life in pictures, storytelling

C’era una volta il mare (parte prima)

luglio 31, 2013

3 vacanze al mare, 3 età, 3 racconti – Parte Prima

Erano gli anni ’90. Gli anni del grunge e di Gianluca Grignani. Gli anni con la chitarra a cantare a squarciagola in collina e delle “indianate” sulla spiaggia.
Io ero adolescente e non godevo di metà delle libertà di cui godevano i miei coetanei.
Frequentavo un liceo che detestavo e non avevo mai avuto un vero fidanzato.

Arrivava l’estate e si partiva per un mese. E’ durato per qualche anno, lungo l’arco delle superiori, un po’ perchè mia madre era insegnante e si poteva permettere un mese di ferie, un po’ perchè era un’età in cui o ci avrebbero garantito il divertimento minimo sindacale, o avremmo rovinato loro la vacanza con musi lunghi, arie annoiate e walkman nelle orecchie 13 ore al giorno.

Prendevamo in affitto un appartamento ai Balzi Rossi, che non è un paese e neanche una località: è una scogliera a pochi metri dal confine con la Francia. E in mezzo a quella scogliera, per un capriccio generoso di madre natura, si è formata una piccola spiaggia perfetta di sassi bianchi e rotondi grandi come uova, che a 14 anni ci cammini sopra come fosse bambagia e forse ora mi darebbero un po’ fastidio.
La spiaggetta dei Balzi Rossi di oggi, non ha niente a che vedere con quella conosciuta in quegli anni. Ora si dà arie da jet-set, e una cancellata di ferro ostruisce l’accesso al mare a chi, avventuroso, vi si voglia spingere per una passeggiata, anche fuori stagione, anche in pieno inverno. Che poi qualche metro di arenile dovrebbe essere di tutti..

Anche il condominio dei Balzi Rossi, abbarbicato sul tratto di scogliera prospiciente la spiaggia, oggi non ha più l’aria che aveva un tempo. Una certa decadenza si è impadronita dei balconi affacciati sul mare, spogli e lasciati arrugginire, delle tende da sole sfrangiate dal vento, del parcheggio devastato dalle radici dei pini marittimi che garantivano ombra alle auto di lusso con targhe monegasche che portavano ricchi signori a cena nel ristorante di fronte al condominio, rinomato e inarrivabile.

In quelle estati il condominio pullulava di vita: c’era il Generale coi due bassotti a pelo raso, c’eravamo noi, c’era un ragazzo grassoccio che non sapevi se ti era simpatico o no e che una volta si è quasi scassato a fare un tuffo dal bunker (13? 23 metri? …non mi ricordo ma erano tanti), c’era una bambina molto bella di nome Valentina che ora avrà almeno 20 anni. Gran parte della compagnia della spiaggia alloggiava in quegli appartamenti, altri arrivavano dalla collina, dalle frazioni di Grimaldi bassa, alta, e di Latte e tutte le mattine scendevano per una stradina impervia per raggiungere il mare. Gli sporadici avventori stranieri (di solito nordeuropei) alloggiavano nel campeggio di Olaf, alla fine di quella stradina, a pochi metri scoscesi dal mare.

Io ero timida, dimostravo meno anni di quelli che avevo, e mi sentivo perennemente inadeguata. Nella compagnia ci sono entrata tramite una ragazza mia coetanea, disinvolta, che dimostrava più anni di quelli che aveva e certamente sapeva il fatto suo. Il suo fare la rendeva una specie di “star” della spiaggia, si concedeva senza eccesso, preferendo spesso una serata in famiglia ad una scorribanda con noi altri per le vie di Mentone. La nostra amicizia era sincera ma ovviamente mi relegava nel suo cono d’ombra, rendendomi più invisibile di quanto non fossi già di mio. Ma d’altra parte, quello era un ruolo in cui all’epoca mi sentivo molto più a mio agio.

Il primo anno, quello in cui la conobbi, mi trovai a completare un trio, composto da lei, da un ragazzo altissimo e molto carino, e me. Lui era innamorato di lei, lei era innamorata di un altro e gli concedeva un’amicizia speciale cui il suo innamoramento si avvinghiò fino a cadere nell’equivoco.
Non fossi stata incastrata in quel trio, avrei rischiato di cadere in uno dei miei innamoramenti adolescenziali, tipicamente non corrisposti, frustranti e senza lieto fine: il ragazzo altissimo infatti godeva di un certo ascendente su di me, un ascendente che fortunatamente incanalai in una direzione assai più fruttuosa di quella dell’infatuazione. Così io e il ragazzo altissimo abbiamo costruito un’amicizia durevole e sincera, di quelle durano al di là del tempo, delle epoche e delle frequentazioni.
La mia affascinante amica invece smise di frequentare i Balzi l’anno successivo, regalandoci solo poche apparizioni e informazioni centellinate sulla sua vita di città: che per come me le ricordo io la dipingevano piuttosto glamorous.

Era un’epoca in cui non avevamo il cellulare, ci incontravamo in spiaggia o nel parcheggio alla tal ora. Si andava a Mentone allo schiuma party a “La Case du Chef” e si tornava bagnati come pulcini e magari si scappava in spiaggia per un bagno di mezzanotte. Si facevano puntate a Montecarlo per sentirsi più grandi e per mangiare il gelato da Hagen-Daz.
Quando si rientrava in città ci si scriveva lettere, di quelle che arrivano dentro alle buste. Le mail certo esistevano ma non si usavano, e così ho plichi e plichi di carte che raccontano di amicizie nate sotto l’ombrellone e cresciute dentro fogli di carta e cornette del telefono, il telefono analogico, quello grigio con la rotella.

Tornavo a casa sempre abbronzatissima da quelle vacanze eppure al sole non ci stavo mai. Si prendevano le onde in mare, ci si tuffava dal “caminetto”, come chiamavamo un muretto su cui un tempo poggiava un trampolino, strappato da una mareggiata chissà quando.
Il mare allora mi faceva fantasticare di amore, l’amore che non conoscevo ancora per davvero e che rivestivo della colonna sonora che mi suonava nelle orecchie dal mio walk-man.

Poi finì il liceo, cominciarono le vacanze da sola, con gli amici e tutto cambiò.

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to be a citizen

I responsabili degli incidenti nelle folle sono sempre gli organizzatori

giugno 5, 2017

Mi sono ripromessa tempo fa di smetterla con le opinioni politico/sociali su questo blog, su Facebook e in ogni dove e fino ad ora sono stata abbastanza brava nel rispettare il proposito: riflettere di più e parlare di meno.

Oggi però una cosa la voglio scrivere e non per commentare i fatti di Torino, dove sabato sera in occasione della proiezione in piazza della finale di Champions League, si è scatenato il panico tra i 30.000 spettatori, con conseguente bilancio di 1527 feriti. Lo faccio per commentare come ci raccontano le cose.

Stamattina sui giornali è tutto un: “come possiamo difenderci dal terrore, anche solo presunto“, “come il terrorismo ha cambiato la nostra vita“, “dobbiamo smettere di riunirci in massa ora che c’è l’allarme terrorismo?“, “come rendere le piazze sicure in epoca di terrorismo” e insomma, la parola che predomina nella comunicazione è terrorismo. Proprio alla “psicosi da terrorismo” vengono attribuite infatti le responsabilità di ciò che è successo in piazza San Carlo.

E a me prudono le mani, perché qui il terrorismo c’entra come l’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando c’entra con lo scoppio della prima guerra mondiale. I feriti infatti, in questo caso, non li ha fatti il terrorismo e nemmeno l’allarme terrorismo: li ha fatti la folla (e i cocci di bottiglia, ma ci arriviamo) e non è neanche la prima volta.

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storytelling, to be me

Leggere per non diventare come loro

maggio 23, 2017

Sono salita sul nove appena prima di mezzogiorno. Il tram era piuttosto affollato ma ho trovato un posto a sedere di quelli rivolti verso il senso di marcia e l’ho subito occupato, tanto più che la macchinetta obliteratrice era proprio lì, a portata di mano. Avevo fretta di rimettermi a leggere il mio libro dove lo avevo lasciato qualche ora prima, scendendo dalla 91.
Naturalmente era troppo bello per essere vero e la macchinetta era guasta. Così mi sono dovuta alzare e il posto è stato occupato. Una volta timbrato il biglietto, sono tornata indietro alla ricerca di un altro posto faccia avanti. Detesto le sedute in riga lungo i finestrini: è tutto uno sbattere spalla contro spalla e culi che scivolano verso l’intercapedine tra i sedili, piedi puntati che non sanno dove stare e valigie che ti rotolano sulle scarpe.

Traballando lungo il corridoio centrale ho individuato un posto libero lato finestrino e, senza nemmeno guardarlo in faccia, ho chiesto all’uomo che stava seduto lì accanto se mi faceva passare.
Lui mi ha guardata un po’ stranito e ha chiesto conferma che volessi sedermi proprio lì, poi ha tolto dal sedile libero il sacchetto di plastica che portava con sé e si è spostato lasciandomi quello sul lato del corridoio.

Quando mi sono avvicinata di più ho capito. Il tipo puzzava di rancido e per questo forse era abituato a viaggiare senza compagnia: chi si siederebbe accanto a uno così?
Non aveva un’aria orribile a prima vista, ma l’odore non lasciava dubbi: doveva essere un vagabondo, un senza tetto, un rifugiato in attesa di permesso, un espulso senza passaporto o qualcosa del genere.  A quel punto non potevo fare la parte di quella che cambiava idea, così mi sono accomodata, addossandomi al bordo esterno del sedile per evitare che il mio braccio entrasse in contatto con la giacca sudicia del tizio.
Poi mi sono spostata un po’ più al centro, per paura che si accorgesse che mi tenevo a distanza e ci rimanesse male. Ma cazzo se puzzava.
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to be a mom

Cosa resta della donna quando diventa una madre?

maggio 12, 2017

madri prima che lo diventasseroMi è capitato di inciampare nel progetto della scrittrice Edan Lepucki (raccontato dalla scrittrice stessa sul NY Times in questo articolo) che ha chiesto alle sue lettrici e followers di inviare una foto delle loro madri prima che lo diventassero. Le foto vengono pubblicate sull’account @mothersbefore, su Instagram, e sono accompagnate da un racconto che contestualizza la foto e racconta qualcosa della madre ritratta e della figlia che ha inviato la foto (e potete contribuire inviando le vostre, con qualche riga di accompagnamento – in inglese -, a mothersbefore@gmail.com).

Ho pensato di mandare anche io una foto di mia madre da giovane, ma poi ho pensato che lei potrebbe non esserne felice e forse prima le chiederò il permesso. O forse non lo farò per niente, perché in fondo, come dice la Lepucki, le fotografie delle nostre madri prima che lo diventassero, sono uno specchio per noi che le guardiamo e siamo venute dopo e bisogna avere voglia di mettersi davanti a quello specchio.

Dentro le foto delle nostre madri da giovani c’è la storia da cui siamo venute e che abbiamo interrotto: carriere, sogni, aspettative e l’idea che avevano di sé.

Dentro le foto delle nostre madri da giovani ci sono le cose che abbiamo ereditato, con piacere o controvoglia.

Quelle foto ci ricordano la nostra battaglia adolescenziale per diventare diverse da loro a tutti costi, e ci rivelano che abbiamo fallito e che era più che altro una guerra dichiarata a noi stesse.            

Ci sono tante storie dentro ogni persona, ma le storie che vivono dentro una madre sono accomunate tutte dalla stessa frattura: che tu sia una ragazza di vent’anni appena, che poco o niente sa ancora della vita, o che tu sia una trentenne con un lavoro e dieci anni di indipendenza alle spalle, l’arrivo di un figlio tira una linea dritta e spessa tra un prima, che mai più sarà, e un dopo che è tutto da costruire senza avere idea di come. Tutto ciò che appartiene al “prima”, è affidato per sempre alle fotografie ed ai racconti che custodiscono la memoria di quell’epoca. Continua a leggere…

storytelling, to be a mom

Scusami, sono super incasinata. Ci sentiamo martedì!

aprile 27, 2017

“Scrivi un racconto in prima persona su qualcosa di interessante che ti è successo di recente”

Ho due figlie: Angelica di sette anni e Cecilia di quattro. Entrambe sono in vacanza da scuola per una settimana in occasione della Pasqua.
Oggi è giovedì: il primo giorno. Mi sveglio, anzi, mi svegliano prestissimo: non sono neanche le sette. Come da abitudine consolidata e sconsiderata, le spedisco a guardare la televisione, a fare colazione, ad ammazzarsi di botte sul divano: quello che par loro, purché mi lascino dormire.
La regola dei giorni festivi è che prima delle nove non dovrebbero nemmeno avvicinarsi alla mia camera. La sveglia al led di Ikea coi numeri grandi è deputata a indicare loro da quale momento in poi siano autorizzate a buttarmi giù dal letto.
Naturalmente non hanno rispettato il dictat e mi tormentano già dalle otto, ma la mia ostinazione ha avuto la meglio e ho fatto dentro e fuori da un sogno assurdo svariate volte. Non lo saprei raccontare nel dettaglio, c’entravano un compito che devo fare per il mio corso di scrittura creativa, un importante incontro con il direttore marketing global di Ferrero e una lite con mio marito che non è mai avvenuta.
Ormai sono le nove e mi alzo, ottimista nonostante tutto: ho tutta la mattina per lavorare, il privilegio di farlo in casa e due figlie abbastanza grandi da intrattenersi da sole.

L’errore che ho fatto, quello che manda a pallino tutto il programma, è stato indurle a stare davanti ad uno schermo per un’ora (forse due), così adesso sono irritabili e pigre. Ciondolano senza sapere cosa fare di se stesse. Se non ciondolano, litigano. Se non litigano, chiamano. Continue Reading…

storytelling, to be me

Cos’è un freelance

marzo 27, 2017

Sui freelance sentirai dire tutto e il contrario di tutto.

Ognuno ha la sua idea di cosa sia un freelance, nessuna è sufficientemente accurata da descriverli tutti perché, ve ne sarete accorti, ormai siamo tutti freelance.

Per il fisco il freelance è un ricco professionista con la tendenza ad evadere le tasse. Proprio per questo non si fida e pretende che gli paghi tutto in anticipo: l’iva, i contributi, le tasse, il loculo al cimitero.

Per l’azienda che ti fa lavorare sei un monaco della professione, un Cavaliere del Lavoro Sottopagato. Tutto quello che fai, lo dovresti fare più per passione che per denaro. D’altra parte mica pretendono che ti presenti in ufficio tutti i giorni. Perché dovrebbero pagarti 40€ all’ora, quando un dipendente gliene costa massimo 20 e per giunta si prende la briga di presentarsi ogni mattina in ufficio e per 9 ore di fila in media?

Per il tuo commercialista sei una sostanziale perdita di tempo: non guadagni abbastanza da consentire a lui di alzarti la parcella, deve fare per te tutti i lavori più pallosi senza mai la soddisfazione di un bilancio, di una redistribuzione di capitale, di un piano finanziario. Ti mollerebbe volentieri, se non fosse che gli fai pena e che poi alla fine è un freelance anche lui e in qualche modo deve sbarcare il lunario, anche grazie ai disperati come te.

Per il tuo compagno / compagna di vita sei un ectoplasma. Non sa mai se ci sei o non ci sei, non può fare affidamento né sui tuoi orari, né sul tuo stipendio e quella volta che hai cercato di spiegargli che nel tuo settore la reputation che ti puoi creare su Facebook funziona molto meglio della questua porta a porta dei possibili clienti, gli si è piantato in testa il sospetto che passi il tuo tempo a cazzeggiare sui social ed è proprio per questo che non contribuisci al bilancio familiare con lo stipendio di cui sopra.

Per tua madre e tuo padre sei una ferita aperta e sanguinante. Loro, che ti hanno pagato l’università, inclusi gli anni fuori corso, e non hanno mai ottenuto in cambio la soddisfazione di saperti “sistemato”, in modo da potere finalmente investire liquidazione e pensione in quel bilocale vista porto a Diano Marina.

Per i tuoi figli cresciuti sarai una palla al piede, ma di questo preferirei non parlare per scaramanzia.

Nella mia esperienza un freelance è un povero stronzo che non aveva alternative.

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life in pictures, storytelling, to be me

Il portoghese è una lingua aspra con un cuore gentile

marzo 20, 2017

Il portoghese è una lingua dall’involucro aspro ma, sotto la crosta, c’è il latino che la rende gentile.

Capire la natura di questa lingua, equivale a scoprire la natura del popolo che la parla.

Era il Settembre 2003 quando sono arrivata in Erasmus a Lisbona. I miei colleghi di mezza Europa, in meno di un mese dall’inizio dell’anno scolastico, avevano formato gruppi, creato appuntamenti fissi: avevano un bar d’elezione – che io evitavo accuratamente -, si parlavano fra di loro in inglese maccheronico e non sembravano interessati a scoprire i segreti dell’idioma locale. Italiani e spagnoli se la intendevano alla perfezione, complici due lingue che andavano a braccetto. I nordici erano quelli per i quali la lingua risultava più ostica, infatti non l’avrebbero neanche imparata. Molti non ne avevano nemmeno bisogno, visto che in alcune facoltà le lezioni si tenevano in inglese.

Invece io, dopo un primo approccio un po’ ostico, avevo iniziato a familiarizzare con quella lingua aspra.
Dopo qualche settimana riuscivo a capire dove finiva una parola e dove ne iniziava un’altra: un traguardo notevole rispetto alla nebbia dei primi giorni. Avevo individuato alcuni intercalari che ricorrevano, anche se non ne avevo ancora decifrato il senso. Le parolacce me le avevano insegnate Ricardo e Bruno, i due baristi del pub che frequentavo ogni sera. La lezione era stata molto utile ad orientarsi nella parlata di strada:“caralho” e “fodes” erano le esclamazioni che risuonavano di più per le vie del Bairro Alto, specialmente dopo una cert’ora. Isolate quelle, mi ero dedicata con perizia a tutte le altre intorno.
Mi aveva incuriosita subito un’esclamazione che sentivo spesso inaugurare un discorso: “eh pà!”, intraducibile, se non ricorrendo al dialetto. Avevo concluso che fosse assimilabile al “pota” bergamasco, o al “fes” bresciano e avevo deciso che non l’avrei mai usata.

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