life in pictures, storytelling

C’era una volta il mare (parte terza)

settembre 18, 2013

3 vacanze al mare, 3 età, 3 racconti – Parte Terza

(se vuoi cominciare a leggere dall’inizio, comincia da qui)

La vita poi ti porta in giro per luoghi che non ti aspetti. Luoghi che non pensavi avresti scelto, modi che non immaginavi sarebbero diventati i tuoi.

E ti riporta alle origini, a volte.

Dieci anni dopo il mare del Salento, lontana anni luce dalle Tarante e dai dj-set, ventanni dopo lo Star and Bars, Montecarlo e l’ingenuità degli anni ’90, sono ritornata sulla sabbia della Liguria. La stessa sabbia che mi ha ospitata piccolissima, sotto i colori di obrelloni che nella mia memoria hanno la patina seppia delle foto degli anni ’70: l’epoca in cui i miei genitori si trovavano dove mi trovo io oggi, al crocevia fra una bambina quasi grande e una non più neonata, travolta da istanze più grandi di me.

Ci sono foreste di ombrelloni tutti uguali che si schiudono la mattina e si chiudono la sera e si stagliano precise contro la linea cerulea dell’orizzonte, dove il mare incontra il cielo.

Ci sono albe biancastre e nuvole che si presentano puntuali a mezzogiorno.

C’è la ferrovia che si frappone fra me e il mare e il rumore del treno, sempre uguale, salvo che la notte, verso le 23, quando un merci lunghissimo passa e fa tremare tutta casa, risuonando attraverso i vetri sottili, reduci di un’altra epoca.

C’è la bouganville sulla strada per il mare, che ti saluta di viola intenso nella luce del mattino e puoi contare decine di sfumature di colore negli oleandri.

C’è una chiesetta in fondo alla strada, con un vialetto recintato pieno di fiori rosa e bianchi, non sembrerebbe neanche una chiesa se non fosse per il timpano decorato con temi sacri. Ho pensato tutti giorni di entraci e non l’ho mai fatto.
Così come non sono entrata nell’enorme cattedrale, schiacciata fra le case e la ferrovia, bellissima e tanto sproporzionata rispetto al borgo in cui si trova, da sembrare appoggiata e dimenticata lì da un gigante smemorato.

Le giornate si svolgono pigre e veloci. Non si fa niente di speciale, eppure si ha sempre qualcosa da fare.

Non sono più attrice nella messinscena che si ripete ogni giorno sul lido, fra giovani avidi di vita, di esperienze e di sole: sono una testimone, una custode.
Cammino su e giù per la passerella, libera dall’antica ossessione dolce amara degli anni della giovinezza: quella di essere guardata, scrutata, giudicata da così poco vestita.

Mi perdo ad osservare le mie bambine, gli altri bambini e le meccaniche fra loro.
Me le immagino grandi osservando i più grandi e le ricordo più piccole osservando i minuscoli.

Ora il mare ha una dimensione diversa, più intima, che riguarda poche persone, le sole che contano: noi quattro.

La nostra è una storia giovane, che segue logiche antichissime.

E’ iniziata un pomeriggio di fine estate di almeno venticinque anni fa. Due amici, più grandi di me di un paio d’anni appena ma che all’epoca sembravano tantissimi, erano per qualche ragione passati a casa mia: mi ronzavano intorno, studiandomi e stuzzicandomi come un animaletto in un laboratorio.
Io avevo 16 anni, ero timidissima ed insicura, loro erano spavaldi, credevano di avere il mondo ai loro piedi e forse l’avevano, all’epoca. Uno di loro era un ragazzo altissimo, con il sorriso largo, gli occhi sfuggenti e quella faccia da schiaffi di cui noi ragazze ci innamoriamo facilmente. L’altro era biondo con la parlantina sciolta e con la dote di sapersi mettere in un lampo sullo stesso piano delle ragazze: di quelli che, per vocazione o per opportunità, sanno ascoltare tutte le cose che le ragazze hanno sempre da dire.

Incuriositi da quel pianoforte che per un decennio, dopo che avevo smesso di suonarlo, fu un totem muto, lì a ricordarmi un’inadempienza imperdonabile, strimpellarono qualche tipica melodia. Si chiuse il pianoforte, si cazzeggiò ancora un po’.
Il ragazzo alto, a un certo punto e per ragioni che non ricordo, prese un pezzo di carta e una penna rossa e cominciò a scrivermi una lettera, per prendermi in giro. Stava seduto sul tavolo, accanto ad una me che non si abbandonava alla lusinga, conscia dell’implicita provocazione e del rischio di apparire debole e ridicola. Era una “lettera d’amore” e chissà quali reazioni voleva suscitare o mettere alla prova.

Non mi scomposi, ne uscii bene.

La lettera però l’ho conservata per oltre un ventennio e questo dà la misura di quanto contò per me quel pomeriggio d’attenzioni, dedicate ad una me che non si reputava all’altezza di quei giochi.

Io ed il ragazzo altissimo siamo andati per strade diverse e lontane, abbiamo rischiato di prendere residenza in due paesi stranieri, poi siamo approdati nella stessa città, di nuovo, e lì ci siamo ritrovati.
La memoria di quel pomeriggio abita in quel pezzo di carta ingiallita, conservato insieme ad altre centinaia di carte e se nella mia mente è sfocato, dalla sua è completamente scomparso. Eppure qualcosa aveva dovuto significare, perché quando ci ritrovammo, ci riconoscemmo.

Dopo 7 anni siamo qui: io sulla spiaggia, Lui in città perchè deve lavorare. Siamo qui a parlarsi al telefono piano per non svegliare una bambina, a discutere per una tenda da appendere che aspetta nello sgabuzzino da troppo tempo e a raccontarsi sempre uguale la storia di come una si svegli troppo spesso, l’altra vada a letto troppo tardi, e io che ho troppo sonno per ragionare.

Non eravamo così ordinati, così precisi, così prevedibili. Improvvisavamo partenze dell’ultimo secondo che venivano meglio che ad averle organizzate per mesi. Giravamo per la città vuota d’agosto in motorino e andavamo a mangiare la cotoletta vestita e a bere il vodkatini dove lo facevano buono.

Ora siamo come quelle rigorose file di ombrelloni, che si aprono e chiudono con lo stesso ritmo del sole, non gradiamo gli imprevisti nè i cambi di scena.

Questa calma ha il sapore dell’attesa: è tempo sospeso in una bolla che ci divide da ciò che è stato e ci prepara per quel che sarà. So per certo che un giorno non lontano tornerà il disordine di una spiaggia libera in cui bivaccare fino al calar del sole, godendosi la luce rosa del tramonto e il fresco della sabbia sotto l’asciugamano, e sarà persino più bello di un tempo, perché saremo di più.

Saremo noi quattro.

 

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    Bellissimo!Mi sono commossa….

    • Silvia A. settembre 26, 2013 at 10:58 am

      grazie cara…
      muà!
      S

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