Veramente quella è la mamma della bambina in terza fila, quella col cerchietto glitterato, se la stava sbaciucchiando in corridoio un attimo fa»

«Ah. Ma la bambina è… Non sembra… Insomma, non ha gli occhi a mandorla!»

«Avrà preso dal papà. Oppure quella non è sua madre, ma una psicopatica che va in giro a sbaciucchiare i bambini altrui. A proposito, dov’è nostro figlio? …ah eccolo. Guarda, che tenero… si è scelto un banco in prima fila!»

«Bhè, quella bambina là con le treccine: ultima fila, terzo banco dalla finestra. Quella è magrebina, è evidente»

«Però ha risposto all’appello quando hanno chiamato “Provenzano”, forse è solo siciliana»

«Oddio, sarà mica parente??»
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La fiducia nel prossimo e la metafora del cesso

settembre 6, 2016

londra-15

Quando viaggi coi bambini, uno degli aspetti pratici più problematici è rappresentato dal dover affrontare regolarmente i bagni pubblici, quelli dove tua figlia piccola è troppo piccola per fare la pipì in piedi, col sedere proteso e sospeso a pochi centimetri dalla tavoletta, ma è troppo grande perché tu riesca a tenerla sospesa a distanza di sicurezza dalla bomba batteriologica poco al di sotto delle sue terga.

Ci sono due categorie di genitori: quelli che optano per un passaggio di carta igienica sulla tavoletta, che pulisce più che altro la coscienza (fateci caso: i papà tendono ad appartenere a questa categoria), e quelli che “piuttosto un’ernia ma tu lì non ti ci siedi” (quella a cui appartengo io).

L’anno scorso eravamo in vacanza a Barcellona, più o meno di questi tempi, e mi è capitato di notare che i bagni fossero tendenzialmente più puliti che da noi: non ti capitavano di frequente tavolette punteggiate di urina secca, né tantomeno quelle maleodoranti pozze giusto ai piedi del wc. Ci ho fatto talmente caso, da arrivare ad una conclusione che mi si è confermata anche quest’anno, sempre nella penisola iberica, ma questa volta a Lisbona, dove ho trovato senza difficoltà bagni puliti in cui non avevo remore a far sedere le mie figlie (le quali sembravano avvertire lo stimolo di fare la cacca solo ed esclusivamente fuori casa, tra l’altro).

Secondo me i bagni lì sono puliti perché la gente, semplicemente, ci si siede.

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Cosa andiamo a fare a Londra

agosto 11, 2016

Io, per esempio, ci sono andata per lavoro e poi, già che c’eravamo, siamo rimasti qualche giorno in più a fare i turisti.

Siamo andati a passeggio sui canali di cui parla la mia canzone feticcio del periodo, che fa più o meno così:

La mia casa è a Camden Town, nella Londra dei canali, dei mercati sempre pieni, degli inglesi sempre strani

Daniele Silvestri, La mia casa

Regent's Canal

Io, per esempio, mica lo sapevo che ci fosse gente che ci vive proprio, in queste barche ormeggiate lungo i canali.

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Volare low-cost: ricordati che sei povero

agosto 2, 2016

Quando avevo 12 anni ho preso il mio primo volo: andavo a Londra, proprio come adesso, per una vacanza studio (no, adesso non sto andando in vacanza studio) .

Mi ricordo bene l’eccitazione del “check-in“, dei controlli ai raggi X e delle perquisizioni che ti facevano sentire dentro un film di 007; e poi quella prima fascinazione per gli aeroporti, analoga a quella per le stazioni e le autostrade: quei “non-luoghi” sospesi nella dimensione del possibile che separa monconi di vita che accadono a distanza.

Il volo durava un’ora e mezza, proprio come adesso, eppure a bordo si prodigavano parecchio per renderti il viaggio piacevole e il più breve possibile, intrattenendoti, tra le altre cose, con cibi e bevande anche in orari incongrui. All’epoca ti poteva capitare facilmente un pranzo alle 11:15 del mattino, o uno spuntino a base di prosciutto gommoso, verdure mignon e formaggio fosforescente alle 14:00.

All’epoca le hostess erano sorridenti tanto quanto oggi, l’unica differenza è che sorridevano gratis.

Fino agli anni ’90 del ‘900 prendere un volo di linea in classe turistica ti dava l’illusione di essere “ricco”. Volare low-cost oggi ti ricorda che sei “povero”, senza troppi giri di parole.

volare-low-cost

Funziona più o meno così: ti sei affacciato al tuo portale di viaggi preferito alla ricerca della tratta che ti avrebbe portato in vacanza e hai trovato un volo ad un prezzo incredibile ma ad un orario scomodo e tu ti sei detto: “Pazienza, nessuno è mai morto per una sveglia alle 3 di notte, tanto più che poi sarò in vacanza…“.

Poi però ti sei fermato ad analizzare la distanza tra l’aeroporto e la città dove pensavi di atterrare e ti sei trovato costretto ad aggiungere una quota significativa di budget per il trasferimento dall’aeroporto all’albergo e forse – ma ti rifiuti di verificarlo a posteriori – avresti speso gli stessi soldi per atterrare in quell’altro aeroporto, quello da dove parte una comoda metropolitana che ti avrebbe portato in centro per una manciata di spiccioli e in 15 minuti.

Ma ormai sei in ballo, tanto vale ballare. Continua a leggere…