to be me

Che lavoro faccio?

dicembre 22, 2016

copywriter silvia azzolinaNo, non è una domanda retorica o il classico pretestuoso titolo che prelude ad un “ora vi spiego che lavoro faccio, casomai ve lo domandaste“. Si tratta piuttosto di una domanda genuina, autentica, che mi sto facendo io stessa in questo periodo e che, se siete dei liberi professionisti, ogni tanto sarà capitato anche a voi di farvi.

Forse vale la pensa di farsela a prescindere dal proprio status di lavoratori, tutto sommato, per fare l’inventario di ciò che sappiamo fare, prendere coscienza delle cose in cui siamo bravi e, infine, trovare il modo di fare rispettare le nostre competenze, soprattutto da noi stessi, che siamo spesso (soprattutto se siamo donne) i nostri peggiori fan.

Sono solita dire che di lavoro faccio la copywriter. È vero sì e no, perché il copywriter, per come l’ho conosciuto io, è una professione da agenzia pubblicitaria: costituisce la metà di un team che, insieme agli art director, si inventa non solo l’idea centrale di una campagna pubblicitaria, ma anche tutte le declinazioni che quell’idea avrà nei vari formati di destinazione: lo spot radiofonico, lo spot televisivo, quello cinematografico (che è più lungo) e quello sul web (che dovrebbe essere oltre che più corto, più creativo).

Io non sono mai stata copywriter in agenzia. Sono stata producer, che poi è quella tizia che si occupa delle declinazioni dell’idea pubblicitaria che necessitino di essere filmate, o realizzate in animazione. Insomma, di quelle cose che si trasformeranno in un video.

Negli ultimi anni, oltre a lavorare su i Dodini, ho scritto molto, ma non ho fatto solo la copywriter.

copywriter silvia azzolinaVi devo confessare una cosa: fare la copywriter (forse anche in agenzia) è una roba estremamente frustante, perché si maneggia il linguaggio, quella cosa di cui tutti si sentono padroni e di cui dunque si sentono in pieno diritto di impicciarsi, anche quando il loro lavoro in realtà sarebbe tutt’altro. Parlano italiano e dunque tu non avrai scampo: vorranno modificare quella parola che tu hai scelto con perizia, dopo una consultazione attenta del dizionario dei sinonimi e diversi ragionamenti di opportunità, perché a loro ne piace più un’altra. Vorranno rielaborare quel concetto, perché loro conoscono i loro clienti e dunque sanno loro come parlarci.

Questi episodi di solito si aprono con la scorata considerazione “ma perché mi hai assunto, dunque?” e si concludono con il copywriter in questione che salva con nome “file-ultimo-def-approvato-esecutivo-versionecliente” il testo modificato secondo il volere del comminttente e pensa: “purché mi paghi la fattura a scadenza!“.

Il bonifico di solito chiude il cerchio e tutto si pacifica; resta la domanda a cui nessuno potrà mai rispondere con certezza: “Se avessero usato le parole scelte dal copywriter, la campagna avrebbe funzionato meglio?“.

Una domanda che non interessa a nessuno, ed è un peccato.

Io sono stata copywriter, in questi anni, per piccole aziende che dovevano mettere in atto qualche tipo di comunicazione (on-line o off-line) e mi sono trovata spesso nelle condizioni sopra descritte; ho il rimpianto di non potere rispondere a quella domanda di cui sopra, che sarebbe in grado di darmi la misura di quanto il mio lavoro funzioni e di come potrebbe essere migliorato.

Quello che invece ho visto che funziona (perché io sono felice, i clienti sono felici e lo sono pure i destinatari finali) sono i lavori di scrittura creativa. Quella roba che adesso si tende a chiamare “storytelling“. Quel tipo di comunicazione che, per raccontare un’azienda o un prodotto, passa per la “narrativa” (ce l’avevamo un termine italiano ma no, ci piaceva di più chiamarlo in inglese). Quella comunicazione che, al di là del messaggio finale su chi è e cosa ti può dare l’azienda che la propone, lascia agli utenti una bella storia a zonzo nella testa per un po’.

Forse è perché quando si tratta di creatività è più difficile sovrapporsi al professionista che hai assunto all’uopo: tutti credono di maneggiare la propria lingua madre alla perfezione, quasi nessuno crede di avere la capacità di raccontare una storia. E anche se probabilmente molti lo sarebbero, non diteglielo voi che non glielo dico neanche io, altrimenti poi chi me lo paga il canone del telefono? E i libri in libreria? E i regali di Natale per le mie bimbe?

Per rispondere alla domanda “che lavoro faccio?”, con cui si è aperto questo post, quindi, faccio un ragionamento a partire dall’esperienza e mi rispondo che io di mestiere faccio la scrittrice, che suona terribilmente tardo ottocento e anche un po’ patetico, ma non c’è un altro modo di definire la cosa, che non sia parziale, impreciso e fuorviante.

Di fatto, quando mi trovo a trasformare la storia di qualcuno in qualcosa che sia piacevole leggere, mi ritrovo felice io, si ritrovano felici loro e insomma, peace and love and happy Xmas.

Ora, ho pensato, dovrei mettere insieme il mio sito CV, questo blog e raccogliere i pezzettini dei lavori che ho fatto e metterli insieme, organizzarli come fossero un portfolio. È una buona idea, no?

E qui entrate in gioco voi, se siete soliti leggermi o anche se avete fatto un po’ di zapping in questo blog (o se avete voglia di iniziare adesso): quali sono i vostri post preferiti, tra quelli che ho scritto in questi anni? 

Aiutatemi a comprare sempre più libri, sempre più regali, sempre più giga per quel cavolo di cellulare che ne è sempre a corto.

Proprio in funzione del fatto che dovrei crearmi un sito professionale, ho chiesto ad una fotografa conosciuta in rete e poi anche off-line di fotografarmi. Le foto che vedete qui, sono sue: giuisnotanartist

copywriter silvia azzolina

 

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