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Le donne fanno figli perché se no il mondo finisce

marzo 4, 2016

maamAll’inizio di questa settimana ho letto alcuni post ispirati ad un’intervista a Natalia Aspesi intorno al tema “donne con figli contro donne senza figli“. Enrica Tesio nel suo diceva di temere l’alimentarsi di sfottò reciproci tra donne con figli e donne senza figli, ai due lati opposti di una barricata altissima. Lucrezia si ribellava ai pregiudizi, quelli intorno alle donne con figli (da cui non ci si aspetta altro) e quelli contro le donne senza ha figli (guardate con sospetto).

Quello che ho sentito io, leggendo i post e anche l’intervista, è stato un po’ di disagio.

Perché siamo, ci sentiamo, temiamo sempre di essere fuori posto? E perchè – soprattutto – la causa del disagio sono spesso e volentieri i giudizi di altre donne come noi?

Per ovvie ragioni fisiche, sin dalla preistoria la capacità di sopravvivenza delle femmine era legata più alla loro forza di grupppo che a quella individuale. Di fronte al pericolo, per una madre, l’attacco era l’ultima reazione disperata. Lavorava molto di più sul “prima”: assicurarsi un ambiente favorevole e protetto, una rete di alleanze con altre femmine […] e la possibilità di nascondersi insieme ai propri piccoli senza mai smettere di accudirli.

Dove sono finiti lo spirito di coesione e l’alleanza?

Le donne con figli e le donne senza figli sono sempre esistite ma per secoli hanno convissuto e fatto squadra. I bambini sono sempre stati un affare da femmine, senza dubbio, ma non responsabilità delle sole madri: sono esistite nei secoli reti di cooperazione che hanno consentito di sopravvivere ad intere generazioni in assenza di asili e scuole o di aiuto da parte dei maschi – che intanto erano fuori, a caccia.

I maschi predavano, le femmine si occupavano dei piccoli, degli anziani e procacciavano cibo per la tribù. Prive della forza fisica dei maschi, hanno sviluppato capacità di fare gruppo per essere più forti contro le minacce.

In contesti sociali più evoluti le donne hanno acquisito il controllo della domus, la casa, stabilendo un’egemonia assoluta nella cura domestica e della prole, nel procacciare il cibo (questa volta al mercato magari) e ancora sfruttando il supporto e l’alleanza con le altre donne di casa. Intanto anche i maschi, fuori, creavano reti di alleanze, basate però sulle logiche predatorie ereditate dal loro passato di cacciatori.

Riassumendo all’osso: finchè uomini e donne non si sono trovati a condividere lo stesso territorio, le donne insieme alle altre donne se la cavavano benissimo e, al netto di qualche tirata di capelli, prediligevano una conveniente alleanza tra simili ad una guerra sanguinosa e fratricida.

Però ad un certo punto le donne si sono rese conto che gli uomini, là fuori, non se la stavano cavando proprio impeccabilmente, e così hanno cominciato a pensare che forse potevano essere utili anche a cose che non includessero necessariamente una scopa, un mastello o delle fasce di cotone pisciate da neonato; e così sono uscite di casa e tutti gli equilibri sono saltati.

[…] la fatica delle donne nel mondo del lavoro ha anche un altro motivo. Poche rispetto ai colleghi uomini, e isolate, dopo aver sacrificato molte delle cose cui tengono per arrivare a sedere ai tavoli dove si decide, prevale in loro un istinto di sopravvivenza che hanno affinato lungo la carriera, interiorizzando il principio “io vinco/tu perdi”, che dirigono principalmente verso le proprie simili. È difficile costruire territori comuni e creare aree di fiducia quando la propria identità professionale è il risultato di uno sforzo inconsapevole per diventare qualcosa che non fa parte della propria natura.

Tutto il volume di MAAM – La maternità è un master riflette sul ruolo delle donne nel lavoro ed in particolare su come la maternità possa costituire una palestra di leadership, anziché un limite.

A me ha fatto riflettere su tutto il sistema e su ambiti più allargati.

Forse noi donne, che abbiamo ceduto volentieri quote della nostra leadership domestica, desiderose di avere altro e di partecipare alle decisioni che contano,  abbiamo perso insieme a quelle lo spirito di coesione tra femmine affinato in secoli di evoluzione. Però le stanze del potere non le abbiamo ancora raggiunte, anzi, siamo lontanissime.

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G20 – Shangai, 25/2/2015: 52 uomini, 5 donne.

Dunque non siamo più leader in casa – dove gli uomini invece stanno guadagnando terreno, dalla cucina alla cura dei piccoli, dall’economia domestica all’home decor – e ne andiamo fiere al punto che le emancipate, le “donne cactus”come le chiama la Tesio, perculano allegramente le mamme come fossero donne meno evolute, ma non siamo padrone neanche fuori. Nel mondo (del lavoro, degli affari, della politica, dell’economia) continuano a vigere regole maschili, inventate da maschi per maschi (d’altra parte c’erano solo loro), per adeguarsi alle quali le donne devono fare il triplo della fatica per metà del risultato.

Un bell’affare, no?

La vera rivoluzione sarebbe che ottenessimo la consapevolezza delle competenze che ci ha lasciato in eredità l’evoluzione, che ne andassimo fiere e andassimo nel mondo con quel bagaglio, invece di lasciarlo indietro come fosse un fardello. Per secoli abbiamo rappresentato “il lato oscuro della forza”: mentre gli uomini stavano sotto i riflettori e dentro ai libri di storia, noi curavamo tutto quello che sotto i riflettori non era ma che portava avanti il mondo: eravamo madri, sorelle, figlie che si producevano in attività di cura che consentivano alla storia di accadere, perché ne costituivano le fondamenta.

Tutta questa ricchezza difendiamola, insegnamola anche agli uomini, portiamola nelle stanze del potere per vedere l’effetto che fa.

Ora che siamo presenti nel mondo, invece di accettare logiche e dinamiche maschili, lavoriamo per modificarle. Forti della nostra esperienza secolare e di ciò che di quella esperienza ci è rimasto scritto nel dna, modifichiamo le regole, in modo che ci assomiglino, in modo che ci calzino meglio.

Vorrei dire all’Aspesi che le donne fanno figli perché altrimenti il mondo finirebbe, è molto semplice.

La scelta di non farli per forza e la libertà di decidere con chi farli e se farli, sono il primo microscopico gradino di una battaglia che è solo all’inizio. Il genere femminile rappresenta la categoria di esseri umani più vessata al mondo, in termini numerici, e noi sembriamo dimenticarcene: abbiamo ottenuto che ci aprissero la gabbia, ma non siamo ancora in possesso della chiave.

Eppure non vedo bacheche indignate. E invece vedo la logica io vinco/tu perdi applicata ad arte da donne che l’hanno appresa con fervore da cadetti e la applicano spietatamente quasi esclusivamente sulle loro simili, ed è davvero un peccato.

Gli stralci sono tratti dal libro MAAM – La Maternità è un Master,  di Andrea Vitullo e Riccarda Zezza (edizioni BUR), che ho letto ed approfondito recentemente e che ringrazio di esistere perché il mondo ha un disperato bisogno che si dicano cose come queste.

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