to be me

“Ma insomma, non sei mai contenta!”

marzo 14, 2014

Quando studiavo pensavo che bello sarebbe stato lavorare.

Uscire di casa, essere impegnata con uno scopo, magari in collaborazione con altre persone. Stare seduta per tante ore, con la sola compagnia delle matite colorate con cui sottolineavo i libri (più per renderli gradevoli all’occhio che per oggettiva necessità), mi straziava: dopo un po’ la schiena mi faceva male, i pensieri si facevano ballerini e la sedia cominciava a pizzicare sotto il sedere.
Qualche volta in estate, andavo a studiare al parco, ma devo ammettere che quel regime di semi libertà non mi aiutava né sul fronte dello studio, né su quello dell’umore.

Quando ho iniziato a lavorare, ripensavo con nostalgia ai tempi dell’Università.

Quando la sveglia suonava, ma mi potevo prendere il lusso di ignorarla e poltrire nel letto fino alle 9:30: tanto i libri erano là ad aspettarmi, immobili.
Mi annoiava la routine sempre uguale del viaggio in metrò o in motorino, il pranzo al sacco oppure in un bar. E mai la libertà di vedere un’amica alle 5 del pomeriggio e bersi un tè, e mai un giro in centro che non fosse di sabato.
Quando ero malata e quindi mi era concesso di marinare l’ufficio, mi sembrava tutto bello: la luce del mattino che inondava la casa (e che mi mostrava lo sporco con cui di sera convivevo senza accorgermene), un pranzo a base di pasta in bianco consumato al tavolo o davanti alla tv, guardando le repliche di Dawson’s Creek per tutto il pomeriggio.

Quando ho perso il lavoro e sono rimasta a casa, dopo le gravidanze, rimpiangevo la vita da ufficio.

Detestavo il silenzio di quella casa vuota, lo sporco negli angoli (che mi costringeva al cospetto delle mie repsonsabilità di casalinga in pectore) e i pranzi da sola sulla tovaglietta di plastica, bevendo a canna dalla bottiglia per sporcare un bicchiere in meno.
Mi mancavano i viaggi in metrò leggendo romanzi, i pranzi fuori, l’aria gelida sul viso mentre attraversavo la città in motorino. Mi esasperava la tv con i programmi del pomeriggio, che mi ritrovavo a guardare in un vortice masochistico di abbrutimento totale. Mi infastidivano da un lato il disordine, dall’altro il continuo riordinare ciò che due bambine piccole ed un marito ingombrante si lasciavano dietro nella corsa verso tutte le cose interessanti che avevano sempre da fare, a differenza mia.
Mi pesava tutto al punto da non riuscire a godere della compagnia né delle une, né dell’altro.

Da quando ho ricominciato a lavorare sto abbastanza bene.

Seguo le mie aspirazioni, faccio progetti, ricomincio a guadagnare qualche soldo.

Poi però capita che un giorno la mia Cecetta sia malata e che io rimanga a casa con lei e improvvisamente mi renda conto che mi mancavano i nostri momenti insieme, senza la presenza ingombrante della sorella maggiore che mi risucchia avidamente energie ed attenzioni.
Mi mancava metterla a dormire e poi lavorare in una casa silenziosa, aspettando che i suoi versetti spezzassero il silenzio e mi richiamassero all’ordine.

Mi mancava entrare in camera con la mia solita frase: “Ma?! C’è una bimba sveglia qui?”, e sentire lei che ride e si agita, divertita da quella versione estesa del gioco del “Cucù!”. Mi mancava sentirmela girare intorno mentre gioca sul pavimento accanto a me. Mi mancavano i pranzi insieme e le coccole sul divano di metà pomeriggio.

Insomma, forse ha ragione chi una volta mi disse:

“Ma insomma! Non sei mai contenta!”.
Solo non riesco a ricordarmi chi fosse…

 

You Might Also Like

  • Mamma avvocato marzo 15, 2014 at 8:40 am

    Mi rivedo in te, in questo bellissimo post, anche se il bimbo e’ uno solo e la parentesi di casalinghitudine e’ durata solo due mesi.
    Le sensazioni, però, sono le stesse (anche quelle dei giorni di malattia e di polvere scoperta)!

    • Silvia A. marzo 16, 2014 at 8:56 pm

      È anche normale godere dei momenti che spezzano una routine, l’importante è non arrivare a detestare la routine, no?

  • verdeacqua marzo 15, 2014 at 9:34 am

    oh come mi rivedo nelle tue parole… no, non basta mai…

    • Silvia A. marzo 16, 2014 at 8:57 pm

      Sarà un antidoto contro il sentirsi “arrivate” e uno stimolo a migliorarsi sempre? 🙂

  • Cherry tree marzo 15, 2014 at 9:16 pm

    ci vorrebbe un part time.. io lo dico sempre.
    un po’ capisco la claustrofobia da casalinga disperata, e al tempo stesso mi chiedo se mai troverò un lavoro come farò a lasciare Ricky a casa..e perdermi i suoi momenti..regalarli alla nonna.
    ci vorrebbe un part time, per sentirsi realizzate e per assurdo avere del tempo per sè, per poter stare comunque con i propri figli..perchè i dubbio un po’ viene: perchè allora li ho fatti?
    Ps: ma quindi dopo lunghi periodi da disoccupata si riesce a trovare lavoro di nuovo?

    • Silvia A. marzo 16, 2014 at 8:58 pm

      Io me lo sono inventato, chè se Maometto non va alla montagna….

  • gab marzo 17, 2014 at 12:05 pm

    ma…mi ero persa il tuo lavoro…auguri!!! e comunque…idem…in quasi tutto quello che dici. Forse non rimpiango il periodo di studi, anche perché il lavoro che facevo aveva orari abbastanza (troppo) free, ma anche io non sono mai contenta…uff!

    • Silvia A. marzo 18, 2014 at 12:00 am

      Sto lavorando per conto mio, diciamo che più che trovarlo, un lavoro, me lo sono inventato!
      http://www.fiumidinkiostro.com

      🙂

      • gab marzo 18, 2014 at 9:10 am

        ma…insomma…bella invenzione!!!
        IN BOCCA AL LUPO, proprio urlato e con un abbraccio grande!

  • Io tifo per voi TOP OF THE POST #13: 17 marzo 2014 marzo 17, 2014 at 12:56 pm

    […] Ma insomma, non sei mai contenta! di Silvia che, in meduepuntozero, propone ai suoli lettori la fatidica domanda “E voi? A voi […]

  • Robin :D marzo 21, 2014 at 11:59 am

    Da una che si è accontenta troppo (io) vorrei una bella iniezione della tua voglia di fare!