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Boy Meets Girl | Sei Storie Sbagliate

maggio 2, 2018

Sei racconti a domicilio

Ho scritto “Boy meets Girl – Sei storie sbagliate”  una serie di racconti che girano intorno a 6 personaggi principali (più una voce narrante non identificata di cui mi chiederete conto, e io non saprò rispondervi).

Sono sei storie d’amore, o di sesso o di qualcosa che sta là in mezzo.

boy meets girl

Illustrazione: particolare da “Fadeaway” di Caterina Pinto @ Boombangdesign

Questa serie sta lì nei miei progetti e nel mio computer da circa un anno. Ho scritto e riscritto, ho incluso e poi escluso alcuni racconti. Altri li ho inclusi e poi estromessi. Alla fine sono arrivata ad una forma che è sicuramente perfettibile, persino dal mio punto di vista, ma che è ora di lasciare in pace per sempre. Un editor avrebbe molto da dire: lo so perché tempo fa ho chiesto una consulenza professionale in seguito alla quale ho dovuto operare una rivoluzione profonda di forma e di trama. Non ho avuto un confronto successivo sulla forma definitiva (per una serie di ragioni), quindi sono certa che non sia un prodotto “professionale”.

Ma tutto sommato ho deciso che va bene così.

Ora lasciate che risponda ad alcune domande che mi sono già state poste, so che alcuni di voi se lo stanno chiedendo.

Perché scrivi racconti?

Perché mi viene e mi diverte.

Perché non provi a pubblicarli?

Perché i racconti hanno poco mercato, li pubblicano in poche case editrici che tendenzialmente non puntano agli esordienti.

Perché non tentare l’auto-pubblicazione?

Perché sarei in imbarazzo a chiedervi dei soldi. Oltre naturalmente al fatto che dovrei gestirmi la stampa di un vero libro, dovrei metterlo on-line e in vendita etc etc…

Francamente mi basta che questi racconti siano là fuori. Belli o brutti, che qualcuno li legga, che smettano di vivere solo nella mia testa e nel mio computer e mi mettano in comunicazione con il mondo.

Ogni lettore sarà per me una relazione nuova, e un’attestazione di fiducia che mi lusingherà.

Quindi grazie in anticipo a chi si iscriverà e ancora di più a chi avrà voglia di coinvolgere qualcun altro nella lettura.

Ci si iscrive qui sotto e non riceverete altro che i 6 racconti in questione (no mail-marketing, forever)

 

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Forma e Sostanza

aprile 17, 2018

Scrivi un racconto che abbia come tema principale l’Invidia

(tempo di lettura: 15 minuti)

Se all’inizio della terza liceo qualcuno mi avesse detto che saremmo diventate migliori amiche, gli avrei riso in faccia: io e Valentina Neri non apparteniamo neanche alla stessa categoria antropologica.
La genetica si è divertita a giocare partite opposte, quando si è trattato di definire le nostre fattezze. Lei è nata bella da genitori brutti, io sono nata brutta da genitori belli: a me l’intelligenza, a mio fratello Edoardo la faccia da schiaffi di mio padre e gli occhi blu di mia madre.
Invece un giorno, senza apparente motivo e per sua iniziativa, Valentina mi si siede accanto sull’autobus che ci riporta al paese dopo la scuola.
«Cosa ascolti?», mi dice, come se parlarsi fosse una cosa normale.
Io ho la musica alta nelle orecchie. Mi levo gli auricolari e le faccio una smorfia come a dire “ce l’hai con me?”. Lei sorride con quella fila di denti che ci potrebbe fare le pubblicità dei dentifrici e indica il walkman in cui sta girando il cd.
«La musica. Cos’è? Si sente fino a qui…»
«Ti dà fastidio?», faccio io.
«No, mi incuriosiva.»
Sorride di nuovo. Ha uno sbaffo di rossetto viola su un canino.
«Sono i C.S.I.», butto là io con aria di superiorità. Lei mi prende le cuffiette senza chiedere, se le infila nelle orecchie e comincia a muovere la testa a ritmo. Poi si abbandona sullo schienale e comincia a far ruotare le braccia una sull’altra a tempo e io provo una fitta di imbarazzo. È “Forma e sostanza”, diocristo, non una hit dance.
Le tolgo gli auricolari e chiedo: «Hai una vaga idea di cosa parli questa canzone?»
«No, ma mi piace. Ha un effetto, tipo, “strobo”. Figo, no?» e ricomincia con quei gesti imbarazzanti di prima. Forse sto arrossendo, allora mi chino e metto il walkman nello zaino. Intanto il pullman è partito e io non ho ancora capito cosa ci faccia questa fighetta disco vicino a me.
«Sei sempre una secchiona?», mi chiede ripescando nella nostra infanzia condivisa quello che dev’essere l’unico ricordo che ha di me.
Non so perché le do corda. Parliamo dei nostri compagni delle elementari: un paio sono in classe con lei, alle magistrali, un paio con me, al classico. Esauriamo i venti minuti di viaggio parlando di niente, poi arriva la sua fermata e scende. Due fighette simili a lei, ma insignificanti, la aspettano sulla panchina, si salutando baciandosi sulle labbra, poi prendono le scalinate di metallo dei bagni comunali e spariscono in spiaggia.

Il giorno dopo succede di nuovo. Gli studenti si assiepano sul piazzale della stazione in un magma confuso. Non è difficile individuare Valentina tra la folla: attorno a lei si forma sempre una cintura di vuoto. Dall’alto del pullman puoi notare un cerchio preciso tra le teste e gli zaini e lei al centro. Le amiche, le gregarie, pendono dalle sue labbra. I ragazzi sbavano ma non osano avvicinarsi: aspettano di essere scelti da lei che invece non guarda nessuno.
La vedo raccogliere la tracolla da terra e buttarsela su una spalla, i capelli setosi fanno la ruota mentre abbandona il gruppo e si incammina verso il pullman.
Pochi secondi dopo è di nuovo seduta accanto a me.
La conversazione è più briosa del giorno prima. Parliamo delle nostre scuole: ginecei asfittici dove è impossibile avere una vita sociale. Io non ne ho molta neanche fuori, per la verità.
«Da noi il rappresentante d’istituto si elegge a crocette, facendo passare un foglio per le classi», dico io.
«Da noi ci sono le suore», ribatte lei vincendo la partita. Ridiamo.
Lei si passa il rossetto viola sulle labbra carnose specchiandosi nel metallo del posacenere attaccato al sedile di fronte. Io guardo il mio riflesso nel vetro del finestrino: ho un brufolo sulla guancia così grosso che si vede anche da lì.
«Parla della società liquida», fa Valentina dopo avere chiuso il suo rossetto. Mi guarda con quegli occhi assurdi, nocciola screziati di giallo. Io ci metto un attimo a capire.
«La canzone di ieri. È proprio figa comunque, mi fai il cd?»
Sarei tentata di chiederle chi gliel’ha suggerita, questa della società liquida. Mi trattengo, ma forse la guardo con sufficienza perché le si incrina la spavalderia.
«Domani te lo porto», dico sorridendo e mi sento pure un po’ stronza.
Lei mi saluta e scende dal bus.

Questa storia continua per un mese e io non chiedo spiegazioni, seppur continui a domandarmi cosa voglia da me. Poi, finalmente, un venerdì capisco.  Continua a leggere…

appunti

Chi è Alessandro Mannarino

aprile 7, 2018

Adesso i casi sono due: o state pensando “Mo’ vedi se me lo deve spiegare sta qua, chi è Alessandro Mannarino…”
Oppure state pensando: “Mannarino chi?”

Io facevo parte della seconda categoria fino all’estate scorsa quando, grazie al mio amico Andrea, mi sono convinta a fare  l’abbonamento premium a Spotify. Dovete sapere che, già dopo i primi ascolti, Spotify mi conosceva meglio di quanto io conoscessi me stessa, e ha cominciato a propormi musica meravigliosa e adatta a me, anche quando non avevo voglia di cercarmela da sola.

canzoni di mannarino live

È così che ho scoperto le canzoni di Mannarino, a partire da Apriti Cielo, il disco che è uscito nel 2017 (e che ha esordito in vetta alla classifica FIMI dei dischi più venduti in Italia, nello stesso periodo in cui si celebrava a radio unificate il grande successo dei Baustelle, che però erano solo al secondo posto).
canzoni di alessandro mannarino
Quest’estate il tour di quel disco ha riempito arene e palazzetti per un totale di centomila biglietti venduti. Centomila, cinque zeri.
E voi non sapete chi è Alessandro Mannarino, per dire.

(NOTA: A inizio anno è uscito il disco Apriti Cielo Live che costituisce un ottimo punto di partenza, se non conoscete l’artista)

Ma dicevo di Apriti Cielo, versione in studio. A parte la canzone che dà il titolo al disco, che è un inno liberatorio e catartico da cui non è difficile farsi coinvolgere (apriti cielo e manda un po’ di sole a tutte le persone, che vivono da sole), mi sono crogiolata per giorni e giorni dentro due canzoni in particolare: “La Frontiera” e “Un’Estate“. Sono canzoni pregne di una malinconia densa e calda, di quelle che ti cullano parlandoti di cose che ti riguardano molto da vicino, partendo da molto lontano.

Un’estate

C’è una coppia di amanti in un motel, che sia ama senza dirselo. L’amore è spaventoso, ti rende vulnerabile (in un’altra canzone, “Al Monte“, dice: ora che ci amiamo, chi ci proteggerà?) e quello che c’è fuori dal motel a ore non t’aiuta: le prospettive sono poche e a senso unico (futuri manovali e ballerine) e per andare senza una guida (soli senza strade) e contro corrente (dentro al grano), ci vogliono coraggio e fortuna. Nasciamo che siamo tutti uguali, eppure un attimo dopo non lo siamo già più: la nostra strada la determinano e la condizionano i luoghi dove nasciamo, le persone con cui cresciamo e c’è chi non ce la fa, e diventa un mostro (fratelli sfortunati, col sangue avvelenato da neonati).

La Frontiera

C’è un’altra coppia che invece, prigioniera di un nemico armato, cammina nella neve davanti a un plotone schierato, e sotto gli occhi dei soldati comincia a fare l’amore (per paura dell’esecuzione o per il dolore). I soldati li guardano e non capiscono: non sanno riconoscere l’amore, la vita. Pensano che si contorcano e gemano in uno spasmo di morte (ecco che cadono a terra, guardate son morti) e invece quei due sono appena venuti (appena rinati). Di guerre nel mondo ce n’è abbastanza per scegliere a quale attribuire questa storia, ma a me è suonato più come il racconto di come stiamo diventando (una voce più forte dell’altra parlò dal balcone), proprio adesso (una folla più grossa dell’altra decise il da fare) e che i risvolti potrebbero essere tremendi, dovremmo riconoscerli perché ci siamo già passati, eppure non lo ricordiamo (e venne il tempo in cui questo paese fu di un solo colore).
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Maschi quarantenni e partite da rifare

febbraio 23, 2018

«A quarant’anni gli uomini sono tutti accoppiati e, se non lo sono, è perché non son buoni. Dai retta a me.»
«Accoppiati sì, ma tanto infelici.»
«Ma per forza: non erano preparati!»
«A cosa?»

«Alle donne! Siamo realiste: i maschi di quella generazione sono venuti su col Drive-In e i modelli patriarcali, che nel frattempo sono decaduti senza che nessuno si preoccupasse di avvisarli. Per le ragazze c’erano le femministe, le scrittrici, Cioè. Ma chi ha mai parlato con loro? Ai maschi non ci ha pensato nessuno e adesso si ritrovano con queste fidanzate e mogli che a quarant’anni gli esplodono in mano e non sanno neanche bene il perchè.»
«Dai, però se la cavano! I quarantenni di oggi sono padri di femmine molto migliori dei nostri. Mio padre non ha ancora settant’anni e quando ero piccola vagheggiava del “buon partito” che avrei dovuto trovare! Nessun quarantenne lo farebbe oggi con una figlia.»

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to be me

Non ce la farò mai

febbraio 21, 2018

Mi alleno spesso ultimamente.
Ho preso l’abitudine della palestra per combattere quel sentirsi sempre stanca, sempre in cerca, sempre delusa. Quello di migliorare la salute del mio corpo, non meno del suo aspetto esteriore, mi è parso un obiettivo realizzabile di cui avrei potuto facilmente misurare i risultati e così è stato.

Non sono ancora giunta ad un accordo di convivenza pacifica con la mia faccia, mi è sempre sembrata come appartenere a un’altra. Mi ha dato spesso l’impressione di raccontare fuori una storia diversa da quella che si svolgeva dentro. Bugiarda e ingrata, proprio verso di me che la porto a spasso da una vita.
Con il corpo è più facile: bella o brutta, è quella la macchina che ci porta in giro e abbiamo noi il potere di farla funzionare bene o male. Il corpo lo puoi spingere oltre i suoi limiti, la faccia no.
Intorno al corpo si giocano le battaglie più aspre: penso a chi si affama alla morte, chi mangia e vomita e chi si infagotta per sparire, prigioniera di un mezzo che non ha mai imparato a guidare.

Io il mio corpo lo porto oltre il limite: è questo che mi piace dell’allenamento. Il confronto e lo scontro con altri corpi, la competizione, invece, non ha mai fatto per me. Infatti non ho mai praticato alcuno sport con successo, al massimo ho mangiato frustrazione.
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Quattro ragazze normali – 1 di 4

febbraio 6, 2018

cose da ragazzi 1993 metoo

1. Son cose da ragazzi

La ragazza ha 13 anni, lui ne ha 17 ma quei quattro anni sono un abisso.
L’amica smaliziata di lei l’ha trascinata dentro un gioco di seduzione a quattro, con due ragazzi “grandi”, e lei non si è fatta domande: il ragazzo è carino e ha pensato che a tredici anni è ora, mica si è più bambine. Bisogna dirlo, bisogna farlo vedere.

Il gioco di seduzione non va a finire bene: c’è un’unica serata in cui la ragazza può rimanere fuori un po’ più tardi, con la scusa di una festa di paese per cui si stanno costruendo grandi carri allegorici di carta pesta fino a notte fonda.
Fuori dal cono di luce del faro sotto cui si incolla e dipinge in una corsa per arrivare in tempo alla sfilata, in un angolo semibuio del parco, tra una giostrina e un’altalena, il ragazzo la butta a terra e le è sopra. Lei si era figurata l’amore in modo un po’ diverso, le era sembrata una cosa bella e tenera. Lui invece le fruga in mezzo alle gambe, sopra i pantaloncini, per fortuna. Cerca un seno che non esiste ancora, le chiede: «Ti piace?», e lei dice solo «No». Continua a leggere…