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Una cosa che non vi ho mai raccontato

novembre 23, 2016

Correva l’anno 2014.

Mi ero appena sollevata, per così dire, da un periodo nero e funesto di cui ho raccontato in un lungo post che non volevo nemmeno scrivere, e che invece poi ha scatenato una tale solidarietà da farmi pentire di essermelo tenuto per me tanto a lungo. A fasi alterne avevo frequentato diversi co-working (quello del cuore è rimasto ed è tuttora questo qui) e in quel periodo in particolare, mi appoggiavo ad una scrivania in uno spazio co-gestito da due mie amiche grafiche e da una piccola ma agguerrita casa di produzione video.

Il motivo per cui stavo lì, nonostante si trovasse dall’altra parte della città e fosse davvero complicato da raggiungere la mattina a causa del traffico, era che già da qualche mese avevo lanciato a Caterina e Lorenza una delle mie famose idee (ne partorisco in serie, solo alcune prendono vita, e in ogni caso mi ripropongo di riflettere di più su ognuna, in futuro). L’idea in questione prendeva le mosse da una mini collana di libri personalizzati che mia madre aveva scritto e illustrato per la Dodo, grazie a photoshop e ad una serie di arditi fotomontaggi. I libri piacevano moltissimo e, un po’ perché mi sembrava una cosa romantica da serie tv, un po’ perché non avevo niente di meglio da fare, ho cominciato a pensare che se esistevano quei video di folletti natalizi in cui si può mettere la propria faccia per farli ballare e cantare Happy Christmas a tutte le tue conoscenze, allora forse si poteva anche creare un sistema per cui quei libretti, da artigianali e completamente home made, diventassero a portata dell’utente internet medio, che avrebbe potuto infilare in illustrazioni concepite all’uopo le foto dei propri figli.

Lori e Cate, che sono persino più creative e con la testa per aria di me, si sono subito esaltate all’idea e così ci siamo mosse per capire se effettivamente si potesse realizzare e a quale prezzo.

È stato a un certo punto della primavera del 2014 che siamo incappate in due ingegneri informatici di belle speranze e freschi di laurea, con un pedigree che faceva ben sperare: erano della zona di Brescia, che, casomai non lo sapeste, rappresenta la Silicon Valley italiana (la concentrazione di studi informatici nella zona di Bergamo/Brescia e laghi eguaglia per numero quella delle imprese edilizie della medesima area geografica, se capite cosa intendo).

Il quadro da serie tv era completo: due amiche di provincia che si conoscono e frequentano dai tempi del liceo, un’ulteriore amica ex fighetta di Missori (la definizione è sua), ora hipster dell’Isola (questa invece è mia e non so se le piacerà…), due nerd neolaureati con la parlata di Fabio Volo e il senso dello stile di Steve Jobs (e non è un complimento), i finanziamenti provenienti da un fondo di famiglia che aveva rischiato di essere dilapidato a causa di una truffa ben orchestrata (questa è una storia che non racconterò) e 4 giovani e talentuosi illustratori, fatti emergere dal pantano di quella crisi che sembrava avere spazzato via la possibilità di guadagnarsi da vivere con l’arte e la creatività.

Il nome del progetto? i Dodini, perchè le storie erano nate per la Dodo, che chi frequenta questo blog ha sentito nominare più di una volta.

(Sospetto che molte delle cose che ho fatto nella vita io le abbia fatte più per il fascino del plot che mi prefiguravano, che per reale opportunità.)

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Illustrazione di Caterina Pinto, per il Dodino “Chi ha paura del mare?” – personalizzata con la foto della Dodo

 

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È la fine del mondo per come lo conosciamo

novembre 16, 2016

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Erano giorni di agosto caldi ma non soffocanti, avevo un lavoro in stand by, tempo da buttare e una città insolitamente silenziosa fuori dalla finestra. Per ragioni che non ricordo, sono finita a guardare un documentario sul rapimento e la liberazione di Jaycee Dugard, un’undicenne californiana rapita da un maniaco pedofilo e seriale, liberata dopo 18 anni di prigionia grazie ad un caso fortuito ed all’istinto di una poliziotta. Durante la sua prigionia Jaycee ha subito di tutto: stupri ripetuti, privazioni di ogni genere e ha dato alla luce due bambine, da sola, in una tenda montata in un cortile infestato di topi, grazie alle nozioni sul parto che aveva imparato in TV, e prima di avere compiuto 18 anni.
Complice la funzione “potrebbe interessarti anche” di You Tube, e travolta da una spirale di masochistica incredulità, ho guardato anche le storie analoghe di altre bambine, vittime di un destino innominabile, e miracolosamente restituite alla libertà e a quel che rimaneva della loro vita dopo anni di soprusi: Elisabeth Smart, Natasha Kampusch, Michelle Knight, Amanda Berry, Gina DeJesus.

Di queste storie agghiaccianti, il dettaglio che mi è rimasto più impresso è stato il fatto che per tutte ci fosse stata almeno un’occasione in cui avrebbero potuto scappare o farsi riconoscere (erano tutti casi diventati mediatici, le foto di quelle bambine erano state diffuse ovunque e così i loro nomi). Tutte a unc certo punto avevano visto uno spiraglio, una falla nel sistema, una possibilità di uscire dall’incubo e lo avevano ignorato.

La spiegazione che si evince dai documentari e dalle testimonianze è che a un certo punto, forse proprio a causa della giovane età delle vittime al momento del rapimento, quella prigionia era diventata la loro quotidianità, il mondo per come lo conoscevano. Un mondo di cui avevano appreso le regole e a cui si erano adattate. Dentro quella non-vita, l’unica che conoscessero, avevano trovato persino cose belle a cui attaccarsi: i fiori del giardino, un gatto, i jingle degli spot alla tv, i figli che avevano partorito in seguito alle violenze subite.

Tutte quelle ragazzine avevano imparato molto bene le regole da cui dipendeva la loro sopravvivenza e vi si erano adattate per uno spirito di auto conservazione che visto da fuori può sembrare innaturale, assurdo, una contraddizione in termini.
Jaycee, al momento della sua liberazione, come prima reazione aveva cercato disperatamente di coprire e poi di difendere il suo rapitore, cercando persino di depistare la polizia che ormai aveva capito che lei non poteva essere chi dichiarava. Aveva pianto, implorato gli agenti di non fargli del male perché lui era un “uomo buono”.

Martedì scorso gli Stati Uniti hanno votato per eleggere il loro Presidente e sappiamo tutti come è andata a finire. Sappiamo anche che il 43% delle americane ha votato per Trump nonostante il suo palese ed esibito sessismo e nonostante le accuse di molestie sessuali che gli sono state mosse pubblicamente da donne autorevoli e rispettabili.

Contro di loro (e contro tutti gli elettori di Trump, a onor del vero, ma forse quella delle donne è stata la posizione più dibattuta perché la più difficile da accettare) si è scagliato tutto quel mondo convinto di essere dalla parte giusta, e che probabilmente lo è, con un’acrimonia che però stride con i valori di cui si dichiara portatore.

Io credo che quelle donne abbiano votato Trump non perché non abbiano compreso il sessismo delle sue uscite, non perché non abbiano creduto alle accuse di molestie, ma perché semplicemente, nella loro esperienza di vita, sono giunte ad una pacifica conclusione: gli uomini sono fatti così.

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appunti

Due o tre cose sulla creatività che ho imparato ultimamente

ottobre 31, 2016

Queste sono due o tre cose che ho imparato sulla creatività ultimamente, grazie a tre maestri (uno, due e tre) e questo potete considerarlo un “ripasso a carattere divulgativo”.

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Essere creativi vuol dire essere liberi.

Di fronte alla pagina bianca si può fare quel che si vuole: non ci sono limitazioni, non ci sono regole. L’unica regola è domandarsi sempre: «È bello? Funziona?». Quando un bambino colora una mucca di blu, non è bene correggerlo: lo sanno tutti. Allo stesso modo, se vi viene in mente una storia impossibile non dovreste censurarvi, dovreste anzi lasciarla libera di prendere forma.  Chi sia in grado di descrivere tutto il mondo intorno alla mucca blu in modo che questa diventi credibile, quello è un grande creativo. Non è interessante la verosimiglianza e non è nemmeno importante: basta che funzioni.

La creatività si alimenta di vita

Ed è alla vita che bisogna attingere per scrivere una storia. Ci sarà sempre un “amico segreto” dietro ad un personaggio che avrete messo sulla scena, solo voi saprete chi è ed è probabile che lo scopriate solo in corso d’opera, dopo averlo creato, quando vi sorprenderete a pensare: «Ma guarda questo come gli somiglia!“.

Se non conosci le dinamiche tra le persone, non scriverai un racconto.

Scriverai una descrizione di qualcosa che è successo e per giunta non davvero: quanto mai potrà essere interessante? Sono le dinamiche tra le persone a dare il senso a una storia; sono i personaggi al centro, non la trama. La domanda a cui risponde una storia che si fonda sulla trama è “come andrà a finire?“; quella a cui risponde la storia che si basa sull’ineluttabilità delle dinamiche tra le persone è “come ci arriverà?“.

L’ispirazione deve procedere sempre dal basso verso l’alto, mai viceversa.

Un film si potrà ispirare a un libro, una serie tv ad un film, un programma televisivo ad una serie tv. Più in basso non c’è niente. Anzi no: più in basso c’è il web, che è un pozzo di mediocrità senza tornelli all’ingresso, dove tutto finisce in un mucchio informe da cui è molto difficile pescare le cose che sono buone per davvero.

Quando si scrive si è nudi e vulnerabili.

Essere paraculi non è mai un’opzione, a meno di volere cadere nella mediocrità e nel luogo comune; a meno di stare dentro un filtro fasullo. Per inventare bisogna abbandonare se stessi e trovare l’oblio, dimenticare chi si è.

La tecnica senza il sentimento, genera mediocrità e luogo comune.

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È stato terribile diventare madre

settembre 22, 2016

Qualche tempo fa, durante una riunione di lavoro, si discuteva della necessità di trovare una chiave di comunicazione empatica verso le mamme in congedo di maternità, quelle che stanno vivendo i primi mesi del bambino e io sostenevo fosse necessario trovarne una che non passasse necessariamente per una mitizzazione di quel periodo che è sì, bellissimo, meraviglioso; ma che può essere davvero terribile: questa è la parola che mi è uscita, senza pensarla troppo.

Terribile? Ma che esagerazione!“, mi hanno detto.

Io non ho pensato di dire “terribile“, in effetti: ho molto presente tutta la bellezza e la magia, e quel sentimento misto di potenza e stupore che ti assale quando guardi tuo figlio di pochi giorni che ti dorme addosso a pugni chiusi. Però da qualche anfratto del subconscio mi è uscita proprio quella parola lì.

E in effetti, ad essere onesta, è proprio così che è stato: da un certo punto di vista, è stato terribile.

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E a stranieri, in classe, come siamo messi?

settembre 13, 2016

Scuola Elementare – Interno Giorno.
Primo giorno di scuola: presentazione delle classi prime.

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«E a stranieri, in ‘sta classe, come siamo messi?»

«Uhm… non saprei. Come li distinguo?»

«Ma, per esempio: quella bambina in prima fila, quella con gli occhi a mandorla. Non sarà mica italiana, no? Guarda, c’è sua madre lì dietro, anche lei con gli occhi a mandorla»

«Veramente quella è la mamma della bambina in terza fila, quella col cerchietto glitterato, se la stava sbaciucchiando in corridoio un attimo fa»

«Ah. Ma la bambina è… Non sembra… Insomma, non ha gli occhi a mandorla!»

«Avrà preso dal papà. Oppure quella non è sua madre, ma una psicopatica che va in giro a sbaciucchiare i bambini altrui. A proposito, dov’è nostro figlio? …ah eccolo. Guarda, che tenero… si è scelto un banco in prima fila!»

«Bhè, quella bambina là con le treccine: ultima fila, terzo banco dalla finestra. Quella è magrebina, è evidente»

«Però ha risposto all’appello quando hanno chiamato “Provenzano”, forse è solo siciliana»

«Oddio, sarà mica parente??»
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La fiducia nel prossimo e la metafora del cesso

settembre 6, 2016

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Quando viaggi coi bambini, uno degli aspetti pratici più problematici è rappresentato dal dover affrontare regolarmente i bagni pubblici, quelli dove tua figlia piccola è troppo piccola per fare la pipì in piedi, col sedere proteso e sospeso a pochi centimetri dalla tavoletta, ma è troppo grande perché tu riesca a tenerla sospesa a distanza di sicurezza dalla bomba batteriologica poco al di sotto delle sue terga.

Ci sono due categorie di genitori: quelli che optano per un passaggio di carta igienica sulla tavoletta, che pulisce più che altro la coscienza (fateci caso: i papà tendono ad appartenere a questa categoria), e quelli che “piuttosto un’ernia ma tu lì non ti ci siedi” (quella a cui appartengo io).

L’anno scorso eravamo in vacanza a Barcellona, più o meno di questi tempi, e mi è capitato di notare che i bagni fossero tendenzialmente più puliti che da noi: non ti capitavano di frequente tavolette punteggiate di urina secca, né tantomeno quelle maleodoranti pozze giusto ai piedi del wc. Ci ho fatto talmente caso, da arrivare ad una conclusione che mi si è confermata anche quest’anno, sempre nella penisola iberica, ma questa volta a Lisbona, dove ho trovato senza difficoltà bagni puliti in cui non avevo remore a far sedere le mie figlie (le quali sembravano avvertire lo stimolo di fare la cacca solo ed esclusivamente fuori casa, tra l’altro).

Secondo me i bagni lì sono puliti perché la gente, semplicemente, ci si siede.

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Quando non sanno più cosa dire su una donna, parlano delle sue cosce

agosto 18, 2016

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Quando non sanno più cosa dire su di una donna, si buttano sull’aspetto estetico, e lo fanno anche le donne, è questa la parte più triste.

Vi racconto un aneddoto di vita vera: stamattina davanti a casa mia c’è stato un incidente. Nessun ferito, una macchina da buttare e due con danni di carrozzeria, tutte e tre colpevoli solo di essere state parcheggiate nel punto in cui una sopraggiungente e potente Audi A5 credeva ci fosse l’imbocco della via in cui intendeva svoltare, che invece era più o meno 25 metri più avanti.

Alla guida dell’auto una Signora molto magra, in impalpabile camicia animalier, jeans super skinny neri, tacco 12 e giganteschi occhiali da sole che non ha mai tolto per le 4 ore abbondanti che sono servite alle 3 pattuglie della Polizia Locale sopraggiunte per stendere i verbali.

La conducente dell’Audi (d’ora in poi “la Sospettata“) era strafatta di svariate sostanze di cui solo l’alcol, per sua natura intrinseca, aleggiava nell’aria, rivelandosi. Nella fattanza totale, la Sospettata non si dimostrava particolarmente collaborativa con gli agenti, dichiarando, per esempio, che non era lei alla guida dell’auto (nonostante le avverse testimonianze oculari) e in uno dei picchi di rabbia, che alternava a momenti in cui piagnucolava e si disperava, sfogava la sua frustrazione sull’unica poliziotta presente, apostrofandola secondo il classico stilema:

“Sei una stronza culona, dovresti scopare di più. Fai questo mestiere di merda perché con quel culo cos’altro postresti fare?” 

Un collega dell’oltraggiata che, come la Sospettata, non ha mai tolto gli occhiali da sole – neppure in macchina mentre compilava il verbale – si è affrettato a sottolineare che “tra l’altro non è assolutamente vero che è una culona, anzi, è davvero in forma“, come se fosse rilevante.

Dal punto di vista della Sospettata, la frase doveva avere un senso: il quadro generale e il suo aspetto in particolare sembravano suggerire che lei, quel suo microscopico e sodo culo, lo stesse facendo fruttare molto bene, sicuramente meglio di quanto il lavoro da poliziotta deve rendere mensilmente, ma queste sono solo illazioni mie perché in fondo sono un’arpia velenosa come tutte.

Il punto è che, per quanto ci sforziamo di essere progressisti, i corpi in generale e quelli delle donne in particolare, abbiamo imparato a misurarli, soppesarli e giudicarli più o meno nella stessa epoca in cui abbiamo imparato a parlare e questo è ciò che sta alla base dei due effetti estremi che ho appena illustrato sopra: da una parte la Sospettata che, sicura del suo corpo, si è scagliata contro l’unica donna presente e, non avendo altre armi nel suo repertorio dialettico, ha pensato di sopraffarla con l’evidenza della sua forma fisica. Dall’altra io, che vedendo una donna super rifatta, strizzata in un paio di jeans skinny, con una camicia leopardata che le lasciava scoperto l’ombelico e alla guida di una macchina che costa quanto un monolocale in zona 4, non ho pensato “dev’essere la top manager di qualche super azienda“, ma “questa è una zoccola“.

La differenza tra me e lei risiede nel fatto che io il mio giudizio sommario mi sono limitata a pensarlo, e non ha a che fare in alcun modo con quella “trasparenza” dietro cui si nascondono maleducazione e scarsa empatia.

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life in pictures

Cosa andiamo a fare a Londra

agosto 11, 2016

Io, per esempio, ci sono andata per lavoro e poi, già che c’eravamo, siamo rimasti qualche giorno in più a fare i turisti.

Siamo andati a passeggio sui canali di cui parla la mia canzone feticcio del periodo, che fa più o meno così:

La mia casa è a Camden Town, nella Londra dei canali, dei mercati sempre pieni, degli inglesi sempre strani

Daniele Silvestri, La mia casa

Regent's Canal

Io, per esempio, mica lo sapevo che ci fosse gente che ci vive proprio, in queste barche ormeggiate lungo i canali.

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Volare low-cost: ricordati che sei “povero”

agosto 2, 2016

Quando avevo 12 anni ho preso il mio primo volo: andavo a Londra, proprio come adesso, per una vacanza studio (no, adesso non sto andando in vacanza studio) .

Mi ricordo bene l’eccitazione del “check-in“, dei controlli ai raggi X e delle perquisizioni che ti facevano sentire dentro un film di 007; e poi quella prima fascinazione per gli aeroporti, analoga a quella per le stazioni e le autostrade: quei “non-luoghi” sospesi nella dimensione del possibile che separa monconi di vita che accadono a distanza.

Il volo durava un’ora e mezza, proprio come adesso eppure a bordo si prodigavano parecchio per renderti il viaggio piacevole e il più breve possibile, intrattenendoti, tra le altre cose, con cibi e bevande anche in orari incongrui. All’epoca ti poteva capitare facilmente un pranzo alle 11:15 del mattino, o uno spuntino a base di prosciutto gommoso, verdure mignon e formaggio fosforescente alle 14:00.

All’epoca le hostess erano sorridenti tanto quanto oggi, l’unica differenza è che sorridevano gratis.

Fino agli anni ’90 del ‘900 prendere un volo di linea in classe turistica ti dava l’illusione di essere “ricco”. Volare low-cost oggi ti ricorda che sei “povero”, senza troppi giri di parole.

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Funziona più o meno così: ti sei affacciato al tuo portale di viaggi preferito alla ricerca della tratta che ti avrebbe portato in vacanza e hai trovato un volo ad un prezzo incredibile ma ad un orario scomodo e tu ti sei detto: “Pazienza, nessuno è mai morto per una sveglia alle 3 di notte, tanto più che poi sarò in vacanza…“.

Poi però ti sei fermato ad analizzare la distanza tra l’aeroporto e la città dove pensavi di atterrare e ti sei trovato costretto ad aggiungere una quota significativa di budget per il trasferimento dall’aeroporto all’albergo e forse – ma ti rifiuti di verificarlo a posteriori – avresti speso gli stessi soldi per atterrare in quell’altro aeroporto, quello da dove parte una comoda metropolitana che ti avrebbe portato in centro per una manciata di spiccioli e in 15 minuti.

Ma ormai sei in ballo, tanto vale ballare. Continua a leggere…

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Lo Zen e l’arte di insegnare ad andare in bicicletta

aprile 11, 2016

Da venerdì scorso ho una figlia di 6 anni.

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6 come: non basta più una mano sola.

6 come: andrà a scuola a settembre e vorrei fosse la scuola migliore del mondo e forse non lo sarà e andrà benissimo lo stesso, ma in questo momento vorrei poterle trasformare tutte nelle scuole migliori del mondo (tipo queste).

6 come: il secondo sconvolgente scatto di crescita che è meglio comprare fast-fashion, se non vuoi dilapidare fortune nell’arco di un singolo ciclo vegetativo dei platani sui viali.

6 come: andare in bicicletta senza rotelle.

Come i migliori genitori da barzelletta, le abbiamo comprato il monopattino a 2 anni e un minuto, la prima mini-bici a 3 anni e 30 secondi, la prima bici-vera a 4 anni e 2 decimi e per fortuna ora abbiamo imparato la lezione e il motorino non lo avrà a 14 anni.

Abbiamo imparato che è bene verificare in anticipo che il mezzo sia alla sua portata, prima di completare l’acquisto. Cosa che non abbiamo fatto fin’ora, evidentemente, con il risultato che il monopattino è stato utilizzato con successo e soddisfazione solo dai suoi 3 anni, la bici piccola è finita in solaio con le ruote ancora immacolate e quella grande, che ci ha fatto litigare qualche decina di volte, è stata parcheggiata in garage, privata delle controproducenti infernali rotelline, e dimenticata fino più o meno a 4 giorni fa.

Mi ero rassegnata: “non ho pazienza, non ce la posso fare”.

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Cose che mi sembravano una figata e invece no

marzo 29, 2016

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Il parchetto

All’inizio della mia carriera di mamma il parchetto (parco giochi, giardinetti, playground o come lo volete chiamare) rappresentava un appuntamento irrinunciabile: autentico highlight di una giornata passata per lo più in solitudine, a parte che per una neonata per niente incline al sonno che abitava in casa mia già da qualche mese.

Vivevo in una casetta deliziosa ma senza uno spazio all’aperto. Le fronde degli alberi che si stagliavano sul viale, di fronte alla finestra della sala, non compensavano lontanamente il via vai incessante di auto e il caldo dell’estate incipiente mi spingeva ad uscire, passeggiare e far prendere aria al cervello intorpidito dalla mancanza di sonno.

Al parco capitava di incontrare le mamme viste già al consultorio: alcune di loro portavano coperte su cui si sedevano all’ombra degli alberi, allattavano, chiacchieravano di quegli argomenti che interessano solo alle mamme e solo nei primi 6 mesi di vita del loro primo figlio. Sradicata dal contesto della nubile lavoratrice che ero, quei pomeriggi mi prefiguravano un nuovo corso: nuove amicizie, nuove routine in una città che nuova non era, non del tutto almeno, ma che da qualche mese mi si era rivelata sotto spoglie inedite.

Non appena i pupi sono diventati qualcosa in più che teneri bambolotti e le mamme (quelle che ce l’avevano ancora) sono tornate al lavoro, tutto è cambiato. Niente più coperte, niente più relax: solo la strenua corsa per strappare il sacro frutto dei tuoi lombi dalla traiettoria minacciosa delle altalene, l’alienante sequela reiterata allo sfinimento di spinte di quelle medesime altalene e poi le conversazioni in cui non si ha mai il privilegio di guardarsi negli occhi, troppo presi a seguire un figlio ormai spericolato che si lancia da uno scivolo, affronta un quadro svedese fuori dalla sua portata, tende a sparire dentro scivoli tubolari per interminabili secondi (non più di 30, in ogni caso) facendoti presagire il peggio. Come si può stringere un rapporto di valore, quando non si riesce a guardarsi negli occhi o a concludere un concetto senza essere interrotti da “acqua!”, “pipì!” o peggio “cacca!”?

Si può, in effetti: col sostegno della consuetudine, quella cosa che quando ricominci a lavorare non ti puoi più permettere.

E poi la ciliegina sulla torta: i bambini grandi. Quelli che si arrampicano sugli scivoli tubolari ma all’esterno, rischiando la vita loro propria e di quelli su cui non di rado cadono rovinosamente; quelli che sfrecciano in bici sul pavimento morbido dove scorazzano i più piccoli, incuranti dei chilometri di viali lastricati a disposizione; quelli le cui madri, che probabilmente hanno fatto amicizia più facilmente proprio in virtù di quel tanto di menefreghismo necessario a poter sostenere conversazioni da adulti in quel contesto, chiacchierano fittamente sulle panchine, lasciando a te l’ingrato compito di sgridare la loro prole e facendoti guadagnare la fama della mamma rompicoglioni del parco – e quando poi potranno vendicarsi sui tuoi figli c’è solo da augurarsi di avere abbandonato il campo (giochi).

Dio quanto lo odio, il “parchetto”.

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La Repubblica delle Opinioni

novembre 6, 2015

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La libertà di opinione è una conquista relativamente recente dell’umanità e che non coinvolge l’intera popolazione del pianeta terra, come è tristemente noto, ma soltanto una parte ristretta di esso che, dall’avvento dei social media in particolare, ne sta facendo un uso spregiudicato.

Difesa, tra le altre, dalla Costituzione degli Stati Uniti , dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la libertà di espressione è ciò che ci consente di manifestare dissenso per un governo, professare un culto, improvvisarci statisti in occasione di una discussione da bar sull’opportunità di bombardare o meno la Siria, asserire che Muccino fa film di merda, nonostante la fama internazionale.

Naturalmente questo non significa che la nostra opinione sia qualcosa di prezioso ed irrinunciabile, significa soltanto che siamo liberi di esprimerla ed eventualmente farci ridere dietro. Oppure farci un’ottima reputazione e magari essere candidati alle prossime elezioni politiche tra le fila del M5S.

Possiamo dire con un certo margine di sicurezza che se io, Silvia Maria, pensassi e dicessi, magari a mezzo Facebook, che la Siria andrebbe subito bombardata, non sarebbe lo stesso che se lo tuittasse Obama. Tanto per dirne una, perchè lui potrebbe veramente bombardare la Siria e cambiare il corso della Storia, se lo decidesse, mentre io al massimo potrei mettere in castigo le mie figlie o sgridare il gatto. Volessi cambiare la Storia, avrei la strada un po’ più difficile e, ammesso che ci riuscissi, lo dovrei fare tramite un gesto assai più eclatante che postare un tuit mentre sto in pigiama sul divano, con la mano sprofondata nel sacchetto della frutta disidratata – i dolciumi li ho banditi e in qualche modo devo compensare: ho chili da perdere (e questo dà l’idea della natura dei problemi che mi trovo a dovere risolvere io quotidianamente, per dire).

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