to be me, web

Tinderismo

Dicembre 15, 2020

Succede all’incirca ogni quattro mesi, e con questo intendo dire che è successo ogni quattro mesi nell’ultimo anno. Succede che io mi logghi su Tinder, di solito sto attraversando la fase follicolare del ciclo (detta anche proliferativa, laddove a proliferare sono più che altro le pessime idee). La prima volta è durata pochissimo: mi sono registrata e ne sono uscita inorridita, più da me stessa che dal prossimo mio che mi si è parato davanti in formato catalogo Postalmarket uomo, spring summer 2020.

Io? In vetrina come un quarto di vacca? Ma non scherziamo. Io non sono così.  Continue Reading…

to be me

Come paglia al fuoco

Novembre 18, 2020

È arrivata come arrivano tutte le notizie, brutte e belle: mentre stavo a testa bassa.

La testa era bassa perché fissava lo schermo del telefonino, da dove passa molta della vita che vivo. Dove passa tutta la vita che vivo, di questi giorni.

La notizia è arrivata, quanto?, un mese fa?

Non so più dire il tempo a sensazione. Potrebbe essere da un mese. Potrebbe essere da sempre. Il sole si accende e si spegne ogni giorno sopra un teatro piccolo, che si estende dalla cucina alla finestra con le piante: i punti estremi della casa. Il sole si accende e si spegne ma non ha più niente di naturale. Niente ha più niente di naturale. Sono saltati i cicli, le stagioni. A un certo punto m’è saltato pure il ciclo, il segnale estremo che stava andando tutto a puttane e il mio corpo non faceva eccezione, con tutti gli organi che sento implodere. Il cuore sgonfio come un palloncino ad elio che galleggia a mezz’aria nella stanza, anziché spingere il soffitto alla ricerca del cielo, la pancia ritorta come un cencio da strizzare. Continua a leggere…

storytelling

Uno spettacolo – UN RACCONTO

Giugno 28, 2020

Tra una settimana sarà finito anche ottobre. Il calendario dice autunno, il clima indugia nell’estate: un’estate consunta, malinconica e grigia.
Guido attraverso l’umidità che si alza dalla strada come nebbia: è pioggia che evapora dall’asfalto nel caldo insolito dell’ultima stagione dei miei trentanove anni. Curva dopo curva si fa più sottile, finché il paesino compare davanti a me, in dissolvenza contro il cielo lustro come una colata di stagno.
Lago è un borgo di poche case di pietra, in cima a una montagna che affaccia su una vallata in cui scorre il Trebbia: un nastro verde scuro in un giaciglio di sassi chiari, che ora non posso vedere da quassù.
Sono quindici anni che non torno. La parete della casa di nonna è ricoperta di muschio nero, le persiane screpolate sono punteggiate di gocce di pioggia.
Delle dieci, forse quindici case del villaggio, solo un paio sembrano abitate: la luce gialla delle lampadine a incandescenza filtra attraverso le tende ricamate all’ajour.
La chiave fatica a trovare i binari ma poi ci si infila e il chiavistello scatta con un rumore rasposo. La casa è come la ricordavo, identica in tutto, tranne che per le ragnatele. Non c’è luce, ma ho portato una scatola di candele natalizie che sono saltate fuori dallo sgabuzzino, svuotato per la prima volta in dieci anni di matrimonio.
Le candele sono toccate a me, l’albero di Natale a mio marito. Il servizio di piatti Tognana, regalo di mia suocera per il nostro ultimo anniversario, l’ha preso lui, che detesta apparecchiare. Tutte le pentole me le sono tenute io, che non cucino.
La parte più faticosa della separazione non è stata la gestione emotiva del fallimento, ma il dividersi la vita accumulata insieme, concreta e ingombrante come la roba che abbiamo stipato negli armadi, nei cassetti, in soffitta e in cantina, per anni.
Pezzo pezzo ci siamo spartiti tutto. Siamo due gemelli siamesi separati chirurgicamente: un braccio a te, una gamba a me.
A te la rabbia, a me l’orgoglio.
A me la colpa, a te il perdono.

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storytelling, to be me

Secondo natura

Aprile 1, 2019

Se avessi agito secondo Natura, avrei un figlio per ogni uomo di cui mi sono innamorata.

Non col primo, che è stato un amore bellissimo, ma di un genere tutto suo: siamo stati bambini insieme, amici fraterni e ci siamo insegnati a fare l’amore a vicenda, con i timori e la vergogna dei 18 anni. Poi ci siamo lasciati andare, cresciuti, a vivere il resto della nostra vita.

Avrei fatto un figlio con il mio fidanzato dell’università. Non all’epoca, certo, ma avevo un progetto abbastanza preciso in proposito. La storia è finita, e il progetto non è mai andato in porto. Se lo fosse, oggi vivrei al mare.

Dopo che la storia è finita, mi sono innamorata di un ragazzo bellissimo, con gli occhi neri, le ciglia lunghe e le labbra carnose ereditate da una madre angolana. Il corpo piccolo e compatto, la risata tuonante. Se avessi dato retta alla Natura, mi sarei portata a casa dall’Erasmus un bebè con i riccioli e la pelle scura. La presenza di lui non sarebbe stata necessaria, mi suggeriva la Natura. È stata la mia coscienza sociale a preservarmi da una simile catastrofe, infatti abbiamo sempre usato precauzioni a prova di bomba.

Subito dopo mi sono innamorata di un ragazzo alto e biondo: con lui ne avrei fatti anche tre. Tre bellissimi piccoli caucasici. Per fortuna lui non ne voleva sapere di me, e questo ha scongiurato ogni pericolo.

Dopo il biondo caucasico mi sono innamorata di testa, prima che di pancia e nonostante sia stata una storia che non è mai andata da nessuna parte, sono riuscita comunque a scegliere il nome della nostra futura bambina: si sarebbe chiamata Amina.

È sempre secondo Natura che mi sono sempre innamorata di pancia, prima che di testa: il mio ruolo di femmina, secondo lei, è di perpetuare la migliore combinazione possibile di dna e tutti i ragazzi di cui sopra, avevano un dna da paura. E io, ho realizzato, sono primordiale nella gran parte delle mie manifestazioni.
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to be a citizen

Il fraintendimento sui costi della libera professione e la teoria del rotolo di scottex

Ottobre 12, 2018

Il libero professionista (o freelance) è uno che si fa i cazzi suoi: si arrangia con tutte quelle cose burocratiche che ai dipendenti vengono da sé e, quando il progetto è finito, ti fa la grazia di sparire dal tuo libro paga.
Se lo contatti per un progetto, il libero professionista ti fa un preventivo che include anche e soprattutto quanta testa ci deve mettere, in quel progetto, quante saranno presumibilmente le telefonate che gli arriveranno, quante le mail, per quanti mesi avrà la RAM (sia del computer che del cervello) occupata dalle questioni che lo riguardano e, ultimo ma non meno importante, quante idee ci dovrà buttare dentro.

Spesso la richiesta iniziale è altissima da parte del cliente.
Quasi sempre poi, di fronte al preventivo, si rende conto:

«No ma non ci siamo capiti… mica sarai impegnato tutto il tempo, mica dovrai fare così tante cose. Abbiamo anche i nostri interni: tu devi solo integrare qui, sopperire là. Non sto mica dicendo che il tuo preventivo è alto, è che non ci serve proprio TUTTA la tua professionalità. Ce ne serve solo un po’…».

Mica mi serve tutto il rotolo: due strappi, tre al massimo.

Da un rotolo di scottex non puoi strappare il primo pezzo, poi saltarne sei e strapparne un altro, e poi saltarne 4 e prenderne un altro ancora: in questo modo avresti comunque usato tutto il rotolo, o gran parte di esso.

Due o tre strappi costano ovviamente meno che tutto il rotolo: basta che siano contigui.

rotolo di scottex

In foto, quattro esemplari di libero professionista appena prima di emettere fattura

storytelling

Boy Meets Girl | Sei Storie Sbagliate

Maggio 2, 2018

Sei racconti a domicilio

Ho scritto “Boy meets Girl – Sei storie sbagliate”  una serie di racconti che girano intorno a 6 personaggi principali (più una voce narrante non identificata di cui mi chiederete conto, e io non saprò rispondervi).

Sono sei storie d’amore, o di sesso o di qualcosa che sta là in mezzo.

boy meets girl

Illustrazione: particolare da “Fadeaway” di Caterina Pinto @ Boombangdesign

Questa serie sta lì nei miei progetti e nel mio computer da circa un anno. Ho scritto e riscritto, ho incluso e poi escluso alcuni racconti. Altri li ho inclusi e poi estromessi. Alla fine sono arrivata ad una forma che è sicuramente perfettibile, persino dal mio punto di vista, ma che è ora di lasciare in pace per sempre. Un editor avrebbe molto da dire: lo so perché tempo fa ho chiesto una consulenza professionale in seguito alla quale ho dovuto operare una rivoluzione profonda di forma e di trama. Non ho avuto un confronto successivo sulla forma definitiva (per una serie di ragioni), quindi sono certa che non sia un prodotto “professionale”.

Ma tutto sommato ho deciso che va bene così.

Ora lasciate che risponda ad alcune domande che mi sono già state poste, so che alcuni di voi se lo stanno chiedendo.

Perché scrivi racconti?

Perché mi viene e mi diverte.

Perché non provi a pubblicarli?

Perché i racconti hanno poco mercato, li pubblicano in poche case editrici che tendenzialmente non puntano agli esordienti.

Perché non tentare l’auto-pubblicazione?

Perché sarei in imbarazzo a chiedervi dei soldi. Oltre naturalmente al fatto che dovrei gestirmi la stampa di un vero libro, dovrei metterlo on-line e in vendita etc etc…

Francamente mi basta che questi racconti siano là fuori. Belli o brutti, che qualcuno li legga, che smettano di vivere solo nella mia testa e nel mio computer e mi mettano in comunicazione con il mondo.

Ogni lettore sarà per me una relazione nuova, e un’attestazione di fiducia che mi lusingherà.

Quindi grazie in anticipo a chi si iscriverà e ancora di più a chi avrà voglia di coinvolgere qualcun altro nella lettura.

Ci si iscrive qui sotto e non riceverete altro che i 6 racconti in questione (no mail-marketing, forever)

 

Iscriviti qui:

* campo obbligatorio

 




storytelling

Forma e Sostanza

Aprile 17, 2018

Scrivi un racconto che abbia come tema principale l’Invidia

(tempo di lettura: 15 minuti)

Se all’inizio della terza liceo qualcuno mi avesse detto che saremmo diventate migliori amiche, gli avrei riso in faccia: io e Valentina Neri non apparteniamo neanche alla stessa categoria antropologica.
La genetica si è divertita a giocare partite opposte, quando si è trattato di definire le nostre fattezze. Lei è nata bella da genitori brutti, io sono nata brutta da genitori belli: a me l’intelligenza, a mio fratello Edoardo la faccia da schiaffi di mio padre e gli occhi blu di mia madre.
Invece un giorno, senza apparente motivo e per sua iniziativa, Valentina mi si siede accanto sull’autobus che ci riporta al paese dopo la scuola.
«Cosa ascolti?», mi dice, come se parlarsi fosse una cosa normale.
Io ho la musica alta nelle orecchie. Mi levo gli auricolari e le faccio una smorfia come a dire “ce l’hai con me?”. Lei sorride con quella fila di denti che ci potrebbe fare le pubblicità dei dentifrici e indica il walkman in cui sta girando il cd.
«La musica. Cos’è? Si sente fino a qui…»
«Ti dà fastidio?», faccio io.
«No, mi incuriosiva.»
Sorride di nuovo. Ha uno sbaffo di rossetto viola su un canino.
«Sono i C.S.I.», butto là io con aria di superiorità. Lei mi prende le cuffiette senza chiedere, se le infila nelle orecchie e comincia a muovere la testa a ritmo. Poi si abbandona sullo schienale e comincia a far ruotare le braccia una sull’altra a tempo e io provo una fitta di imbarazzo. È “Forma e sostanza”, diocristo, non una hit dance.
Le tolgo gli auricolari e chiedo: «Hai una vaga idea di cosa parli questa canzone?»
«No, ma mi piace. Ha un effetto, tipo, “strobo”. Figo, no?» e ricomincia con quei gesti imbarazzanti di prima. Forse sto arrossendo, allora mi chino e metto il walkman nello zaino. Intanto il pullman è partito e io non ho ancora capito cosa ci faccia questa fighetta disco vicino a me.
«Sei sempre una secchiona?», mi chiede ripescando nella nostra infanzia condivisa quello che dev’essere l’unico ricordo che ha di me.
Non so perché le do corda. Parliamo dei nostri compagni delle elementari: un paio sono in classe con lei, alle magistrali, un paio con me, al classico. Esauriamo i venti minuti di viaggio parlando di niente, poi arriva la sua fermata e scende. Due fighette simili a lei, ma insignificanti, la aspettano sulla panchina, si salutando baciandosi sulle labbra, poi prendono le scalinate di metallo dei bagni comunali e spariscono in spiaggia.

Il giorno dopo succede di nuovo. Gli studenti si assiepano sul piazzale della stazione in un magma confuso. Non è difficile individuare Valentina tra la folla: attorno a lei si forma sempre una cintura di vuoto. Dall’alto del pullman puoi notare un cerchio preciso tra le teste e gli zaini e lei al centro. Le amiche, le gregarie, pendono dalle sue labbra. I ragazzi sbavano ma non osano avvicinarsi: aspettano di essere scelti da lei che invece non guarda nessuno.
La vedo raccogliere la tracolla da terra e buttarsela su una spalla, i capelli setosi fanno la ruota mentre abbandona il gruppo e si incammina verso il pullman.
Pochi secondi dopo è di nuovo seduta accanto a me.
La conversazione è più briosa del giorno prima. Parliamo delle nostre scuole: ginecei asfittici dove è impossibile avere una vita sociale. Io non ne ho molta neanche fuori, per la verità.
«Da noi il rappresentante d’istituto si elegge a crocette, facendo passare un foglio per le classi», dico io.
«Da noi ci sono le suore», ribatte lei vincendo la partita. Ridiamo.
Lei si passa il rossetto viola sulle labbra carnose specchiandosi nel metallo del posacenere attaccato al sedile di fronte. Io guardo il mio riflesso nel vetro del finestrino: ho un brufolo sulla guancia così grosso che si vede anche da lì.
«Parla della società liquida», fa Valentina dopo avere chiuso il suo rossetto. Mi guarda con quegli occhi assurdi, nocciola screziati di giallo. Io ci metto un attimo a capire.
«La canzone di ieri. È proprio figa comunque, mi fai il cd?»
Sarei tentata di chiederle chi gliel’ha suggerita, questa della società liquida. Mi trattengo, ma forse la guardo con sufficienza perché le si incrina la spavalderia.
«Domani te lo porto», dico sorridendo e mi sento pure un po’ stronza.
Lei mi saluta e scende dal bus.

Questa storia continua per un mese e io non chiedo spiegazioni, seppur continui a domandarmi cosa voglia da me. Poi, finalmente, un venerdì capisco.  Continua a leggere…

to be a citizen

Non tratterò a pesci in faccia chi aspira a lavorare nelle arti e nella cultura

Ottobre 31, 2018

Son qui che aspetto che mi attivino un tal servizio web, per poter iniziare a lavorare a un bel progetto, che quando sarà concluso appoggerò con un link QUI.

Scrollo e clicco, clicco e scrollo.
Mi lascio tirare di qua e di là dalla mia bacheca facebook, senza opporre resistenza.

Atterro sul sito di un’agenzia letteraria che seguo sui social e che sui social mi piace molto.
In una delle voci di menu leggo “MANOSCRITTI” e ci clicco, istintivamente, perché mi piacerebbe tanto avere un manoscritto da mandare in giro e così a volte faccio le prove generali, mi preparo per quando lo avrò e finalmente potrò sentirmi chiamata in causa dalla call-to-action implicita.

Le case editrici, le agenzie letterarie, le case di produzione cinematografiche, spesso non mettono un indirizzo a disposizione per l’invio di idee e progetti, probabilmente spaventati dalla mole di roba che arriverebbe loro. Proprio per questo apprezzo chi lo fa, chi ha il coraggio di investire personale ed energie in quel tipo di scouting.

All’interno della pagina MANOSCRITTI del sito dell’agenzia in questione, trovo le istruzioni per l’invio, molto dettagliate.

Poco più sotto trovo un disclaimer, legittimo (ho già detto che sono in pochi ad avere l’ardire di affrontare lo tzunami di mail che l’apertura di un canale del genere implica), ma che mi suona proprio male.
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