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In treno coi bambini

Settembre 23, 2013

Non so voi, ma io sono una grande appassionata di viaggi in treno: per me il paesaggio che sfila dal finestrino è impagabile e non costituirà mai un ripiego.

Dodo_binari

Il viaggio più lungo che ho fatto in treno è stato a Stoccarda, per ritrovare un’amica conosciuta in America a 16 anni. Il treno era italo-tedesco e la puntualità con cui faceva il suo ingresso nelle stazioni me la ricordo come esperienza unica e mai più ripetuta.

La tratta che ho percorso più di frequente invece è Lodi-Parma: negli anni di università la percorrevo due volte la settimana, in andata la domenica, e di ritorno il venerdì sera o il sabato mattina.
Quello che mi piaceva di quei viaggi, oltre allo scorrere del paesaggio fuori dal finestrino, era la sosta forzata che, nell’epoca pre-smart-phone a cui appartengono i miei ricordi, si impiegavano leggendo libri o riviste, scrivendo, facendo parole crociate o semplicemente fantasticando con lo sguardo perso fuori dal finestrino.

Mi piaceva la luce verdognola dei neon, e l’impressione, disillusa solo da qualche sporadica lucina, che non ci fosse niente al di là del vetro, nell’orizzonte vasto della pianura padana immersa nel buio ed in una nebbia fitta fitta.

Mi piaceva la compagnia forzata di sconosciuti e il ficcanasare dentro le loro vite. I telefonini si usavano meno e con più discrezione ed erano rare le conversazioni telefoniche di cui si era testimoni involontari. Capitava invece di ascoltare le conversazioni che gli altri passeggeri intrattenevano coi compagni di viaggio, a voce bassa ma non abbastanza da impedire a te, dirimpettaio fortuito, di seguirne il filo con lo sguardo rivolto altrove per non farti notare.

Era bello anche appisolarsi con in testa il ronzio del sonno perso il sabato notte, risvegliarsi in Stazione e scendere dal treno in fretta e furia per buttarsi in una nuova settimana di lezioni, frequentazioni e racconti di colleghi che arrivavano un po’ da tutta Italia.

nellospecchio

Oggi ho due bambine e ancora mi piace muovermi con loro in treno. Non ci sono giornali e riviste, e neanche gli smart-phone si possono usare più di tanto perché bisogna stare dietro a loro ma ancora questi viaggi hanno un sapore buonissimo.

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Ci sono però alcune note stonate in tutta la poesia che mi ostino a volerci infilare: cose che sembrano fatte apposta per rendere la vita impossibile ad una viaggiatrice entusiasta quale mi ostino ad essere.
Uno di questi giorni scrivo a Trenitalia e gliene dico quattro:

– Quelli che prendevo all’università erano gli Interregionali, soppressi e sostituiti dagli Intercity , che ti obbligano a pagare un biglietto più salato per un identico servizio e per di più con meno possibilità di discesa (per esempio: attualmente la tratta Lodi-Parma è impossibile da percorrere senza cambi il che, su un percorso di 200 km è abbastanza scoraggiante). Ora esistono solo i Regionali, e i Regionali Veloci (che fanno tipo due fermate in meno dei primi) e che versano in uno stato di degrado e sporcizia direttamente proporzionale al numero di fermate che fanno. Un tempo non erano certo esempio di igiene e pulizia, ma non facevano neanche lo schifo che fanno adesso.

I bambini sotto i 4 anni non pagano il biglietto: bella concessione! Perché dovrebbero pagarlo, visto che non è previsto che abbiano posto a sedere assegnato? Ma lo sanno quanto pesano i bambini a 4 anni? Ma si immaginano quanto sia difficile tenerli fermi per 5 minuti di fila? E quale pensano possa essere l’effetto sulle gambe e sui nervi dei poveri genitori o adulti che li accompagnano? Glielo dico io: l’esaurimento nervoso.

Tenitalia non contempla la possibilità che un passeggino salga sul treno, evidentemente. Un neonato, secondo loro, dovrebbe stare in braccio e il suo passeggino dovrebbe essere piegato e riposto sui sostegni portabagagli. Lo sanno quanto pesa un passeggino? Lo sanno che quando si tiene in braccio un neonato non si hanno le mani libere per fare nient’altro?

Le scalette per salire sui treni sono altissime, difficili da scalare da soli, figuriamoci sollevando un passeggino o una carrozzina. Ciò che rende possibile salire sui treni, è la gentilezza spontanea degli estranei: quelli che se ti vedono col passeggino sulla banchina, si offrono di aiutarti ad issarlo sul treno. Simili gentilezze vengono anche dal personale di bordo, a volte, ma non certo per contratto, per così dire: tutto è affidato alla coscienza ed alla gentilezza del singolo.

Immagino una carrozza per famiglie della quale sarebbero felici anche i viaggiatori senza bambini, una carrozza dove i bambini possano avere il posto a sedere e un minimo spazio per giocare, dove ci sia possibilità di fissare i passeggini durante la corsa senza doverli chiudere ed issare ad altezze impraticabili.

Sogno un paese in cui non ci sia bisogno di immaginare queste cose, perché queste cose esistono già.

cecedorme

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    acciaio73 Settembre 25, 2013 at 8:00 am

    Condivido tutto. L’amore. L’odio.

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      Silvia A. Settembre 26, 2013 at 10:59 am

      Siamo in tanti…