storytelling

Forma e Sostanza (un racconto)

aprile 17, 2018

Scrivi un racconto che abbia come tema principale l’Invidia

(tempo di lettura: 20 minuti)

Se all’inizio della terza liceo qualcuno mi avesse detto che saremmo diventate migliori amiche, gli avrei riso in faccia: io e Valentina Neri non apparteniamo neanche alla stessa categoria antropologica.
La genetica si è divertita a giocare partite opposte, quando si è trattato di definire le nostre fattezze. Lei è nata bella da genitori brutti, io sono nata brutta da genitori belli: a me l’intelligenza, a mio fratello Edoardo la faccia da schiaffi di mio padre e gli occhi blu di mia madre.
Invece un giorno, senza apparente motivo e per sua iniziativa, Valentina mi si siede accanto sull’autobus che ci riporta al paese dopo la scuola.
«Cosa ascolti?», mi dice, come se parlarsi fosse una cosa normale.
Io ho la musica alta nelle orecchie. Mi levo gli auricolari e le faccio una smorfia come a dire “ce l’hai con me?”. Lei sorride con quella fila di denti che ci potrebbe fare le pubblicità dei dentifrici e indica il walkman in cui sta girando il cd.
«La musica. Cos’è? Si sente fino a qui…»
«Ti dà fastidio?», faccio io.
«No, mi incuriosiva.»
Sorride di nuovo. Ha uno sbaffo di rossetto viola su un canino.
«Sono i C.S.I.», butto là io con aria di superiorità. Lei mi prende le cuffiette senza chiedere, se le infila nelle orecchie e comincia a muovere la testa a ritmo. Poi si abbandona sullo schienale e comincia a far ruotare le braccia una sull’altra a tempo e io provo una fitta di imbarazzo. È “Forma e sostanza”, diocristo, non una hit dance.
Le tolgo gli auricolari e chiedo: «Hai una vaga idea di cosa parli questa canzone?»
«No, ma mi piace. Ha un effetto, tipo, “strobo”. Figo, no?» e ricomincia con quei gesti imbarazzanti di prima. Forse sto arrossendo, allora mi chino e metto il walkman nello zaino. Intanto il pullman è partito e io non ho ancora capito cosa ci faccia questa fighetta disco vicino a me.
«Sei sempre una secchiona?», mi chiede ripescando nella nostra infanzia condivisa quello che dev’essere l’unico ricordo che ha di me.
Non so perché le do corda. Parliamo dei nostri compagni delle elementari: un paio sono in classe con lei, alle magistrali, un paio con me, al classico. Esauriamo i venti minuti di viaggio parlando di niente, poi arriva la sua fermata e scende. Due fighette simili a lei, ma insignificanti, la aspettano sulla panchina, si salutando baciandosi sulle labbra, poi prendono le scalinate di metallo dei bagni comunali e spariscono in spiaggia.

Il giorno dopo succede di nuovo. Gli studenti si assiepano sul piazzale della stazione in un magma confuso. Non è difficile individuare Valentina tra la folla: attorno a lei si forma sempre una cintura di vuoto. Dall’alto del pullman puoi notare un cerchio preciso tra le teste e gli zaini e lei al centro. Le amiche, le gregarie, pendono dalle sue labbra. I ragazzi sbavano ma non osano avvicinarsi: aspettano di essere scelti da lei che invece non guarda nessuno.
La vedo raccogliere la tracolla da terra e buttarsela su una spalla, i capelli setosi fanno la ruota mentre abbandona il gruppo e si incammina verso il pullman.
Pochi secondi dopo è di nuovo seduta accanto a me.
La conversazione è più briosa del giorno prima. Parliamo delle nostre scuole: ginecei asfittici dove è impossibile avere una vita sociale. Io non ne ho molta neanche fuori, per la verità.
«Da noi il rappresentante d’istituto si elegge a crocette, facendo passare un foglio per le classi», dico io.
«Da noi ci sono le suore», ribatte lei vincendo la partita. Ridiamo.
Lei si passa il rossetto viola sulle labbra carnose specchiandosi nel metallo del posacenere attaccato al sedile di fronte. Io guardo il mio riflesso nel vetro del finestrino: ho un brufolo sulla guancia così grosso che si vede anche da lì.
«Parla della società liquida», fa Valentina dopo avere chiuso il suo rossetto. Mi guarda con quegli occhi assurdi, nocciola screziati di giallo. Io ci metto un attimo a capire.
«La canzone di ieri. È proprio figa comunque, mi fai il cd?»
Sarei tentata di chiederle chi gliel’ha suggerita, questa della società liquida. Mi trattengo, ma forse la guardo con sufficienza perché le si incrina la spavalderia.
«Domani te lo porto», dico sorridendo e mi sento pure un po’ stronza.
Lei mi saluta e scende dal bus.

Questa storia continua per un mese e io non chiedo spiegazioni, seppur continui a domandarmi cosa voglia da me. Poi, finalmente, un venerdì capisco.  Continua a leggere…

appunti

Chi è Alessandro Mannarino

aprile 7, 2018

Adesso i casi sono due: o state pensando “Mo’ vedi se me lo deve spiegare sta qua, chi è Alessandro Mannarino…”
Oppure state pensando: “Mannarino chi?”

Io facevo parte della seconda categoria fino all’estate scorsa quando, grazie al mio amico Andrea, mi sono convinta a fare  l’abbonamento premium a Spotify. Dovete sapere che, già dopo i primi ascolti, Spotify mi conosceva meglio di quanto io conoscessi me stessa, e ha cominciato a propormi musica meravigliosa e adatta a me, anche quando non avevo voglia di cercarmela da sola.

È così che ho scoperto Apriti Cielo, il disco di Mannarino che è uscito nel 2017 (e che ha esordito in vetta alla classifica FIMI dei dischi più venduti in Italia, nello stesso periodo in cui si celebrava a radio unificate il grande successo dei Baustelle, che però erano solo al secondo posto).

Quest’estate il tour di quel disco ha riempito arene e palazzetti per un totale di centomila biglietti venduti. Centomila, cinque zeri.
E voi non sapete chi è Alessandro Mannarino, per dire.

(NOTA: A inizio anno è uscito il disco Apriti Cielo Live che costituisce un ottimo punto di partenza, se non conoscete l’artista)

Ma dicevo di Apriti Cielo, versione in studio. A parte la canzone che dà il titolo al disco, che è un inno liberatorio e catartico da cui non è difficile farsi coinvolgere (apriti cielo e manda un po’ di sole a tutte le persone, che vivono da sole), mi sono crogiolata per giorni e giorni dentro due canzoni in particolare: “La Frontiera” e “Un’Estate“. Sono canzoni pregne di una malinconia densa e calda, di quelle che ti cullano parlandoti di cose che ti riguardano molto da vicino, partendo da molto lontano.

Un’estate

C’è una coppia di amanti in un motel, che sia ama senza dirselo. L’amore è spaventoso, ti rende vulnerabile (in un’altra canzone, “Al Monte“, dice: ora che ci amiamo, chi ci proteggerà?) e quello che c’è fuori dal motel a ore non t’aiuta: le prospettive sono poche e a senso unico (futuri manovali e ballerine) e per andare senza una guida (soli senza strade) e contro corrente (dentro al grano), ci vogliono coraggio e fortuna. Nasciamo che siamo tutti uguali, eppure un attimo dopo non lo siamo già più: la nostra strada la determinano e la condizionano i luoghi dove nasciamo, le persone con cui cresciamo e c’è chi non ce la fa, e diventa un mostro (fratelli sfortunati, col sangue avvelenato da neonati).

La Frontiera

C’è un’altra coppia che invece, prigioniera di un nemico armato, cammina nella neve davanti a un plotone schierato, e sotto gli occhi dei soldati comincia a fare l’amore (per paura dell’esecuzione o per il dolore). I soldati li guardano e non capiscono: non sanno riconoscere l’amore, la vita. Pensano che si contorcano e gemano in uno spasmo di morte (ecco che cadono a terra, guardate son morti) e invece quei due sono appena venuti (appena rinati). Di guerre nel mondo ce n’è abbastanza per scegliere a quale attribuire questa storia, ma a me è suonato più come il racconto di come stiamo diventando (una voce più forte dell’altra parlò dal balcone), proprio adesso (una folla più grossa dell’altra decise il da fare) e che i risvolti potrebbero essere tremendi, dovremmo riconoscerli perché ci siamo già passati, eppure non lo ricordiamo (e venne il tempo in cui questo paese fu di un solo colore).
Continua a leggere…

storytelling

Maschi quarantenni e partite da rifare

febbraio 23, 2018

«A quarant’anni gli uomini sono tutti accoppiati e, se non lo sono, è perché non son buoni. Dai retta a me.»
«Accoppiati sì, ma tanto infelici.»
«Ma per forza: non erano preparati!»
«A cosa?»

«Alle donne! Siamo realiste: i maschi di quella generazione sono venuti su col Drive-In e i modelli patriarcali, che nel frattempo sono decaduti senza che nessuno si preoccupasse di avvisarli. Per le ragazze c’erano le femministe, le scrittrici, Cioè. Ma chi ha mai parlato con loro? Ai maschi non ci ha pensato nessuno e adesso si ritrovano con queste fidanzate e mogli che a quarant’anni gli esplodono in mano e non sanno neanche bene il perchè.»
«Dai, però se la cavano! I quarantenni di oggi sono padri di femmine molto migliori dei nostri. Mio padre non ha ancora settant’anni e quando ero piccola vagheggiava del “buon partito” che avrei dovuto trovare! Nessun quarantenne lo farebbe oggi con una figlia.»

Continua a leggere…

to be me

Non ce la farò mai

febbraio 21, 2018

Mi alleno spesso ultimamente.
Ho preso l’abitudine della palestra per combattere quel sentirsi sempre stanca, sempre in cerca, sempre delusa. Quello di migliorare la salute del mio corpo, non meno del suo aspetto esteriore, mi è parso un obiettivo realizzabile di cui avrei potuto facilmente misurare i risultati e così è stato.

Non sono ancora giunta ad un accordo di convivenza pacifica con la mia faccia, mi è sempre sembrata come appartenere a un’altra. Mi ha dato spesso l’impressione di raccontare fuori una storia diversa da quella che si svolgeva dentro. Bugiarda e ingrata, proprio verso di me che la porto a spasso da una vita.
Con il corpo è più facile: bella o brutta, è quella la macchina che ci porta in giro e abbiamo noi il potere di farla funzionare bene o male. Il corpo lo puoi spingere oltre i suoi limiti, la faccia no.
Intorno al corpo si giocano le battaglie più aspre: penso a chi si affama alla morte, chi mangia e vomita e chi si infagotta per sparire, prigioniera di un mezzo che non ha mai imparato a guidare.

Io il mio corpo lo porto oltre il limite: è questo che mi piace dell’allenamento. Il confronto e lo scontro con altri corpi, la competizione, invece, non ha mai fatto per me. Infatti non ho mai praticato alcuno sport con successo, al massimo ho mangiato frustrazione.
Continua a leggere…

storytelling

Quattro ragazze normali – 1 di 4

febbraio 6, 2018

cose da ragazzi 1993 metoo

1. Son cose da ragazzi

La ragazza ha 13 anni, lui ne ha 17 ma quei quattro anni sono un abisso.
L’amica smaliziata di lei l’ha trascinata dentro un gioco di seduzione a quattro, con due ragazzi “grandi”, e lei non si è fatta domande: il ragazzo è carino e ha pensato che a tredici anni è ora, mica si è più bambine. Bisogna dirlo, bisogna farlo vedere.

Il gioco di seduzione non va a finire bene: c’è un’unica serata in cui la ragazza può rimanere fuori un po’ più tardi, con la scusa di una festa di paese per cui si stanno costruendo grandi carri allegorici di carta pesta fino a notte fonda.
Fuori dal cono di luce del faro sotto cui si incolla e dipinge in una corsa per arrivare in tempo alla sfilata, in un angolo semibuio del parco, tra una giostrina e un’altalena, il ragazzo la butta a terra e le è sopra. Lei si era figurata l’amore in modo un po’ diverso, le era sembrata una cosa bella e tenera. Lui invece le fruga in mezzo alle gambe, sopra i pantaloncini, per fortuna. Cerca un seno che non esiste ancora, le chiede: «Ti piace?», e lei dice solo «No». Continua a leggere…

storytelling

Quattro ragazze normali – 2 di 4

febbraio 6, 2018

2. Non le ha torto un capello

La ragazza ha 14 anni, indossa un paio di jeans e un maglione girocollo informe di lana irlandese. A guardarla non è né carne né pesce: troppo lunga per essere una bambina, troppo piatta per essere una donna. È una specie di ibrido, uno scherzo della natura che infatti non si sente per niente a suo agio in quel corpo incompleto.

Sta camminando lungo la strada in discesa che la conduce a casa: è andata in biblioteca a prendere in prestito un libro sui miti greci.
Un ciclista la sorpassa in velocità, lei non ci fa caso ma poi si accorge di una figura ferma lungo la recinzione della casa all’angolo, in fondo alla strada.
Il tizio porta il caschetto, gli occhiali da sole a specchio avvolgenti, i pantaloncini di nylon attillati e una maglietta pure strettissima e piena di simboli e marchi. Le dà l’impressione di essersi fermato a pisciare contro la rete e la cosa le sembra strana e anche schifosa, così, prima di arrivare alla sua altezza, cambia lato della strada.
Lo evita ma non è che ci stia prestando attenzione più di tanto, ha un sacco di pensieri più interessanti che le affollano la testa: fantasie, per lo più, e una certa fascinazione per le materie che sta studiando nella scuola nuova, tipo quella che stringe tra le mani in quel volume spesso e odoroso di vecchio.
Continua a leggere…

storytelling

Quattro ragazze normali – 3 di 4

febbraio 6, 2018

3. Argomento di conversazione per gruppo di studenti universitari

La ragazza ha 20 anni e sta correndo all’impazzata lungo via D’Azeglio, a Parma. Ha appuntamento con una compagna di corso ed è in ritardo come al solito: si devono mascherare per una festa, è carnevale. L’autobus non è passato e ha deciso di farsela a piedi.
Sta costeggiando l’Università, è quasi arrivata in piazzale Santa Croce quando un uomo, tra la folla degli studenti che escono dal cortile, la ferma. Ha i capelli riccissimi, un giubbino di renna, la ragazza gli attribuisce più o meno quarant’anni, ma è difficile dare le età quando sei così giovane, tendi sempre a stimare per eccesso. Le chiede: «Ho bisogno una cortesia, sto aspettando un professore che deve uscire da quella porta», le indica un ingresso secondario della facoltà, al di là della recinzione lungo la quale corre quel pezzo di marciapiede, poco prima del grande piazzale. Sullo sfondo, ancora oltre, gli alberi secolari del Parco Ducale.
«Ho bisogno di fare una telefonata urgentissima, ma torno subito, due minuti al massimo. Puoi rimanere qui e se esce lo fermi tu?».
La richiesta è assurda e la ragazza ha davvero fretta.
«Mi spiace ma vado di corsa, sono già in ritardo…», gli risponde gentile.
Lui insiste garbatamente, ha l’aria innocua e per bene. Alla fine lei dice: «Due minuti, e poi me ne vado». Lui la ringrazia e sparisce tra la folla sul marciapiede.
Continua a leggere…

storytelling

Quattro ragazze normali – 4 di 4

febbraio 6, 2018

4. Probabilmente è stata colpa mia

La ragazza ha 27 anni: indossa un paio di jeans a gamba dritta, una camicia bianca e un gilet nero in finta lana di Zara, gli scarti della stylist dell’ultima produzione.
Il capo l’ha mandata allo sbaraglio: deve gestire da sola il suo primo spot. Non è una cosa complicata, si tratta di un montaggio di filmati di repertorio, ma il cliente è una delle più grosse agenzie pubblicitarie di Milano e il suo diretto interlocutore sarà il tizio che dà il nome all’agenzia.

La sede è un agglomerato di arredi e oggetti di design all’ultima moda, alle pareti dell’ufficio del Direttore Creativo pendono una quantità di stampe e di quadri, alcuni dei quali portano la sua firma. Macchie di colore, roba astratta che la ragazza non capirebbe, neanche se si soffermasse a pensarci, cosa che non fa perché è troppo concentrata sull’essere all’altezza.
Lui è galante, estroso, istrionico e ha trent’anni più di lei. A prima vista le sembra gay.

Il peso della responsabilità si fa sentire ma allo stesso tempo la ragazza si sente fortunata ad avere un’opportunità così, e ringrazia di avere incrociato sul suo  breve percorso professionale chi gliel’abbia concessa. A posteriori sospetterà che si sia trattato di semplice opportunismo finalizzato a ridurre i costi del progetto, ma in quel momento l’idea non la sfiora.
Si sente invece al cospetto di una futura carriera di successo che probabilmente non si merita, ma basta non darlo a vedere, dice a se stessa.

Una volta selezionati i filmati di repertorio, si ritrovano in sala montaggio in zona Paolo Sarpi, lei e il Direttore Creativo, e lui a un certo punto le propone di fare un giro, intanto che il montatore finalizza il progetto. Passeggiano per Corso Como, una delle vie più lussuose e cafone della città, il posto perfetto in cui sentirsi un pesce fuor d’acqua per lei e per il suo maglioncino di Zara di scarto e il cappottino preso all’outlet che ha fatto tutti i pelucchi. Lui invece è nel suo brodo, si muove con la sicurezza di chi potrebbe entrare in uno qualsiasi di quei negozi e comprare qualsiasi cosa.
Infatti di lì a poco entra in Corso Como 10, tirandosela dietro: è una specie di grande magazzino chic, le cui pretese intellettualistiche sono condensate e compresse in un reparto di libri e musica su un soppalco. Attraversano i reparti al piano terra, strabordanti di abiti e oggetti eccentrici e carissimi, e approdano in un’area in cui, dentro teche di vetro da gioielleria, sono esposti alcuni sex toys di design.
Lui si ferma proprio lì, indugia su quegli oggetti, li osserva e fa commenti su ognuno. Ride. Lei sorride, si tocca continuamente i capelli.
Non entrerebbe in un sexy shop con il suo fidanzato, figuriamoci se è in grado di gestire una situazione del genere insieme a quella che aveva creduto essere una vecchia checca e che invece adesso (“forse, chi lo sa, ma magari sono io che sto travisando tutto”) sembra lasciarle intendere che se la scoperebbe volentieri.
Tra un sorriso e uno sguardo imbarazzato, riesce a stare al gioco senza compromettersi, poi finalmente cambiano reparto.
Continua a leggere…

to be me

Lo spirito dei Capodanni passati

gennaio 2, 2018

“Priscilla Queen of the Desert”, film, 1994

Il più significativo che abbia vissuto è stato quello del 2000, non serve spiegare il perché.

Dopo anni passati ad aspettarlo e a fare i conti di quanti anni avremmo avuto al cambio del millennio, eccolo lì: scintillante e identico a tutti gli altri.
Ricordo come ero vestita: avevo una maglia bianca attillata sopra un paio di jeans chiari che, con un taglia e cuci assistito da mia nonna sarta, avevo fatto diventare a zampa e avevo decorato con un nastro di lana avorio lavorato a catenella (probabilmente opera di mia mamma), intervallato da anelli in cui avevo applicato paillettes rosa. Quella del jeans ricamato era la moda del momento, che avevo copiato da qualche passerella fotografata su Glamour o da non so che rivista mi influenzasse all’epoca. Il veglione lo abbiamo passato in una discoteca di montagna: ero in vacanza con mia cugina e alcuni amici, più suoi che miei, e non ricordo molto altro.
Tiro a indovinare: a mezzanotte è scattato il trenino al suono di Disco Samba, qualcuno di insignificante ci ha provato in pista dicendomi “sei bellissima”, che poi era esattamente quello che volevo sentirmi dire, ma non sapevo cosa farmene poi di chi mi dava quella soddisfazione. Abbiamo fumato alcune sigarette fuori, sulla neve a meno dieci e senza preoccuparci di buttarci addosso una giacca.
Quella peculiarità della gioventù di non sentire il freddo neanche quando il freddo è tutto quello che c’è intorno, mi sembra una metafora perfetta di un momento della vita in cui ciò che è davvero in grado di aggredirti ed abbatterti, viene esclusivamente da dentro o da molto vicino.
Qualche giorno più tardi mia cugina e i suoi amici sono scesi in città, io invece ho risalito la montagna ancora un po’ e ho passato qualche giorno a sciare insieme a un amico importante e ai suoi amici.
Continua a leggere…

storytelling, to be me

Leggere per non diventare come loro

maggio 23, 2017

Sono salita sul nove appena prima di mezzogiorno. Il tram era piuttosto affollato ma ho trovato un posto a sedere di quelli rivolti verso il senso di marcia e l’ho subito occupato, tanto più che la macchinetta obliteratrice era proprio lì, a portata di mano. Avevo fretta di rimettermi a leggere il mio libro dove lo avevo lasciato qualche ora prima, scendendo dalla 91.
Naturalmente era troppo bello per essere vero e la macchinetta era guasta. Così mi sono dovuta alzare e il posto è stato occupato. Una volta timbrato il biglietto, sono tornata indietro alla ricerca di un altro posto faccia avanti. Detesto le sedute in riga lungo i finestrini: è tutto uno sbattere spalla contro spalla e culi che scivolano verso l’intercapedine tra i sedili, piedi puntati che non sanno dove stare e valigie che ti rotolano sulle scarpe.

Traballando lungo il corridoio centrale ho individuato un posto libero lato finestrino e, senza nemmeno guardarlo in faccia, ho chiesto all’uomo che stava seduto lì accanto se mi faceva passare.
Lui mi ha guardata un po’ stranito e ha chiesto conferma che volessi sedermi proprio lì, poi ha tolto dal sedile libero il sacchetto di plastica che portava con sé e si è spostato lasciandomi quello sul lato del corridoio.

Quando mi sono avvicinata di più ho capito. Il tipo puzzava di rancido e per questo forse era abituato a viaggiare senza compagnia: chi si siederebbe accanto a uno così?
Non aveva un’aria orribile a prima vista, ma l’odore non lasciava dubbi: doveva essere un vagabondo, un senza tetto, un rifugiato in attesa di permesso, un espulso senza passaporto o qualcosa del genere.  A quel punto non potevo fare la parte di quella che cambiava idea, così mi sono accomodata, addossandomi al bordo esterno del sedile per evitare che il mio braccio entrasse in contatto con la giacca sudicia del tizio.
Poi mi sono spostata un po’ più al centro, per paura che si accorgesse che mi tenevo a distanza e ci rimanesse male. Ma cazzo se puzzava.
Continua a leggere…

life in pictures, storytelling, to be me

Il portoghese è una lingua aspra con un cuore gentile

marzo 20, 2017

Il portoghese è una lingua dall’involucro aspro ma, sotto la crosta, c’è il latino che la rende gentile.

Capire la natura di questa lingua, equivale a scoprire la natura del popolo che la parla.

Era il Settembre 2003 quando sono arrivata in Erasmus a Lisbona. I miei colleghi di mezza Europa, in meno di un mese dall’inizio dell’anno scolastico, avevano formato gruppi, creato appuntamenti fissi: avevano un bar d’elezione – che io evitavo accuratamente -, si parlavano fra di loro in inglese maccheronico e non sembravano interessati a scoprire i segreti dell’idioma locale. Italiani e spagnoli se la intendevano alla perfezione, complici due lingue che andavano a braccetto. I nordici erano quelli per i quali la lingua risultava più ostica, infatti non l’avrebbero neanche imparata. Molti non ne avevano nemmeno bisogno, visto che in alcune facoltà le lezioni si tenevano in inglese.

Invece io, dopo un primo approccio un po’ ostico, avevo iniziato a familiarizzare con quella lingua aspra.
Dopo qualche settimana riuscivo a capire dove finiva una parola e dove ne iniziava un’altra: un traguardo notevole rispetto alla nebbia dei primi giorni. Avevo individuato alcuni intercalari che ricorrevano, anche se non ne avevo ancora decifrato il senso. Le parolacce me le avevano insegnate Ricardo e Bruno, i due baristi del pub che frequentavo ogni sera. La lezione era stata molto utile ad orientarsi nella parlata di strada:“caralho” e “fodes” erano le esclamazioni che risuonavano di più per le vie del Bairro Alto, specialmente dopo una cert’ora. Isolate quelle, mi ero dedicata con perizia a tutte le altre intorno.
Mi aveva incuriosita subito un’esclamazione che sentivo spesso inaugurare un discorso: “eh pà!”, intraducibile, se non ricorrendo al dialetto. Avevo concluso che fosse assimilabile al “pota” bergamasco, o al “fes” bresciano e avevo deciso che non l’avrei mai usata.

Continua a leggere…