to be me

Litigare è umano

maggio 5, 2014

In queste due settimane di ferie abbiamo convissuto per qualche giorno con la mia amica Alessia e sua figlia Nene, coetanea della Dodo.
Oltre al sospetto che la famiglia omogenitoriale al femminile sia potenzialmente quella perfetta (avevamo 4 bambini – 4 e 4 anni, 17 e 5 mesi – da gestire e tutto filava liscio come l’olio), mi ha colto anche un’altra illuminazione, grazie all’osservazione delle meccaniche fra le due piccolette.

Fin da subito le due, prima ancora di avere memorizzato i reciproci nomi, si sono definite Amiche. “Dov’è la mia amica?”, “La mia amica non vuole giocare a questo gioco!”, “Posso fare il bagnetto con la mia amica?”.
Tenero?
No, pratico più che altro; pensateci: “siamo qui, siamo in due, siamo le uniche villeggianti sotto il metro e venti, tanto vale essere amiche!

Questa immediata e mutua accoglienza non ha naturalmente significato un subitaneo idillio, anzi. Le sessioni di gioco si svolgevano sempre secondo la medesima routine:

1. L’accoglienza: una delle due prende l’iniziativa e cerca di coinvolgere l’altra in un’attività.
2. L’altra si mostra renitente, si rifugia dalla mamma o, semplicemente, si rende ostile.
3. La prima ci rimane male (ed ecco “Mamma! La MIA AMICA non vuole giocare con me!!”).

L’intervento dei genitori a questo punto è quasi sempre inutile e stereotipato: l’invito ad andare d’accordo cade nel vuoto di due menti in cui il cassetto “andare d’accordo” non è pieno che dell’eco di quelle parole, il cui significato, insieme ad una serie infinita di altre convenzioni sociali e smancerie, apprenderanno solo col passare degli anni.

4. Finalmente iniziano a giocare (non il gioco proposto dalla prima, non quello proposto dalla seconda, nè – ça va sans dire – quello suggerito dalle mamme), e continueranno anche per più di un’ora, almeno nella prima parte della giornata, quando la stanchezza ancora non ha preso il sopravvento.
5. L’idillio si spezza: con un pretesto parte la discussione, che, complice lo stretto e prolungato contatto, sfocia in uno scoppio di rabbia da una o da entrambe le parti, con conseguente pianto a dirotto e corsa a rifugiarsi dalla mamma per denunciare: “La mia amica mi ha spinta / dato una sberla / chiamato caccola puzzona!”.

A questo punto è necessario un distacco, anche di pochi minuti, in modo che i reciproci mondi siano ripristinati ai loro equilibri originari, dopo di che si potrà tornare a giocare e ricominciare tutto come sopra.
E non importa quanto violento sia stato lo scoppio d’ira, quanto feroce la litigata nè quante lacrime siano state versate: dopo pochi minuti le due Amiche torneranno a cercarsi.

Osservandole ho pensato: quand’è che esattamente smettiamo di ritenere accettabile la lite?
Quand’è che smettiamo di concederci di dircene di tutti i colori senza che questo implichi la fine di un mondo?

Sarà stato quel “dovete andare d’accordo” che tutti i genitori, sin dalla notte dei tempi, sembrano programmati a predicare?

Che poi chi l’ha detto che bisogna sempre andare d’accordo?
Chi ha detto che quello che urla e si concede uno scatto d’ira sia il matto e non l’ esemplare più sano, quello sfuggito ad un eccesso controproducente di quella che chiamiamo civiltà?

Non è facile tollerare il prossimo, ammettiamolo.
Non sarebbe dunque assai più semplice ammetterlo regolarmente, senza che quell’altro si offenda, senza che sia compromesso il naturale svolgersi dei rapporti?

Più o meno all’inizio di quest’anno ho preso la decisione che, da allora in poi, me ne sarei fregata dell’apparenza e delle convenzioni e che avrei smesso di fare buon viso a cattivo gioco; ho fatto questo proposito dopo un’attenta analisi di quante energie questa pratica mi costringesse ad impiegare. Essendone a corto, ho deciso di cominciare a tagliare da lì.
Via il non detto, i sottotesti, i sorrisi a denti stretti e il “far la scema per non andare in guerra”: non mi sarei mai più tenuta niente dentro, era deciso, e tutto ciò che avrei avuto bisogno di dire, lo avrei fatto uscire.

Perchè le cose non dette stanno lì a marcire e, anche se facciamo finta di niente, ci mangiano pezzi di noi da dentro.

E ora ho anche la conferma del fatto che litigare è umano e che fa bene, perchè dopo una bella litigata, si può persino tornare amiche, senza se e senza ma.

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  • zuccazoe maggio 5, 2014 at 1:17 pm

    Concordo!!! E ti lascio questo: https://zuccazoe.wordpress.com/2014/04/08/fratelli-e-sorelle/

  • Marina da mamma a mamma maggio 5, 2014 at 3:49 pm

    I bambini sono stupendi anche quando litigano, poi fanno pace e si dimenticano tutto…. bisognerebbe restare un po’ tutti bambini… ma è inevitabile, crescendo si peggiora…

    • Silvia A. maggio 5, 2014 at 5:29 pm

      hai proprio ragione!

  • IlMondodiStella maggio 5, 2014 at 6:20 pm

    Quanto litigano i miei bambini in asilo! Io non posso prendere posizione ma devo stare in mezzo e cercare di placare gli animi! Ma a volte mi faccio ( di nascosto) gran belle risate. Sono i numeri uno!

  • Zambe maggio 6, 2014 at 7:56 pm

    Non so, io non sono propensa alla lite plateale. Forse solo con mia madre.
    Però questa esperienza di famiglia allargata al femminile ha risposto ad una domanda che mi facevo da molto: come facevano le generazioni precedenti di madri a sopravvivere a 3,4,5 figli?
    Grazie alle famiglie allargate, non c’è dubbio.

  • Amiche | Me Due Punto Zeromeduepuntozero aprile 14, 2015 at 3:54 pm

    […] hai il prezzemolo tra i denti, o un paio di pantaloni orribili senza troppi giri di parole. Ci sono le amiche che non ti aspetti. Ci sono le amiche che le aspetti, le aspetti ma non arrivano mai. Ci sono le amiche che spariscono […]