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Volare low-cost: ricordati che sei povero

agosto 2, 2016

Quando avevo 12 anni ho preso il mio primo volo: andavo a Londra, proprio come adesso, per una vacanza studio (no, adesso non sto andando in vacanza studio) .

Mi ricordo bene l’eccitazione del “check-in“, dei controlli ai raggi X e delle perquisizioni che ti facevano sentire dentro un film di 007; e poi quella prima fascinazione per gli aeroporti, analoga a quella per le stazioni e le autostrade: quei “non-luoghi” sospesi nella dimensione del possibile che separa monconi di vita che accadono a distanza.

Il volo durava un’ora e mezza, proprio come adesso, eppure a bordo si prodigavano parecchio per renderti il viaggio piacevole e il più breve possibile, intrattenendoti, tra le altre cose, con cibi e bevande anche in orari incongrui. All’epoca ti poteva capitare facilmente un pranzo alle 11:15 del mattino, o uno spuntino a base di prosciutto gommoso, verdure mignon e formaggio fosforescente alle 14:00.

All’epoca le hostess erano sorridenti tanto quanto oggi, l’unica differenza è che sorridevano gratis.

Fino agli anni ’90 del ‘900 prendere un volo di linea in classe turistica ti dava l’illusione di essere “ricco”. Volare low-cost oggi ti ricorda che sei “povero”, senza troppi giri di parole.

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Funziona più o meno così: ti sei affacciato al tuo portale di viaggi preferito alla ricerca della tratta che ti avrebbe portato in vacanza e hai trovato un volo ad un prezzo incredibile ma ad un orario scomodo e tu ti sei detto: “Pazienza, nessuno è mai morto per una sveglia alle 3 di notte, tanto più che poi sarò in vacanza…“.

Poi però ti sei fermato ad analizzare la distanza tra l’aeroporto e la città dove pensavi di atterrare e ti sei trovato costretto ad aggiungere una quota significativa di budget per il trasferimento dall’aeroporto all’albergo e forse – ma ti rifiuti di verificarlo a posteriori – avresti speso gli stessi soldi per atterrare in quell’altro aeroporto, quello da dove parte una comoda metropolitana che ti avrebbe portato in centro per una manciata di spiccioli e in 15 minuti.

Ma ormai sei in ballo, tanto vale ballare.

Del bagaglio sapevi già: se voli low-cost non hai diritto al bagaglio da stiva. Ma d’altra parte il tuo trolley a prova di gabbietta Easy-jet l’hai comprato apposta.
Quello che non sapevi era che ti avrebbero contestato qualsiasi altra cosa pendesse dalle tue spalle o dal collo, persino la micro-pochette in cui stanno a mala pena portafoglio e passaporto, o gli occhiali da sole appesi alla catenella: “Li riponga nel bagaglio a mano, per cortesia“.

Ma è al momento dell’imbarco che si opera la più intollerabile delle discriminazioni: mentre tu stazioni in coda davanti ad un gate sovraffollato a causa di un immancabile ritardo, la fila di passeggeri – paganti – Speedy Boarding ti scorre accanto, vento tra i capelli e mani libere (perché loro naturalmente i bagagli li hanno messi in stiva), ed è lì che cominci a mettere seriamente in dubbio la convenienza della tua scelta low-cost e a maledire le leggi del marketing.

Intanto sei arrivato a bordo e speri che quella sequela di frustrazioni abbia fine perche “una volta seduti saremo tutti uguali“: mica esiste la business class sui voli low-cost (che comunque ti sembra ora molto più democratica e rispettosa delle tue capacità economiche, con quel velo pietoso a separarla fisicamente e sottrarla alla vista dei passeggeri in “turistica”).
E invece no, perché quando ti accorgi che nel posto assegnatoti le tue gambe si atrofizzeranno nel giro di mezz’ora, non puoi fare a meno di notare i tuoi compagni di viaggio seduti accanto alle uscite di sicurezza e quei loro 50 cm di spazio vitale in più: sono le stesse facce che hai visto scorrere veloci nella fila Speedy Boarding, naturalmente.

Una volta quei posti li assegnavano a chi fosse disposto ad assumersi la responsabilità della gestione delle uscite, in caso di emergenza. Ora quei posti li devi pagare, proprio come il bagaglio da stiva, lo Speedy Boarding e qualsiasi ulteriore minimo confort.

Il ristoro a base di prosciutto di plastica dentro le simil bento-box (anch’esse di plastica) è andato in disuso e sostituito da un nutrito catalogo-bistrot in cui un tramezzino con prosciutto di plastica accompagnato da un caffè solubile in bicchiere di carta costa come un espresso in piazza San Marco con vista sulla laguna.

Ti consoli pensando che negli anni ’90 sugli aerei era consentito fumare e che tutto sommato i passeggeri di terza classe del Titanic se la passavano peggio.

Però intanto ti fai un bel noto al fazzoletto e la prossima volta prenoterai un volo di linea, dove il caffè e i salatini sono gratis e l’applauso al pilota in fase di atterraggio non lo fanno più dagli anni ’90.

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(la prima stesura di questo post, come potete notare, è stata scritta su un aereo EasyJet diretto a Londra, schiacciata nello spazio angusto tra i sedili, da cui l’ispirazione tutta dello scritto – nota: il caffè nella foto è costato 3,50€)

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