to be a citizen

Una risata li seppellirà

agosto 18, 2016

street_art_London

Quando non sanno più cosa dire su di una donna, si buttano sull’aspetto estetico, e lo fanno anche le donne, è questa la parte più triste.

Vi racconto un aneddoto di vita vera: stamattina davanti a casa mia c’è stato un incidente. Nessun ferito, una macchina da buttare e due con danni di carrozzeria, tutte e tre colpevoli solo di essere state parcheggiate nel punto in cui una sopraggiungente e potente Audi A5 credeva ci fosse l’imbocco della via in cui intendeva svoltare, che invece era più o meno 25 metri più avanti.

Alla guida dell’auto una Signora molto magra, in impalpabile camicia animalier, jeans super skinny neri, tacco 12 e giganteschi occhiali da sole che non ha mai tolto per le 4 ore abbondanti che sono servite alle 3 pattuglie della Polizia Locale sopraggiunte per stendere i verbali.

La conducente dell’Audi (d’ora in poi “la Sospettata“) era strafatta di svariate sostanze di cui solo l’alcol, per sua natura intrinseca, aleggiava nell’aria, rivelandosi. Nella fattanza totale, la Sospettata non si dimostrava particolarmente collaborativa con gli agenti, dichiarando, per esempio, che non era lei alla guida dell’auto (nonostante le avverse testimonianze oculari) e in uno dei picchi di rabbia, che alternava a momenti in cui piagnucolava e si disperava, sfogava la sua frustrazione sull’unica poliziotta presente, apostrofandola secondo il classico stilema:

“Sei una stronza culona, dovresti scopare di più. Fai questo mestiere di merda perché con quel culo cos’altro postresti fare?” 

Un collega dell’oltraggiata che, come la Sospettata, non ha mai tolto gli occhiali da sole – neppure in macchina mentre compilava il verbale – si è affrettato a sottolineare che “tra l’altro non è assolutamente vero che è una culona, anzi, è davvero in forma“, come se fosse rilevante.

Dal punto di vista della Sospettata, la frase doveva avere un senso: il quadro generale e il suo aspetto in particolare sembravano suggerire che lei, quel suo microscopico e sodo culo, lo stesse facendo fruttare molto bene, sicuramente meglio di quanto il lavoro da poliziotta deve rendere mensilmente, ma queste sono solo illazioni mie perché in fondo sono un’arpia velenosa come tutte.

Il punto è che, per quanto ci sforziamo di essere progressisti, i corpi in generale e quelli delle donne in particolare, abbiamo imparato a misurarli, soppesarli e giudicarli più o meno nella stessa epoca in cui abbiamo imparato a parlare e questo è ciò che sta alla base dei due effetti estremi che ho appena illustrato sopra: da una parte la Sospettata che, sicura del suo corpo, si è scagliata contro l’unica donna presente e, non avendo altre armi nel suo repertorio dialettico, ha pensato di sopraffarla con l’evidenza della sua forma fisica. Dall’altra io, che vedendo una donna super rifatta, strizzata in un paio di jeans skinny, con una camicia leopardata che le lasciava scoperto l’ombelico e alla guida di una macchina che costa quanto un monolocale in zona 4, non ho pensato “dev’essere la top manager di qualche super azienda“, ma “questa è una zoccola“.

La differenza tra me e lei risiede nel fatto che io il mio giudizio sommario mi sono limitata a pensarlo, e non ha a che fare in alcun modo con quella “trasparenza” dietro cui si nascondono maleducazione e scarsa empatia.

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Cosa andiamo a fare a Londra

agosto 11, 2016

Io, per esempio, ci sono andata per lavoro e poi, già che c’eravamo, siamo rimasti qualche giorno in più a fare i turisti.

Siamo andati a passeggio sui canali di cui parla la mia canzone feticcio del periodo, che fa più o meno così:

La mia casa è a Camden Town, nella Londra dei canali, dei mercati sempre pieni, degli inglesi sempre strani

Daniele Silvestri, La mia casa

Regent's Canal

Io, per esempio, mica lo sapevo che ci fosse gente che ci vive proprio, in queste barche ormeggiate lungo i canali.

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Volare low-cost: ricordati che sei “povero”

agosto 2, 2016

Quando avevo 12 anni ho preso il mio primo volo: andavo a Londra, proprio come adesso, per una vacanza studio (no, adesso non sto andando in vacanza studio) .

Mi ricordo bene l’eccitazione del “check-in“, dei controlli ai raggi X e delle perquisizioni che ti facevano sentire dentro un film di 007; e poi quella prima fascinazione per gli aeroporti, analoga a quella per le stazioni e le autostrade: quei “non-luoghi” sospesi nella dimensione del possibile che separa monconi di vita che accadono a distanza.

Il volo durava un’ora e mezza, proprio come adesso eppure a bordo si prodigavano parecchio per renderti il viaggio piacevole e il più breve possibile, intrattenendoti, tra le altre cose, con cibi e bevande anche in orari incongrui. All’epoca ti poteva capitare facilmente un pranzo alle 11:15 del mattino, o uno spuntino a base di prosciutto gommoso, verdure mignon e formaggio fosforescente alle 14:00.

All’epoca le hostess erano sorridenti tanto quanto oggi, l’unica differenza è che sorridevano gratis.

Fino agli anni ’90 del ‘900 prendere un volo di linea in classe turistica ti dava l’illusione di essere “ricco”. Volare low-cost oggi ti ricorda che sei “povero”, senza troppi giri di parole.

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Funziona più o meno così: ti sei affacciato al tuo portale di viaggi preferito alla ricerca della tratta che ti avrebbe portato in vacanza e hai trovato un volo ad un prezzo incredibile ma ad un orario scomodo e tu ti sei detto: “Pazienza, nessuno è mai morto per una sveglia alle 3 di notte, tanto più che poi sarò in vacanza…“.

Poi però ti sei fermato ad analizzare la distanza tra l’aeroporto e la città dove pensavi di atterrare e ti sei trovato costretto ad aggiungere una quota significativa di budget per il trasferimento dall’aeroporto all’albergo e forse – ma ti rifiuti di verificarlo a posteriori – avresti speso gli stessi soldi per atterrare in quell’altro aeroporto, quello da dove parte una comoda metropolitana che ti avrebbe portato in centro per una manciata di spiccioli e in 15 minuti.

Ma ormai sei in ballo, tanto vale ballare. Continua a leggere…

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La paladina della mia adolescenza è una sfigata

giugno 6, 2016

È il ponte del 2 giugno e noi abbiamo deciso di rimodernare la camera delle bambine, così dopo un obbligato trasferimento della prole dalla nonna, oggi ho passato la giornata a traslocare giochi, spostare, stirare e riorganizzare armadi, mentre lo zio che tutti vorreste avere stendeva una mano di rosa intenso sulle pareti, nella stanza accanto.

Potevo sopravvivere alla giornata di odiose faccende domestiche senza media di conforto?

Ovviamente no, così ho approfittato della prigionia dell’asse da stiro per guardare su Netflix “Un compleanno da ricordare” (o “Sixteen Candles, come si chiama in inglese e che è oggettivamente un titolo migliore).

Da ragazzina avevo una vera passione per Molly Ringwald, la rossa paladina di tutte noi adolescenti che si sentivano sfigate, quella che dava un senso a quei pomeriggi d’estate con gli scuri accostati in cui guardare i suoi film replicati a nausea su Italia Uno, era una meravigliosa alternativa al caldo appiccicoso che faceva fuori.

Oggi ho riguardato il film con le aspettative di allora e ne ho ricavati sentimenti molto diversi verso la paladina dei miei “assoluti pomeriggi” di allora (che sarà anche normale, direte voi, ma io ne sono rimasta delusa ciononostante).

Sam è la secondogenita in una famiglia con 4 figli (e quanto era affascinante anche solo questo nome da maschio eppure da femmina, per cui almeno il 40% di noi ha pensato: “da grande chiamerò mia figlia Samanta, così poi tutti la chiameranno Sam” - e se alla fine l’avete fatto davvero, ora raccontatemi la delusione del sentirla chiamare da tutti Samy -). La sorella maggiore di Sam, bionda e wasp, è a un passo dall’altare con un bellimbusto proto-trumpiano e, proprio a causa dell’imminenza di questo matrimonio, tutta la famiglia si dimentica del suo compleanno.

Si dimenticano del suo sedicesimo compleanno, che negli Stati Uniti conta più del diciottesimo, in cui non succede niente di speciale, mentre invece i sedici anni rappresentano la vera emancipazione perché finalmente si può guidare la macchina ed abbandonare lo Scuolabus, vivaio di geek e mocciosi e massimo livello di onta sociale in una scala in cui Dieci sono il quarterback della squadra di football della scuola e la capa delle cheerleader dell’ultimo anno, e Zero sono gli exchange students, perculati in questo film che la sua sola visione basterebbe a ridimensionare il livello di razzismo degli italiani verso gli immigrati del sud del Mediterraneo.

Vi ho mai detto che sono stata una exchange student?

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Lo Zen e l’arte di insegnare ad andare in bicicletta

aprile 11, 2016

Da venerdì scorso ho una figlia di 6 anni.

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6 come: non basta più una mano sola.

6 come: andrà a scuola a settembre e vorrei fosse la scuola migliore del mondo e forse non lo sarà e andrà benissimo lo stesso, ma in questo momento vorrei poterle trasformare tutte nelle scuole migliori del mondo (tipo queste).

6 come: il secondo sconvolgente scatto di crescita che è meglio comprare fast-fashion, se non vuoi dilapidare fortune nell’arco di un singolo ciclo vegetativo dei platani sui viali.

6 come: andare in bicicletta senza rotelle.

Come i migliori genitori da barzelletta, le abbiamo comprato il monopattino a 2 anni e un minuto, la prima mini-bici a 3 anni e 30 secondi, la prima bici-vera a 4 anni e 2 decimi e per fortuna ora abbiamo imparato la lezione e il motorino non lo avrà a 14 anni.

Abbiamo imparato che è bene verificare in anticipo che il mezzo sia alla sua portata, prima di completare l’acquisto. Cosa che non abbiamo fatto fin’ora, evidentemente, con il risultato che il monopattino è stato utilizzato con successo e soddisfazione solo dai suoi 3 anni, la bici piccola è finita in solaio con le ruote ancora immacolate e quella grande, che ci ha fatto litigare qualche decina di volte, è stata parcheggiata in garage, privata delle controproducenti infernali rotelline, e dimenticata fino più o meno a 4 giorni fa.

Mi ero rassegnata: “non ho pazienza, non ce la posso fare”.

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to be a mom

Cose che mi sembravano una figata e invece no

marzo 29, 2016

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Il parchetto

All’inizio della mia carriera di mamma il parchetto (parco giochi, giardinetti, playground o come lo volete chiamare) rappresentava un appuntamento irrinunciabile: autentico highlight di una giornata passata per lo più in solitudine, a parte che per una neonata per niente incline al sonno che abitava in casa mia già da qualche mese.

Vivevo in una casetta deliziosa ma senza uno spazio all’aperto. Le fronde degli alberi che si stagliavano sul viale, di fronte alla finestra della sala, non compensavano lontanamente il via vai incessante di auto e il caldo dell’estate incipiente mi spingeva ad uscire, passeggiare e far prendere aria al cervello intorpidito dalla mancanza di sonno.

Al parco capitava di incontrare le mamme viste già al consultorio: alcune di loro portavano coperte su cui si sedevano all’ombra degli alberi, allattavano, chiacchieravano di quegli argomenti che interessano solo alle mamme e solo nei primi 6 mesi di vita del loro primo figlio. Sradicata dal contesto della nubile lavoratrice che ero, quei pomeriggi mi prefiguravano un nuovo corso: nuove amicizie, nuove routine in una città che nuova non era, non del tutto almeno, ma che da qualche mese mi si era rivelata sotto spoglie inedite.

Non appena i pupi sono diventati qualcosa in più che teneri bambolotti e le mamme (quelle che ce l’avevano ancora) sono tornate al lavoro, tutto è cambiato. Niente più coperte, niente più relax: solo la strenua corsa per strappare il sacro frutto dei tuoi lombi dalla traiettoria minacciosa delle altalene, l’alienante sequela reiterata allo sfinimento di spinte di quelle medesime altalene e poi le conversazioni in cui non si ha mai il privilegio di guardarsi negli occhi, troppo presi a seguire un figlio ormai spericolato che si lancia da uno scivolo, affronta un quadro svedese fuori dalla sua portata, tende a sparire dentro scivoli tubolari per interminabili secondi (non più di 30, in ogni caso) facendoti presagire il peggio. Come si può stringere un rapporto di valore, quando non si riesce a guardarsi negli occhi o a concludere un concetto senza essere interrotti da “acqua!”, “pipì!” o peggio “cacca!”?

Si può, in effetti: col sostegno della consuetudine, quella cosa che quando ricominci a lavorare non ti puoi più permettere.

E poi la ciliegina sulla torta: i bambini grandi. Quelli che si arrampicano sugli scivoli tubolari ma all’esterno, rischiando la vita loro propria e di quelli su cui non di rado cadono rovinosamente; quelli che sfrecciano in bici sul pavimento morbido dove scorazzano i più piccoli, incuranti dei chilometri di viali lastricati a disposizione; quelli le cui madri, che probabilmente hanno fatto amicizia più facilmente proprio in virtù di quel tanto di menefreghismo necessario a poter sostenere conversazioni da adulti in quel contesto, chiacchierano fittamente sulle panchine, lasciando a te l’ingrato compito di sgridare la loro prole e facendoti guadagnare la fama della mamma rompicoglioni del parco – e quando poi potranno vendicarsi sui tuoi figli c’è solo da augurarsi di avere abbandonato il campo (giochi).

Dio quanto lo odio, il “parchetto”.

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Racconti

Questi fantasmi (un racconto)

febbraio 15, 2016

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– C’è uno qui che ha la voce identica alla tua.

 

- Qui dove?

 

– Qui, dove lavoro.

- Sarà un fantasma.

 

– Si chiama Eduardo. Non Edoardo, Eduardo, come De Filippo.

- Allora sono “Questi fantasmi”.

 

– Ci vediamo?

- Sono passati 10 anni.

 

– Ne sono passati 9.

- Sì.

 

Pioveva. Aveva sperato in una giornata di sole: gli aveva dato appuntamento al Parco dei Marinai d’Italia perché l’idea di incontrarlo tra quattro mura le dava la claustrofobia.

Era sveglia dalle 8 e non sapeva come impegnare il tempo da lì alle 13:30. Scrivere era impensabile, non aveva altro per la testa che la situazione in cui s’era andata a infilare, di sua iniziativa per giunta, e tutto a partire da un messaggio che le era uscito dal telefono non sapeva neanche bene perché.

Aveva deciso di farsi la doccia e lavarsi i capelli, che non erano ancora troppo sporchi, ma non voleva correre il rischio di grattarsi tutto il tempo la testa per la tensione: era un tic imbarazzante, specialmente perché se la cute non era lavata di fresco produceva una specie di forfora minuta che le pioveva sulle spalle e tutt’intorno. Naturalmente la piega non le era venuta bene, non come l’avrebbe desiderata. Non in un modo che la facesse sentire carina, ammesso ne esistesse uno, date le circostanze. Quella rosa sulla tempia aveva avuto la meglio su di lei e sul phon e alla fine si era rassegnata a legarli in una coda di cavallo.

Con l’aiuto di uno specchietto da barba aveva controllato l’acconciatura da dietro, riflessa nello specchio grande, e non aveva potuto evitare di rivedere in quell’immagine nel tondo una figura di tanto tempo fa. Allora aveva aperto l’armadietto “dei ricordi”, frugando un po’ in tutte le scatole che vi erano contenute e alla fine aveva trovato la cassetta mini-dv che cercava.

E come cavolo la guardo, ora?“, aveva pensato.
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Mamme VS Mamme

aprile 4, 2016

C’è un equivoco in cui stiamo cadendo un po’ tutte e così finisce a farsi la guerra tra noi, invece di lavorare al comune interesse.

Se una donna dice: “sono tornata al lavoro dopo un mese“, le mamme “chiocce” la contestano armate di trattati di pedagogia in cui si difende l’importanza della presenza anche fisica della madre e dell’allattamento al seno.

Come se il lavoro ripreso in tempi brevi costituisse, di per sé, la negazione di tutto questo.

Non lo è per tutte: potrebbe non esserlo per nessuna.

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RF image – fonte: Pixabay

Il lavoro non vuole dire per forza prigionia: 8 ore in ufficio, magari a un’ora di strada da casa, magari con pausa pranzo forzata di 2 ore. Cominciamo a parlare di questo, sarebbe più utile che contestarsi a vicenda facendo a gara alla “madre dell’anno”: il lavoro può essere pensato in un altro modo. Esistono esempi virtuosi a tutte le latitudini: guardiamoli, prendiamo appunti e impariamo come si fa.
Pretendiamo che sia così, se non per noi, per le nostre figlie quando ci arriveranno.
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