storytelling, to be me

Una cosa che non vi ho mai raccontato

novembre 23, 2016

Correva l’anno 2014.

Mi ero appena sollevata, per così dire, da un periodo nero e funesto di cui ho raccontato in un lungo post che non volevo nemmeno scrivere, e che invece poi ha scatenato una tale solidarietà da farmi pentire di essermelo tenuto per me tanto a lungo. A fasi alterne avevo frequentato diversi co-working (quello del cuore è rimasto ed è tuttora questo qui) e in quel periodo in particolare, mi appoggiavo ad una scrivania in uno spazio co-gestito da due mie amiche grafiche e da una piccola ma agguerrita casa di produzione video.

Il motivo per cui stavo lì, nonostante si trovasse dall’altra parte della città e fosse davvero complicato da raggiungere la mattina a causa del traffico, era che già da qualche mese avevo lanciato a Caterina e Lorenza una delle mie famose idee (ne partorisco in serie, solo alcune prendono vita, e in ogni caso mi ripropongo di riflettere di più su ognuna, in futuro). L’idea in questione prendeva le mosse da una mini collana di libri personalizzati che mia madre aveva scritto e illustrato per la Dodo, grazie a photoshop e ad una serie di arditi fotomontaggi. I libri piacevano moltissimo e, un po’ perché mi sembrava una cosa romantica da serie tv, un po’ perché non avevo niente di meglio da fare, ho cominciato a pensare che se esistevano quei video di folletti natalizi in cui si può mettere la propria faccia per farli ballare e cantare Happy Christmas a tutte le tue conoscenze, allora forse si poteva anche creare un sistema per cui quei libretti, da artigianali e completamente home made, diventassero a portata dell’utente internet medio, che avrebbe potuto infilare in illustrazioni concepite all’uopo le foto dei propri figli.

Lori e Cate, che sono persino più creative e con la testa per aria di me, si sono subito esaltate all’idea e così ci siamo mosse per capire se effettivamente si potesse realizzare e a quale prezzo.

È stato a un certo punto della primavera del 2014 che siamo incappate in due ingegneri informatici di belle speranze e freschi di laurea, con un pedigree che faceva ben sperare: erano della zona di Brescia, che, casomai non lo sapeste, rappresenta la Silicon Valley italiana (la concentrazione di studi informatici nella zona di Bergamo/Brescia e laghi eguaglia per numero quella delle imprese edilizie della medesima area geografica, se capite cosa intendo).

Il quadro da serie tv era completo: due amiche di provincia che si conoscono e frequentano dai tempi del liceo, un’ulteriore amica ex fighetta di Missori (la definizione è sua), ora hipster dell’Isola (questa invece è mia e non so se le piacerà…), due nerd neolaureati con la parlata di Fabio Volo e il senso dello stile di Steve Jobs (e non è un complimento), i finanziamenti provenienti da un fondo di famiglia che aveva rischiato di essere dilapidato a causa di una truffa ben orchestrata (questa è una storia che non racconterò) e 4 giovani e talentuosi illustratori, fatti emergere dal pantano di quella crisi che sembrava avere spazzato via la possibilità di guadagnarsi da vivere con l’arte e la creatività.

Il nome del progetto? i Dodini, perchè le storie erano nate per la Dodo, che chi frequenta questo blog ha sentito nominare più di una volta.

(Sospetto che molte delle cose che ho fatto nella vita io le abbia fatte più per il fascino del plot che mi prefiguravano, che per reale opportunità.)

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Illustrazione di Caterina Pinto, per il Dodino “Chi ha paura del mare?” – personalizzata con la foto della Dodo

 

Infatti, in quel quadro degno di una sceneggiatura della migliore commedia americana, le prime crepe non hanno tardato a farsi largo tra fondamenta.

A un certo punto di quel 2014, da 3 che eravamo ad avere concepito il progetto, siamo rimaste temporaneamente in 2 a lavorarci attivamente, perché una di noi che non sono io ha avuto un bambino proprio in quell’Ottobre e aveva ben altro a cui pensare. Il lavoro si è concentrato su noi due superstiti e posso assicurarvi che il carico non è stato trascurabile. C’era da progettare e coordinare la costruzione non solo del sito, ma anche del software di personalizzazione e poi dello shop annesso, che non è come dirlo. C’era da coordinare il lavoro degli illustratori e guidarli a realizzare i personaggi in un modo che fosse carino ma anche funzionale: il sistema di personalizzazione si basa su un principio simile a quello delle sagome cartonate in cui si infila la faccia per farsi una foto, quelle che si trovano spesso nei Luna Park. Inoltre tutte le storie dovevano avere un personaggio maschio e uno femmina, e dunque ogni illustrazione era, di fatto, doppia. Il tutto era, naturalmente, declinato in italiano ed in inglese, perché come da migliore commedia americana, questo progetto si sarebbe dovuto diffondere a macchia d’olio per tutto il world wide web.

L’enorme mole di lavoro ed un lancio previsto masochisticamente e secondo le leggi implacabili del marketing poco prima del Natale, ci hanno costrette a ritmi di lavoro e livelli di stress allucinanti, sui quali la necessità di formalizzare i nostri rapporti da socie con l’ausilio di un avvocato ha messo il carico da 90. Non siamo state capaci di gestirla, l’abbiamo sottovalutata e l’abbiamo mandata in vacca, perché, da brave creative con la testa per aria, non abbiamo mai considerato l’importanza che i famosi “patti chiari e amicizia lunga” hanno sempre preteso di avere, e a buon titolo.

E così ci siamo ritrovate cariche di tensioni proprio alla vigilia del famoso lancio, e io non mi sono mai sentita così sola come in quel periodo. Piccola, sciocca, superficiale e dove cavolo pensavo di andare? Chi mi credevo di essere?

Però io sono il tipo di persona che, a costo di spaccarsi le corna, alle cose deve arrivare in fondo. Forse è solo che ho ereditato il gene siciliano dell’orgoglio, o forse semplicemente ero così affezionata all’idea di un lieto fine dopo le vicende raccontate nel succitato lungo post, da non poter accettare che non andasse in effetti a finire così.

In quel periodo ho ricominciato a fumare, tanto per dire, dopo oltre 4 anni di astinenza totale: mi chiudevo fuori, da sola sul balcone quasi ogni sera, dopo un’estenuante giornata lavorativa in cui avevo cercato di tenere insieme tutto e intanto tutto sembrava sfuggirmi dalle mani. Rattoppavo di qui, si scuciva di là. Il tallone d’Achille del progetto infatti non aveva tardato a rivelarsi: avvocati e reparto informatico mi stavano facendo precipitare a velocità supersonica.

Fino a Ottobre inoltrato, del sito non avevamo visto una sola pagina davvero funzionante e non avevamo potuto avere alcuna prova tangibile del fatto che il software di personalizzazione potesse davvero esistere e funzionare. Solo a ridosso dalla data di on line, quando, dopo un count down annunciato su Facebook e in ogni dove per un mese, i due nerd hanno annunciato che “forse” non avremmo avuto “subito” la funzione di personalizzazione utenti attiva, ho cominciato ad avere davvero paura. Ho capito quanto ero stata cretina a fidarmi, quanto fosse stato superficiale pensare che potesse essere tutto on line il 1 Dicembre, se persino una settimana prima non c’era niente di funzionante da vedere.

Forse mi immaginavo di essere davvero dentro un film, e che il 1 Dicembre un sito perfettamente funzionante nella sua complicata interezza sarebbe stato estratto da un magico cilindro e deposto ai miei piedi come riscatto finale delle sventure professionali di una vita.

Idiota.

Naturalmente non ci fu alcun cilindro e in effetti non si arrivò mai ad un sito all’altezza delle ambizioni del progetto per come lo avevamo immaginato. Ma mi ci sono voluti altri 2 mesi, altra fiducia riposta a casaccio nell’ennesimo stronzo, e altri soldi buttati via prima di capire che era tutto da rifare.

Intanto i rapporti con la mia socia erano freddi, perché lei probabilmente si sarebbe fermata prima ma io no, non potevo accettarlo: non potevo concepire di avere buttato via faccia e reputazione per due mesi annunciando il mio fantasmagorico progetto per poi dire “ops, scherzavo, non c’è proprio nessun libro personalizzato da farvi vedere” e io mi sentivo sempre più sola. L’investimento era cresciuto oltre i piani iniziali, caricandomi di responsabilità e sensi di colpa (perché ho già accennato da dove arrivassero quei denari) e io facevo il triplo della fatica necessaria per portare avanti la promessa che avevo fatto agli utenti finali, i quali, devo dire, sono stati sempre molto disponibili, anche quando le cose non funzionavano ed è anche grazie a loro se ho capito le cose che non andavano, al di là di quell’ovvio che era chiaro anche a me (per esempio, il carrello di cui c’era l’icona, ma che non era stato scritto, e io mi sentivo dire “non hai specificato che ci volevi un carrello” e dovevo rispondere senza perdere il controllo che “forse, se avevo previsto un’icona, avevo immaginato che dietro quell’icona ci dovesse essere, effettivamente, un carrello“).

Quando finalmente mi sono svegliata dal sonno della ragione, ho liquidato i due nerd con l’aiuto di una avvocata bravissima che mi sono rammaricata di non avere incontrato prima, ho cercato un nuovo studio informatico e dopo una ricerca capillare ho scelto quello giusto, tra i 5 con cui avevo studiato da capo progetto e preventivo.

Da quel momento in poi mi sono sentita incredibilmente leggera. Le cose hanno iniziato a girare, il lavoro ha preso una piega che solo oggi posso valutare come “normale”, comparata con quella degli inizi che chiamare delirante sarebbe un esercizio eufemistico. Grazie al nuovo clima di lavoro e alla ritrovata serenità, si è dissolta anche la freddezza che era calata tra noi socie. Il terzetto si è ricostituito e insieme abbiamo recuperato il nostro lavoro (quello, lo posso affermare senza false modestie, era fatto dannatamente bene: la brand image, le grafiche, la collana di libri, il progetto del sito e di tutto il sistema) abbiamo passato i pezzetti ai fantastici 3 di Magnetica che piano piano, o meglio, coi tempi giusti, li hanno ricomposti in un sito come lo avevamo immaginato sin dall’inizio se non addirittura più bello, perché questo fanno i professionisti, ho scoperto: trasformano la tua idea in un prodotto migliore di quello che ti eri immaginato tu nella tua testa.

Queste sono le settimane dell’anno in cui lavoro di più perché gli ordini si moltiplicano. Si avvicina il Natale e mi contattano tante persone: aspiranti clienti o clienti effettivi, gente che mi fa i complimenti per il bellissimo progetto e gente entusiasta perché i figli hanno adorato il libro personalizzato con il loro nome e la loro faccia. Ci sono anche gli scassamaroni, inutile girarci intorno, ma non mi riesce difficile trattarli educatamente e alla fine si ammorbidiscono anche loro. A volte

Non c’è stato il lieto fine zuccheroso che immaginavo mentre ne scrivevo mentalmente la sceneggiatura, ma le cose si sono evolute nel modo imprevedibile che ha la vita di ricordarti che è meglio assecondare il cambiamento, piuttosto che pretendere di forzarlo.

Le mie amiche di Boombang Design sono sempre mie amiche e sono ancora le responsabili creative di Dodini. Da qualche giorno hanno inaugurato il sito che racconta un altro loro progetto, di cui sono entusiasta spettatrice e fan e che si chiama Postcards from Isola.

Coltivo l’idea di realizzare un nuovo libro, grazie al contributo di chi segue i Dodini. Probabilmente lancerò un crowdfunding, perché i soldi nel frattempo sono rimasti quelli che erano e io ho già ho un debito morale e reale che chissà se mai estinguerò.

Ma insomma, alla fine sono comunque soddisfazioni.

(se vi interessa partecipare alla scelta del soggetto del nuovo libro, che sarà fatta insieme ai lettori dei Dodini, iscrivetevi alla newsletter, sono io che la gestisco, e se mi conoscete un po’, sapete che non vi inonderò di spam per un semplice motivo: chi ce l’ha il tempo di scrivere più di una newsletter al mese?! Quindi senza paura, iscrivetevi QUI)

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