to be a citizen

Non tratterò a pesci in faccia chi aspira a lavorare nelle arti e nella cultura

ottobre 31, 2018

Son qui che aspetto che mi attivino un tal servizio web, per poter iniziare a lavorare a un bel progetto, che quando sarà concluso appoggerò con un link QUI.

Scrollo e clicco, clicco e scrollo.
Mi lascio tirare di qua e di là dalla mia bacheca facebook, senza opporre resistenza.

Atterro sul sito di un’agenzia letteraria che seguo sui social e che sui social mi piace molto.
In una delle voci di menu leggo “MANOSCRITTI” e ci clicco, istintivamente, perché mi piacerebbe tanto avere un manoscritto da mandare in giro e così a volte faccio le prove generali, mi preparo per quando lo avrò e finalmente potrò sentirmi chiamata in causa dalla call-to-action implicita.

Le case editrici, le agenzie letterarie, le case di produzione cinematografiche, spesso non mettono un indirizzo a disposizione per l’invio di idee e progetti, probabilmente spaventati dalla mole di roba che arriverebbe loro. Proprio per questo apprezzo chi lo fa, chi ha il coraggio di investire personale ed energie in quel tipo di scouting.

All’interno della pagina MANOSCRITTI del sito dell’agenzia in questione, trovo le istruzioni per l’invio, molto dettagliate.

Poco più sotto trovo un disclaimer, legittimo (ho già detto che sono in pochi ad avere l’ardire di affrontare lo tzunami di mail che l’apertura di un canale del genere implica), ma che mi suona proprio male.
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to be a citizen

Il fraintendimento sui costi della libera professione e la teoria del rotolo di scottex

ottobre 12, 2018

Il libero professionista (o freelance) è uno che si fa i cazzi suoi: si arrangia con tutte quelle cose burocratiche che ai dipendenti vengono da sé e, quando il progetto è finito, ti fa la grazia di sparire dal tuo libro paga.
Se lo contatti per un progetto, il libero professionista ti fa un preventivo che include anche e soprattutto quanta testa ci deve mettere, in quel progetto, quante saranno presumibilmente le telefonate che gli arriveranno, quante le mail, per quanti mesi avrà la RAM (sia del computer che del cervello) occupata dalle questioni che lo riguardano e, ultimo ma non meno importante, quante idee ci dovrà buttare dentro.

Spesso la richiesta iniziale è altissima da parte del cliente.
Quasi sempre poi, di fronte al preventivo, si rende conto:

«No ma non ci siamo capiti… mica sarai impegnato tutto il tempo, mica dovrai fare così tante cose. Abbiamo anche i nostri interni: tu devi solo integrare qui, sopperire là. Non sto mica dicendo che il tuo preventivo è alto, è che non ci serve proprio TUTTA la tua professionalità. Ce ne serve solo un po’…».

Mica mi serve tutto il rotolo: due strappi, tre al massimo.

Da un rotolo di scottex non puoi strappare il primo pezzo, poi saltarne sei e strapparne un altro, e poi saltarne 4 e prenderne un altro ancora: in questo modo avresti comunque usato tutto il rotolo, o gran parte di esso.

Due o tre strappi costano ovviamente meno che tutto il rotolo: basta che siano contigui.

rotolo di scottex

In foto, quattro esemplari di libero professionista appena prima di emettere fattura

to be me

Di corporatura esile

ottobre 2, 2018

Questo è il racconto di come io sia tornata su un set per la prima volta dopo tanto tempo. Il titolo si spiega col fatto che la prendo un po’ alla larga.

Sono nata di corporatura esile, settimina per giunta. Per gran parte dell’infanzia sono stata poco più che uno scheletrino. Poi ho cominciato a mangiare normalmente, con gusto persino, e mia madre ha smesso di preoccuparsi.

Nascere in un corpo esile in un’epoca in cui la moda era pensata e disegnata su corpi simili al mio, è stata una bella fortuna che mi ha permesso di convivere abbastanza bene con l’involucro che abitavo.
La faccia, piuttosto, mi ha dato qualche problema; ci ho fatto poco amicizia durante la pubertà per via dell’acne giovanile, e anche in seguito ci siamo sempre capite poco.
D’altra parte, se il corpo è il motore, la faccia è la plancia di comando. Quando qualcosa non va, è lì che si accendono le spie.

Alla fine dei vent’anni la mia vita è cambiata radicalmente: fino ad allora ero stata studente, avevo fatto lavoretti qualsiasi e coltivato sogni che poi ho ridimensionato a misura di aspettative altrui. Per la prima volta nella vita avevo un “lavoro vero”, in un ambiente che mi piaceva e mi faceva sentire parte di qualcosa di grande, anche se mi era concesso di raccoglierne solo le briciole. Avevo sempre creduto che il lavoro mi avrebbe resa libera, invece mi ritrovavo in prigione: più di 9 al giorno chiusa in un ufficio, con pochi diritti e molti doveri.
È stato allora che il mio corpo ha cominciato a cambiare e i vestiti ad andarmi stretti.

Sono i trent’anni, mi dicevano, e io li ascoltavo rassegnandomi all’invecchiamento. Leggi tutto…

storytelling, to be me

Capito ma non capitissimo

luglio 2, 2018

Ho parcheggiato la macchina nella piazzetta vicino casa, davanti alla chiesa di San Luigi Gonzaga.
C’è sempre una compagnia di ragazzetti che staziona lì, tra l’oratorio e il circolo Acli: i più grandi non hanno ancora sedici anni.
Quel giorno si facevano notare: era evidente ne stessero combinando una. Ho lasciato mia figlia addormentata sul sedile e sono restata ad osservarli, in piedi accanto all’auto.
Mettevano petardi dentro bottiglie di vetro vuote e le facevano esplodere in mezzo alla strada. Un signore coi capelli bianchi li ha apostrofati malamente: dal “pirla” al “malcagad” al “cujun”, non gliene ha risparmiata una. Loro hanno reagito da guappi e lo hanno insultato a loro volta.

Il tizio è andato via e allora mi sono avvicinata io, tirandone uno per la giacchetta.
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storytelling

Boy Meets Girl | Sei Storie Sbagliate

maggio 2, 2018

Sei racconti a domicilio

Ho scritto “Boy meets Girl – Sei storie sbagliate”  una serie di racconti che girano intorno a 6 personaggi principali (più una voce narrante non identificata di cui mi chiederete conto, e io non saprò rispondervi).

Sono sei storie d’amore, o di sesso o di qualcosa che sta là in mezzo.

boy meets girl

Illustrazione: particolare da “Fadeaway” di Caterina Pinto @ Boombangdesign

Questa serie sta lì nei miei progetti e nel mio computer da circa un anno. Ho scritto e riscritto, ho incluso e poi escluso alcuni racconti. Altri li ho inclusi e poi estromessi. Alla fine sono arrivata ad una forma che è sicuramente perfettibile, persino dal mio punto di vista, ma che è ora di lasciare in pace per sempre. Un editor avrebbe molto da dire: lo so perché tempo fa ho chiesto una consulenza professionale in seguito alla quale ho dovuto operare una rivoluzione profonda di forma e di trama. Non ho avuto un confronto successivo sulla forma definitiva (per una serie di ragioni), quindi sono certa che non sia un prodotto “professionale”.

Ma tutto sommato ho deciso che va bene così.

Ora lasciate che risponda ad alcune domande che mi sono già state poste, so che alcuni di voi se lo stanno chiedendo.

Perché scrivi racconti?

Perché mi viene e mi diverte.

Perché non provi a pubblicarli?

Perché i racconti hanno poco mercato, li pubblicano in poche case editrici che tendenzialmente non puntano agli esordienti.

Perché non tentare l’auto-pubblicazione?

Perché sarei in imbarazzo a chiedervi dei soldi. Oltre naturalmente al fatto che dovrei gestirmi la stampa di un vero libro, dovrei metterlo on-line e in vendita etc etc…

Francamente mi basta che questi racconti siano là fuori. Belli o brutti, che qualcuno li legga, che smettano di vivere solo nella mia testa e nel mio computer e mi mettano in comunicazione con il mondo.

Ogni lettore sarà per me una relazione nuova, e un’attestazione di fiducia che mi lusingherà.

Quindi grazie in anticipo a chi si iscriverà e ancora di più a chi avrà voglia di coinvolgere qualcun altro nella lettura.

Ci si iscrive qui sotto e non riceverete altro che i 6 racconti in questione (no mail-marketing, forever)

 

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* campo obbligatorio

 




storytelling

Forma e Sostanza

aprile 17, 2018

Scrivi un racconto che abbia come tema principale l’Invidia

(tempo di lettura: 15 minuti)

Se all’inizio della terza liceo qualcuno mi avesse detto che saremmo diventate migliori amiche, gli avrei riso in faccia: io e Valentina Neri non apparteniamo neanche alla stessa categoria antropologica.
La genetica si è divertita a giocare partite opposte, quando si è trattato di definire le nostre fattezze. Lei è nata bella da genitori brutti, io sono nata brutta da genitori belli: a me l’intelligenza, a mio fratello Edoardo la faccia da schiaffi di mio padre e gli occhi blu di mia madre.
Invece un giorno, senza apparente motivo e per sua iniziativa, Valentina mi si siede accanto sull’autobus che ci riporta al paese dopo la scuola.
«Cosa ascolti?», mi dice, come se parlarsi fosse una cosa normale.
Io ho la musica alta nelle orecchie. Mi levo gli auricolari e le faccio una smorfia come a dire “ce l’hai con me?”. Lei sorride con quella fila di denti che ci potrebbe fare le pubblicità dei dentifrici e indica il walkman in cui sta girando il cd.
«La musica. Cos’è? Si sente fino a qui…»
«Ti dà fastidio?», faccio io.
«No, mi incuriosiva.»
Sorride di nuovo. Ha uno sbaffo di rossetto viola su un canino.
«Sono i C.S.I.», butto là io con aria di superiorità. Lei mi prende le cuffiette senza chiedere, se le infila nelle orecchie e comincia a muovere la testa a ritmo. Poi si abbandona sullo schienale e comincia a far ruotare le braccia una sull’altra a tempo e io provo una fitta di imbarazzo. È “Forma e sostanza”, diocristo, non una hit dance.
Le tolgo gli auricolari e chiedo: «Hai una vaga idea di cosa parli questa canzone?»
«No, ma mi piace. Ha un effetto, tipo, “strobo”. Figo, no?» e ricomincia con quei gesti imbarazzanti di prima. Forse sto arrossendo, allora mi chino e metto il walkman nello zaino. Intanto il pullman è partito e io non ho ancora capito cosa ci faccia questa fighetta disco vicino a me.
«Sei sempre una secchiona?», mi chiede ripescando nella nostra infanzia condivisa quello che dev’essere l’unico ricordo che ha di me.
Non so perché le do corda. Parliamo dei nostri compagni delle elementari: un paio sono in classe con lei, alle magistrali, un paio con me, al classico. Esauriamo i venti minuti di viaggio parlando di niente, poi arriva la sua fermata e scende. Due fighette simili a lei, ma insignificanti, la aspettano sulla panchina, si salutando baciandosi sulle labbra, poi prendono le scalinate di metallo dei bagni comunali e spariscono in spiaggia.

Il giorno dopo succede di nuovo. Gli studenti si assiepano sul piazzale della stazione in un magma confuso. Non è difficile individuare Valentina tra la folla: attorno a lei si forma sempre una cintura di vuoto. Dall’alto del pullman puoi notare un cerchio preciso tra le teste e gli zaini e lei al centro. Le amiche, le gregarie, pendono dalle sue labbra. I ragazzi sbavano ma non osano avvicinarsi: aspettano di essere scelti da lei che invece non guarda nessuno.
La vedo raccogliere la tracolla da terra e buttarsela su una spalla, i capelli setosi fanno la ruota mentre abbandona il gruppo e si incammina verso il pullman.
Pochi secondi dopo è di nuovo seduta accanto a me.
La conversazione è più briosa del giorno prima. Parliamo delle nostre scuole: ginecei asfittici dove è impossibile avere una vita sociale. Io non ne ho molta neanche fuori, per la verità.
«Da noi il rappresentante d’istituto si elegge a crocette, facendo passare un foglio per le classi», dico io.
«Da noi ci sono le suore», ribatte lei vincendo la partita. Ridiamo.
Lei si passa il rossetto viola sulle labbra carnose specchiandosi nel metallo del posacenere attaccato al sedile di fronte. Io guardo il mio riflesso nel vetro del finestrino: ho un brufolo sulla guancia così grosso che si vede anche da lì.
«Parla della società liquida», fa Valentina dopo avere chiuso il suo rossetto. Mi guarda con quegli occhi assurdi, nocciola screziati di giallo. Io ci metto un attimo a capire.
«La canzone di ieri. È proprio figa comunque, mi fai il cd?»
Sarei tentata di chiederle chi gliel’ha suggerita, questa della società liquida. Mi trattengo, ma forse la guardo con sufficienza perché le si incrina la spavalderia.
«Domani te lo porto», dico sorridendo e mi sento pure un po’ stronza.
Lei mi saluta e scende dal bus.

Questa storia continua per un mese e io non chiedo spiegazioni, seppur continui a domandarmi cosa voglia da me. Poi, finalmente, un venerdì capisco.  Continua a leggere…

storytelling

Maschi quarantenni e partite da rifare

febbraio 23, 2018

«A quarant’anni gli uomini sono tutti accoppiati e, se non lo sono, è perché non son buoni. Dai retta a me.»
«Accoppiati sì, ma tanto infelici.»
«Ma per forza: non erano preparati!»
«A cosa?»

«Alle donne! Siamo realiste: i maschi di quella generazione sono venuti su col Drive-In e i modelli patriarcali, che nel frattempo sono decaduti senza che nessuno si preoccupasse di avvisarli. Per le ragazze c’erano le femministe, le scrittrici, Cioè. Ma chi ha mai parlato con loro? Ai maschi non ci ha pensato nessuno e adesso si ritrovano con queste fidanzate e mogli che a quarant’anni gli esplodono in mano e non sanno neanche bene il perchè.»
«Dai, però se la cavano! I quarantenni di oggi sono padri di femmine molto migliori dei nostri. Mio padre non ha ancora settant’anni e quando ero piccola vagheggiava del “buon partito” che avrei dovuto trovare! Nessun quarantenne lo farebbe oggi con una figlia.»

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storytelling

Quattro ragazze normali – 1 di 4

febbraio 6, 2018

cose da ragazzi 1993 metoo

1. Son cose da ragazzi

La ragazza ha 13 anni, lui ne ha 17 ma quei quattro anni sono un abisso.
L’amica smaliziata di lei l’ha trascinata dentro un gioco di seduzione a quattro, con due ragazzi “grandi”, e lei non si è fatta domande: il ragazzo è carino e ha pensato che a tredici anni è ora, mica si è più bambine. Bisogna dirlo, bisogna farlo vedere.

Il gioco di seduzione non va a finire bene: c’è un’unica serata in cui la ragazza può rimanere fuori un po’ più tardi, con la scusa di una festa di paese per cui si stanno costruendo grandi carri allegorici di carta pesta fino a notte fonda.
Fuori dal cono di luce del faro sotto cui si incolla e dipinge in una corsa per arrivare in tempo alla sfilata, in un angolo semibuio del parco, tra una giostrina e un’altalena, il ragazzo la butta a terra e le è sopra. Lei si era figurata l’amore in modo un po’ diverso, le era sembrata una cosa bella e tenera. Lui invece le fruga in mezzo alle gambe, sopra i pantaloncini, per fortuna. Cerca un seno che non esiste ancora, le chiede: «Ti piace?», e lei dice solo «No». Continua a leggere…

storytelling

Quattro ragazze normali – 2 di 4

febbraio 6, 2018

2. Non le ha torto un capello

La ragazza ha 14 anni, indossa un paio di jeans e un maglione girocollo informe di lana irlandese. A guardarla non è né carne né pesce: troppo lunga per essere una bambina, troppo piatta per essere una donna. È una specie di ibrido, uno scherzo della natura che infatti non si sente per niente a suo agio in quel corpo incompleto.

Sta camminando lungo la strada in discesa che la conduce a casa: è andata in biblioteca a prendere in prestito un libro sui miti greci.
Un ciclista la sorpassa in velocità, lei non ci fa caso ma poi si accorge di una figura ferma lungo la recinzione della casa all’angolo, in fondo alla strada.
Il tizio porta il caschetto, gli occhiali da sole a specchio avvolgenti, i pantaloncini di nylon attillati e una maglietta pure strettissima e piena di simboli e marchi. Le dà l’impressione di essersi fermato a pisciare contro la rete e la cosa le sembra strana e anche schifosa, così, prima di arrivare alla sua altezza, cambia lato della strada.
Lo evita ma non è che ci stia prestando attenzione più di tanto, ha un sacco di pensieri più interessanti che le affollano la testa: fantasie, per lo più, e una certa fascinazione per le materie che sta studiando nella scuola nuova, tipo quella che stringe tra le mani in quel volume spesso e odoroso di vecchio.
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storytelling

Quattro ragazze normali – 3 di 4

febbraio 6, 2018

3. Argomento di conversazione per gruppo di studenti universitari

La ragazza ha 20 anni e sta correndo all’impazzata lungo via D’Azeglio, a Parma. Ha appuntamento con una compagna di corso ed è in ritardo come al solito: si devono mascherare per una festa, è carnevale. L’autobus non è passato e ha deciso di farsela a piedi.
Sta costeggiando l’Università, è quasi arrivata in piazzale Santa Croce quando un uomo, tra la folla degli studenti che escono dal cortile, la ferma. Ha i capelli riccissimi, un giubbino di renna, la ragazza gli attribuisce più o meno quarant’anni, ma è difficile dare le età quando sei così giovane, tendi sempre a stimare per eccesso. Le chiede: «Ho bisogno una cortesia, sto aspettando un professore che deve uscire da quella porta», le indica un ingresso secondario della facoltà, al di là della recinzione lungo la quale corre quel pezzo di marciapiede, poco prima del grande piazzale. Sullo sfondo, ancora oltre, gli alberi secolari del Parco Ducale.
«Ho bisogno di fare una telefonata urgentissima, ma torno subito, due minuti al massimo. Puoi rimanere qui e se esce lo fermi tu?».
La richiesta è assurda e la ragazza ha davvero fretta.
«Mi spiace ma vado di corsa, sono già in ritardo…», gli risponde gentile.
Lui insiste garbatamente, ha l’aria innocua e per bene. Alla fine lei dice: «Due minuti, e poi me ne vado». Lui la ringrazia e sparisce tra la folla sul marciapiede.
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storytelling

Quattro ragazze normali – 4 di 4

febbraio 6, 2018

4. Probabilmente è stata colpa mia

La ragazza ha 27 anni: indossa un paio di jeans a gamba dritta, una camicia bianca e un gilet nero in finta lana di Zara, gli scarti della stylist dell’ultima produzione.
Il capo l’ha mandata allo sbaraglio: deve gestire da sola il suo primo spot. Non è una cosa complicata, si tratta di un montaggio di filmati di repertorio, ma il cliente è una delle più grosse agenzie pubblicitarie di Milano e il suo diretto interlocutore sarà il tizio che dà il nome all’agenzia.

La sede è un agglomerato di arredi e oggetti di design all’ultima moda, alle pareti dell’ufficio del Direttore Creativo pendono una quantità di stampe e di quadri, alcuni dei quali portano la sua firma. Macchie di colore, roba astratta che la ragazza non capirebbe, neanche se si soffermasse a pensarci, cosa che non fa perché è troppo concentrata sull’essere all’altezza.
Lui è galante, estroso, istrionico e ha trent’anni più di lei. A prima vista le sembra gay.

Il peso della responsabilità si fa sentire ma allo stesso tempo la ragazza si sente fortunata ad avere un’opportunità così, e ringrazia di avere incrociato sul suo  breve percorso professionale chi gliel’abbia concessa. A posteriori sospetterà che si sia trattato di semplice opportunismo finalizzato a ridurre i costi del progetto, ma in quel momento l’idea non la sfiora.
Si sente invece al cospetto di una futura carriera di successo che probabilmente non si merita, ma basta non darlo a vedere, dice a se stessa.

Una volta selezionati i filmati di repertorio, si ritrovano in sala montaggio in zona Paolo Sarpi, lei e il Direttore Creativo, e lui a un certo punto le propone di fare un giro, intanto che il montatore finalizza il progetto. Passeggiano per Corso Como, una delle vie più lussuose e cafone della città, il posto perfetto in cui sentirsi un pesce fuor d’acqua per lei e per il suo maglioncino di Zara di scarto e il cappottino preso all’outlet che ha fatto tutti i pelucchi. Lui invece è nel suo brodo, si muove con la sicurezza di chi potrebbe entrare in uno qualsiasi di quei negozi e comprare qualsiasi cosa.
Infatti di lì a poco entra in Corso Como 10, tirandosela dietro: è una specie di grande magazzino chic, le cui pretese intellettualistiche sono condensate e compresse in un reparto di libri e musica su un soppalco. Attraversano i reparti al piano terra, strabordanti di abiti e oggetti eccentrici e carissimi, e approdano in un’area in cui, dentro teche di vetro da gioielleria, sono esposti alcuni sex toys di design.
Lui si ferma proprio lì, indugia su quegli oggetti, li osserva e fa commenti su ognuno. Ride. Lei sorride, si tocca continuamente i capelli.
Non entrerebbe in un sexy shop con il suo fidanzato, figuriamoci se è in grado di gestire una situazione del genere insieme a quella che aveva creduto essere una vecchia checca e che invece adesso (“forse, chi lo sa, ma magari sono io che sto travisando tutto”) sembra lasciarle intendere che se la scoperebbe volentieri.
Tra un sorriso e uno sguardo imbarazzato, riesce a stare al gioco senza compromettersi, poi finalmente cambiano reparto.
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life in pictures, storytelling, to be me

Il portoghese è una lingua aspra con un cuore gentile

marzo 20, 2017

Il portoghese è una lingua dall’involucro aspro ma, sotto la crosta, c’è il latino che la rende gentile.

Capire la natura di questa lingua, equivale a scoprire la natura del popolo che la parla.

Era il Settembre 2003 quando sono arrivata in Erasmus a Lisbona. I miei colleghi di mezza Europa, in meno di un mese dall’inizio dell’anno scolastico, avevano formato gruppi, creato appuntamenti fissi: avevano un bar d’elezione – che io evitavo accuratamente -, si parlavano fra di loro in inglese maccheronico e non sembravano interessati a scoprire i segreti dell’idioma locale. Italiani e spagnoli se la intendevano alla perfezione, complici due lingue che andavano a braccetto. I nordici erano quelli per i quali la lingua risultava più ostica, infatti non l’avrebbero neanche imparata. Molti non ne avevano nemmeno bisogno, visto che in alcune facoltà le lezioni si tenevano in inglese.

Invece io, dopo un primo approccio un po’ ostico, avevo iniziato a familiarizzare con quella lingua aspra.
Dopo qualche settimana riuscivo a capire dove finiva una parola e dove ne iniziava un’altra: un traguardo notevole rispetto alla nebbia dei primi giorni. Avevo individuato alcuni intercalari che ricorrevano, anche se non ne avevo ancora decifrato il senso. Le parolacce me le avevano insegnate Ricardo e Bruno, i due baristi del pub che frequentavo ogni sera. La lezione era stata molto utile ad orientarsi nella parlata di strada:“caralho” e “fodes” erano le esclamazioni che risuonavano di più per le vie del Bairro Alto, specialmente dopo una cert’ora. Isolate quelle, mi ero dedicata con perizia a tutte le altre intorno.
Mi aveva incuriosita subito un’esclamazione che sentivo spesso inaugurare un discorso: “eh pà!”, intraducibile, se non ricorrendo al dialetto. Avevo concluso che fosse assimilabile al “pota” bergamasco, o al “fes” bresciano e avevo deciso che non l’avrei mai usata.

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